The Project Gutenberg eBook of La Divina Commedia di Dante, by Dante Alighieri
Nel mezzo del cammin di nostra vita Ahi quanto a dir qual era è cosa dura Tant’ è amara che poco è più morte; Io non so ben ridir com’ i’ v’intrai, Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto, guardai in alto e vidi le sue spalle Allor fu la paura un poco queta, E come quei che con lena affannata, così l’animo mio, ch’ancor fuggiva, Poi ch’èi posato un poco il corpo lasso, Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta, e non mi si partia dinanzi al volto, Temp’ era dal principio del mattino, mosse di prima quelle cose belle; l’ora del tempo e la dolce stagione; Questi parea che contra me venisse Ed una lupa, che di tutte brame questa mi porse tanto di gravezza E qual è quei che volontieri acquista, tal mi fece la bestia sanza pace, Mentre ch’i’ rovinava in basso loco, Quando vidi costui nel gran diserto, Rispuosemi: «Non omo, omo già fui, Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi, Poeta fui, e cantai di quel giusto Ma tu perché ritorni a tanta noia? «Or se’ tu quel Virgilio e quella fonte «O de li altri poeti onore e lume, Tu se’ lo mio maestro e ’l mio autore, Vedi la bestia per cu’ io mi volsi; «A te convien tenere altro vïaggio», ché questa bestia, per la qual tu gride, e ha natura sì malvagia e ria, Molti son li animali a cui s’ammoglia, Questi non ciberà terra né peltro, Di quella umile Italia fia salute Questi la caccerà per ogne villa, Ond’ io per lo tuo me’ penso e discerno ove udirai le disperate strida, e vederai color che son contenti A le quai poi se tu vorrai salire, ché quello imperador che là sù regna, In tutte parti impera e quivi regge; E io a lui: «Poeta, io ti richeggio che tu mi meni là dov’ or dicesti, Allor si mosse, e io li tenni dietro. Lo giorno se n’andava, e l’aere bruno m’apparecchiava a sostener la guerra O muse, o alto ingegno, or m’aiutate; Io cominciai: «Poeta che mi guidi, Tu dici che di Silvïo il parente, Però, se l’avversario d’ogne male non pare indegno ad omo d’intelletto; la quale e ’l quale, a voler dir lo vero, Per quest’ andata onde li dai tu vanto, Andovvi poi lo Vas d’elezïone, Ma io, perché venirvi? o chi ’l concede? Per che, se del venire io m’abbandono, E qual è quei che disvuol ciò che volle tal mi fec’ ïo ’n quella oscura costa, «S’i’ ho ben la parola tua intesa», la qual molte fïate l’omo ingombra Da questa tema acciò che tu ti solve, Io era tra color che son sospesi, Lucevan li occhi suoi più che la stella; “O anima cortese mantoana, l’amico mio, e non de la ventura, e temo che non sia già sì smarrito, Or movi, e con la tua parola ornata I’ son Beatrice che ti faccio andare; Quando sarò dinanzi al segnor mio, “O donna di virtù sola per cui tanto m’aggrada il tuo comandamento, Ma dimmi la cagion che non ti guardi “Da che tu vuo’ saver cotanto a dentro, Temer si dee di sole quelle cose I’ son fatta da Dio, sua mercé, tale, Donna è gentil nel ciel che si compiange Questa chiese Lucia in suo dimando Lucia, nimica di ciascun crudele, Disse:—Beatrice, loda di Dio vera, Non odi tu la pieta del suo pianto, Al mondo non fur mai persone ratte venni qua giù del mio beato scanno, Poscia che m’ebbe ragionato questo, E venni a te così com’ ella volse: Dunque: che è? perché, perché restai, poscia che tai tre donne benedette Quali fioretti dal notturno gelo tal mi fec’ io di mia virtude stanca, «Oh pietosa colei che mi soccorse! Tu m’hai con disiderio il cor disposto Or va, ch’un sol volere è d’ambedue: intrai per lo cammino alto e silvestro. ‘Per me si va ne la città dolente, Giustizia mosse il mio alto fattore; Dinanzi a me non fuor cose create Queste parole di colore oscuro Ed elli a me, come persona accorta: Noi siam venuti al loco ov’ i’ t’ho detto E poi che la sua mano a la mia puose Quivi sospiri, pianti e alti guai Diverse lingue, orribili favelle, facevano un tumulto, il qual s’aggira E io ch’avea d’error la testa cinta, Ed elli a me: «Questo misero modo Mischiate sono a quel cattivo coro Caccianli i ciel per non esser men belli, E io: «Maestro, che è tanto greve Questi non hanno speranza di morte, Fama di loro il mondo esser non lassa; E io, che riguardai, vidi una ’nsegna e dietro le venìa sì lunga tratta Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto, Incontanente intesi e certo fui Questi sciaurati, che mai non fur vivi, Elle rigavan lor di sangue il volto, E poi ch’a riguardar oltre mi diedi, ch’i’ sappia quali sono, e qual costume Ed elli a me: «Le cose ti fier conte Allor con li occhi vergognosi e bassi, Ed ecco verso noi venir per nave Non isperate mai veder lo cielo: E tu che se’ costì, anima viva, disse: «Per altra via, per altri porti E ’l duca lui: «Caron, non ti crucciare: Quinci fuor quete le lanose gote Ma quell’ anime, ch’eran lasse e nude, Bestemmiavano Dio e lor parenti, Poi si ritrasser tutte quante insieme, Caron dimonio, con occhi di bragia Come d’autunno si levan le foglie similemente il mal seme d’Adamo Così sen vanno su per l’onda bruna, «Figliuol mio», disse ’l maestro cortese, e pronti sono a trapassar lo rio, Quinci non passa mai anima buona; Finito questo, la buia campagna La terra lagrimosa diede vento, e caddi come l’uom cui sonno piglia. Ruppemi l’alto sonno ne la testa e l’occhio riposato intorno mossi, Vero è che ’n su la proda mi trovai Oscura e profonda era e nebulosa «Or discendiam qua giù nel cieco mondo», E io, che del color mi fui accorto, Ed elli a me: «L’angoscia de le genti Andiam, ché la via lunga ne sospigne». Quivi, secondo che per ascoltare, ciò avvenia di duol sanza martìri, Lo buon maestro a me: «Tu non dimandi ch’ei non peccaro; e s’elli hanno mercedi, e s’e’ furon dinanzi al cristianesmo, Per tai difetti, non per altro rio, Gran duol mi prese al cor quando lo ’ntesi, «Dimmi, maestro mio, dimmi, segnore», «uscicci mai alcuno, o per suo merto rispuose: «Io era nuovo in questo stato, Trasseci l’ombra del primo parente, Abraàm patrïarca e Davìd re, e altri molti, e feceli beati. Non lasciavam l’andar perch’ ei dicessi, Non era lunga ancor la nostra via Di lungi n’eravamo ancora un poco, «O tu ch’onori scïenzïa e arte, E quelli a me: «L’onrata nominanza Intanto voce fu per me udita: Poi che la voce fu restata e queta, Lo buon maestro cominciò a dire: quelli è Omero poeta sovrano; Però che ciascun meco si convene Così vid’ i’ adunar la bella scola Da ch’ebber ragionato insieme alquanto, e più d’onore ancora assai mi fenno, Così andammo infino a la lumera, Venimmo al piè d’un nobile castello, Questo passammo come terra dura; Genti v’eran con occhi tardi e gravi, Traemmoci così da l’un de’ canti, Colà diritto, sovra ’l verde smalto, I’ vidi Eletra con molti compagni, Vidi Cammilla e la Pantasilea; Vidi quel Bruto che cacciò Tarquino, Poi ch’innalzai un poco più le ciglia, Tutti lo miran, tutti onor li fanno: Democrito che ’l mondo a caso pone, e vidi il buono accoglitor del quale, Euclide geomètra e Tolomeo, Io non posso ritrar di tutti a pieno, La sesta compagnia in due si scema: E vegno in parte ove non è che luca. Così discesi del cerchio primaio Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia: Dico che quando l’anima mal nata vede qual loco d’inferno è da essa; Sempre dinanzi a lui ne stanno molte: «O tu che vieni al doloroso ospizio», «guarda com’ entri e di cui tu ti fide; Non impedir lo suo fatale andare: Or incomincian le dolenti note Io venni in loco d’ogne luce muto, La bufera infernal, che mai non resta, Quando giungon davanti a la ruina, Intesi ch’a così fatto tormento E come li stornei ne portan l’ali di qua, di là, di giù, di sù li mena; E come i gru van cantando lor lai, ombre portate da la detta briga; «La prima di color di cui novelle A vizio di lussuria fu sì rotta, Ell’ è Semiramìs, di cui si legge L’altra è colei che s’ancise amorosa, Elena vedi, per cui tanto reo Vedi Parìs, Tristano»; e più di mille Poscia ch’io ebbi ’l mio dottore udito I’ cominciai: «Poeta, volontieri Ed elli a me: «Vedrai quando saranno Sì tosto come il vento a noi li piega, Quali colombe dal disio chiamate cotali uscir de la schiera ov’ è Dido, «O animal grazïoso e benigno se fosse amico il re de l’universo, Di quel che udire e che parlar vi piace, Siede la terra dove nata fui Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende, Amor, ch’a nullo amato amar perdona, Amor condusse noi ad una morte. Quand’ io intesi quell’ anime offense, Quando rispuosi, cominciai: «Oh lasso, Poi mi rivolsi a loro e parla’ io, Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri, E quella a me: «Nessun maggior dolore Ma s’a conoscer la prima radice Noi leggiavamo un giorno per diletto Per più fïate li occhi ci sospinse Quando leggemmo il disïato riso la bocca mi basciò tutto tremante. Mentre che l’uno spirto questo disse, E caddi come corpo morto cade. Al tornar de la mente, che si chiuse novi tormenti e novi tormentati Io sono al terzo cerchio, de la piova Grandine grossa, acqua tinta e neve Cerbero, fiera crudele e diversa, Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra, Urlar li fa la pioggia come cani; Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo, E ’l duca mio distese le sue spanne, Qual è quel cane ch’abbaiando agogna, cotai si fecer quelle facce lorde Noi passavam su per l’ombre che adona Elle giacean per terra tutte quante, «O tu che se’ per questo ’nferno tratto», E io a lui: «L’angoscia che tu hai Ma dimmi chi tu se’ che ’n sì dolente Ed elli a me: «La tua città, ch’è piena Voi cittadini mi chiamaste Ciacco: E io anima trista non son sola, Io li rispuosi: «Ciacco, il tuo affanno li cittadin de la città partita; E quelli a me: «Dopo lunga tencione Poi appresso convien che questa caggia Alte terrà lungo tempo le fronti, Giusti son due, e non vi sono intesi; Qui puose fine al lagrimabil suono. Farinata e ’l Tegghiaio, che fuor sì degni, dimmi ove sono e fa ch’io li conosca; E quelli: «Ei son tra l’anime più nere; Ma quando tu sarai nel dolce mondo, Li diritti occhi torse allora in biechi; E ’l duca disse a me: «Più non si desta ciascun rivederà la trista tomba, Sì trapassammo per sozza mistura per ch’io dissi: «Maestro, esti tormenti Ed elli a me: «Ritorna a tua scïenza, Tutto che questa gente maladetta Noi aggirammo a tondo quella strada, quivi trovammo Pluto, il gran nemico. «Pape Satàn, pape Satàn aleppe!», disse per confortarmi: «Non ti noccia Poi si rivolse a quella ’nfiata labbia, Non è sanza cagion l’andare al cupo: Quali dal vento le gonfiate vele Così scendemmo ne la quarta lacca, Ahi giustizia di Dio! tante chi stipa Come fa l’onda là sovra Cariddi, Qui vid’ i’ gente più ch’altrove troppa, Percotëansi ’ncontro; e poscia pur lì Così tornavan per lo cerchio tetro poi si volgea ciascun, quand’ era giunto, dissi: «Maestro mio, or mi dimostra Ed elli a me: «Tutti quanti fuor guerci Assai la voce lor chiaro l’abbaia, Questi fuor cherci, che non han coperchio E io: «Maestro, tra questi cotali Ed elli a me: «Vano pensiero aduni: In etterno verranno a li due cozzi: Mal dare e mal tener lo mondo pulcro Or puoi, figliuol, veder la corta buffa ché tutto l’oro ch’è sotto la luna «Maestro mio», diss’ io, «or mi dì anche: E quelli a me: «Oh creature sciocche, Colui lo cui saver tutto trascende, distribuendo igualmente la luce. che permutasse a tempo li ben vani per ch’una gente impera e l’altra langue, Vostro saver non ha contasto a lei: Le sue permutazion non hanno triegue: Quest’ è colei ch’è tanto posta in croce ma ella s’è beata e ciò non ode: Or discendiamo omai a maggior pieta; Noi ricidemmo il cerchio a l’altra riva L’acqua era buia assai più che persa; In la palude va c’ha nome Stige E io, che di mirare stava inteso, Queste si percotean non pur con mano, Lo buon maestro disse: «Figlio, or vedi che sotto l’acqua è gente che sospira, Fitti nel limo dicon: “Tristi fummo or ci attristiam ne la belletta negra”. Così girammo de la lorda pozza Venimmo al piè d’una torre al da sezzo. Io dico, seguitando, ch’assai prima per due fiammette che i vedemmo porre, E io mi volsi al mar di tutto ’l senno; Ed elli a me: «Su per le sucide onde Corda non pinse mai da sé saetta venir per l’acqua verso noi in quella, «Flegïàs, Flegïàs, tu gridi a vòto», Qual è colui che grande inganno ascolta Lo duca mio discese ne la barca, Tosto che ’l duca e io nel legno fui, Mentre noi corravam la morta gora, E io a lui: «S’i’ vegno, non rimango; E io a lui: «Con piangere e con lutto, Allor distese al legno ambo le mani; Lo collo poi con le braccia mi cinse; Quei fu al mondo persona orgogliosa; Quanti si tegnon or là sù gran regi E io: «Maestro, molto sarei vago Ed elli a me: «Avante che la proda Dopo ciò poco vid’ io quello strazio Tutti gridavano: «A Filippo Argenti!»; Quivi il lasciammo, che più non ne narro; Lo buon maestro disse: «Omai, figliuolo, E io: «Maestro, già le sue meschite fossero». Ed ei mi disse: «Il foco etterno Noi pur giugnemmo dentro a l’alte fosse Non sanza prima far grande aggirata, Io vidi più di mille in su le porte va per lo regno de la morta gente?». Allor chiusero un poco il gran disdegno Sol si ritorni per la folle strada: Pensa, lettor, se io mi sconfortai «O caro duca mio, che più di sette non mi lasciar», diss’ io, «così disfatto; E quel segnor che lì m’avea menato, Ma qui m’attendi, e lo spirito lasso Così sen va, e quivi m’abbandona Udir non potti quello ch’a lor porse; Chiuser le porte que’ nostri avversari Li occhi a la terra e le ciglia avea rase E a me disse: «Tu, perch’ io m’adiri, Questa lor tracotanza non è nova; Sovr’ essa vedestù la scritta morta: tal che per lui ne fia la terra aperta». Quel color che viltà di fuor mi pinse Attento si fermò com’ uom ch’ascolta; «Pur a noi converrà vincer la punga», I’ vidi ben sì com’ ei ricoperse ma nondimen paura il suo dir dienne, «In questo fondo de la trista conca Questa question fec’ io; e quei «Di rado Ver è ch’altra fïata qua giù fui, Di poco era di me la carne nuda, Quell’ è ’l più basso loco e ’l più oscuro, Questa palude che ’l gran puzzo spira E altro disse, ma non l’ho a mente; dove in un punto furon dritte ratto e con idre verdissime eran cinte; E quei, che ben conobbe le meschine Quest’ è Megera dal sinistro canto; Con l’unghie si fendea ciascuna il petto; «Vegna Medusa: sì ’l farem di smalto», «Volgiti ’n dietro e tien lo viso chiuso; Così disse ’l maestro; ed elli stessi O voi ch’avete li ’ntelletti sani, E già venìa su per le torbide onde non altrimenti fatto che d’un vento li rami schianta, abbatte e porta fori; Li occhi mi sciolse e disse: «Or drizza il nerbo Come le rane innanzi a la nimica vid’ io più di mille anime distrutte Dal volto rimovea quell’ aere grasso, Ben m’accorsi ch’elli era da ciel messo, Ahi quanto mi parea pien di disdegno! «O cacciati del ciel, gente dispetta», Perché recalcitrate a quella voglia Che giova ne le fata dar di cozzo? Poi si rivolse per la strada lorda, che quella di colui che li è davante; Dentro li ’ntrammo sanz’ alcuna guerra; com’ io fui dentro, l’occhio intorno invio: Sì come ad Arli, ove Rodano stagna, fanno i sepulcri tutt’ il loco varo, ché tra li avelli fiamme erano sparte, Tutti li lor coperchi eran sospesi, E io: «Maestro, quai son quelle genti E quelli a me: «Qui son li eresïarche Simile qui con simile è sepolto, passammo tra i martìri e li alti spaldi. Ora sen va per un secreto calle, «O virtù somma, che per li empi giri La gente che per li sepolcri giace E quelli a me: «Tutti saran serrati Suo cimitero da questa parte hanno Però a la dimanda che mi faci E io: «Buon duca, non tegno riposto «O Tosco che per la città del foco La tua loquela ti fa manifesto Subitamente questo suono uscìo Ed el mi disse: «Volgiti! Che fai? Io avea già il mio viso nel suo fitto; E l’animose man del duca e pronte Com’ io al piè de la sua tomba fui, Io ch’era d’ubidir disideroso, poi disse: «Fieramente furo avversi «S’ei fur cacciati, ei tornar d’ogne parte», Allor surse a la vista scoperchiata Dintorno mi guardò, come talento piangendo disse: «Se per questo cieco E io a lui: «Da me stesso non vegno: Le sue parole e ’l modo de la pena Di sùbito drizzato gridò: «Come? Quando s’accorse d’alcuna dimora Ma quell’ altro magnanimo, a cui posta e sé continüando al primo detto, Ma non cinquanta volte fia raccesa E se tu mai nel dolce mondo regge, Ond’ io a lui: «Lo strazio e ’l grande scempio Poi ch’ebbe sospirando il capo mosso, Ma fu’ io solo, là dove sofferto «Deh, se riposi mai vostra semenza», El par che voi veggiate, se ben odo, «Noi veggiam, come quei c’ha mala luce, Quando s’appressano o son, tutto è vano Però comprender puoi che tutta morta Allor, come di mia colpa compunto, e s’i’ fui, dianzi, a la risposta muto, E già ’l maestro mio mi richiamava; Dissemi: «Qui con più di mille giaccio: Indi s’ascose; e io inver’ l’antico Elli si mosse; e poi, così andando, «La mente tua conservi quel ch’udito «quando sarai dinanzi al dolce raggio Appresso mosse a man sinistra il piede: che ’nfin là sù facea spiacer suo lezzo. In su l’estremità d’un’alta ripa e quivi, per l’orribile soperchio d’un grand’ avello, ov’ io vidi una scritta «Lo nostro scender conviene esser tardo, Così ’l maestro; e io «Alcun compenso», «Figliuol mio, dentro da cotesti sassi», Tutti son pien di spirti maladetti; D’ogne malizia, ch’odio in cielo acquista, Ma perché frode è de l’uom proprio male, Di vïolenti il primo cerchio è tutto; A Dio, a sé, al prossimo si pòne Morte per forza e ferute dogliose onde omicide e ciascun che mal fiere, Puote omo avere in sé man vïolenta qualunque priva sé del vostro mondo, Puossi far forza ne la deïtade, e però lo minor giron suggella La frode, ond’ ogne coscïenza è morsa, Questo modo di retro par ch’incida ipocresia, lusinghe e chi affattura, Per l’altro modo quell’ amor s’oblia onde nel cerchio minore, ov’ è ’l punto E io: «Maestro, assai chiara procede Ma dimmi: quei de la palude pingue, perché non dentro da la città roggia Ed elli a me «Perché tanto delira», Non ti rimembra di quelle parole incontenenza, malizia e la matta Se tu riguardi ben questa sentenza, tu vedrai ben perché da questi felli «O sol che sani ogne vista turbata, Ancora in dietro un poco ti rivolvi», «Filosofia», mi disse, «a chi la ’ntende, dal divino ’ntelletto e da sua arte; che l’arte vostra quella, quanto pote, Da queste due, se tu ti rechi a mente e perché l’usuriere altra via tene, Ma seguimi oramai che ’l gir mi piace; e ’l balzo via là oltra si dismonta». Era lo loco ov’ a scender la riva Qual è quella ruina che nel fianco che da cima del monte, onde si mosse, cotal di quel burrato era la scesa; che fu concetta ne la falsa vacca; Lo savio mio inver’ lui gridò: «Forse Pàrtiti, bestia, ché questi non vene Qual è quel toro che si slaccia in quella vid’ io lo Minotauro far cotale; Così prendemmo via giù per lo scarco Io gia pensando; e quei disse: «Tu pensi Or vo’ che sappi che l’altra fïata Ma certo poco pria, se ben discerno, da tutte parti l’alta valle feda più volte il mondo in caòsso converso; Ma ficca li occhi a valle, ché s’approccia Oh cieca cupidigia e ira folle, Io vidi un’ampia fossa in arco torta, e tra ’l piè de la ripa ed essa, in traccia Veggendoci calar, ciascun ristette, e l’un gridò da lungi: «A qual martiro Lo mio maestro disse: «La risposta Poi mi tentò, e disse: «Quelli è Nesso, E quel di mezzo, ch’al petto si mira, Dintorno al fosso vanno a mille a mille, Noi ci appressammo a quelle fiere isnelle: Quando s’ebbe scoperta la gran bocca, Così non soglion far li piè d’i morti». rispuose: «Ben è vivo, e sì soletto Tal si partì da cantare alleluia Ma per quella virtù per cu’ io movo e che ne mostri là dove si guada, Chirón si volse in su la destra poppa, Or ci movemmo con la scorta fida Io vidi gente sotto infino al ciglio; Quivi si piangon li spietati danni; E quella fronte c’ha ’l pel così nero, fu spento dal figliastro sù nel mondo». Poco più oltre il centauro s’affisse Mostrocci un’ombra da l’un canto sola, Poi vidi gente che di fuor del rio Così a più a più si facea basso «Sì come tu da questa parte vedi che da quest’ altra a più a più giù prema La divina giustizia di qua punge le lagrime, che col bollor diserra, Poi si rivolse e ripassossi ’l guazzo. Non era ancor di là Nesso arrivato, Non fronda verde, ma di color fosco; Non han sì aspri sterpi né sì folti Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno, Ali hanno late, e colli e visi umani, E ’l buon maestro «Prima che più entre, che tu verrai ne l’orribil sabbione. Io sentia d’ogne parte trarre guai Cred’ ïo ch’ei credette ch’io credesse Però disse ’l maestro: «Se tu tronchi Allor porsi la mano un poco avante Da che fatto fu poi di sangue bruno, Uomini fummo, e or siam fatti sterpi: Come d’un stizzo verde ch’arso sia sì de la scheggia rotta usciva insieme «S’elli avesse potuto creder prima», non averebbe in te la man distesa; Ma dilli chi tu fosti, sì che ’n vece E ’l tronco: «Sì col dolce dir m’adeschi, Io son colui che tenni ambo le chiavi che dal secreto suo quasi ogn’ uom tolsi; La meretrice che mai da l’ospizio infiammò contra me li animi tutti; L’animo mio, per disdegnoso gusto, Per le nove radici d’esto legno E se di voi alcun nel mondo riede, Un poco attese, e poi «Da ch’el si tace», Ond’ ïo a lui: «Domandal tu ancora Perciò ricominciò: «Se l’om ti faccia di dirne come l’anima si lega Allor soffiò il tronco forte, e poi Quando si parte l’anima feroce Cade in la selva, e non l’è parte scelta; Surge in vermena e in pianta silvestra: Come l’altre verrem per nostre spoglie, Qui le strascineremo, e per la mesta Noi eravamo ancora al tronco attesi, similemente a colui che venire Ed ecco due da la sinistra costa, Quel dinanzi: «Or accorri, accorri, morte!». le gambe tue a le giostre dal Toppo!». Di rietro a loro era la selva piena In quel che s’appiattò miser li denti, Presemi allor la mia scorta per mano, «O Iacopo», dicea, «da Santo Andrea, Quando ’l maestro fu sovr’ esso fermo, Ed elli a noi: «O anime che giunte raccoglietele al piè del tristo cesto. sempre con l’arte sua la farà trista; que’ cittadin che poi la rifondarno Io fei gibetto a me de le mie case». Poi che la carità del natio loco Indi venimmo al fine ove si parte A ben manifestar le cose nove, La dolorosa selva l’è ghirlanda Lo spazzo era una rena arida e spessa, O vendetta di Dio, quanto tu dei D’anime nude vidi molte gregge Supin giacea in terra alcuna gente, Quella che giva ’ntorno era più molta, Sovra tutto ’l sabbion, d’un cader lento, Quali Alessandro in quelle parti calde per ch’ei provide a scalpitar lo suolo tale scendeva l’etternale ardore; Sanza riposo mai era la tresca I’ cominciai: «Maestro, tu che vinci chi è quel grande che non par che curi E quel medesmo, che si fu accorto Se Giove stanchi ’l suo fabbro da cui o s’elli stanchi li altri a muta a muta sì com’ el fece a la pugna di Flegra, Allora il duca mio parlò di forza la tua superbia, se’ tu più punito; Poi si rivolse a me con miglior labbia, Dio in disdegno, e poco par che ’l pregi; Or mi vien dietro, e guarda che non metti, Tacendo divenimmo là ’ve spiccia Quale del Bulicame esce ruscello Lo fondo suo e ambo le pendici «Tra tutto l’altro ch’i’ t’ho dimostrato, cosa non fu da li tuoi occhi scorta Queste parole fuor del duca mio; «In mezzo mar siede un paese guasto», Una montagna v’è che già fu lieta Rëa la scelse già per cuna fida Dentro dal monte sta dritto un gran veglio, La sua testa è di fin oro formata, da indi in giuso è tutto ferro eletto, Ciascuna parte, fuor che l’oro, è rotta Lor corso in questa valle si diroccia; infin, là ove più non si dismonta, E io a lui: «Se ’l presente rigagno Ed elli a me: «Tu sai che ’l loco è tondo; non se’ ancor per tutto ’l cerchio vòlto; E io ancor: «Maestro, ove si trova «In tutte tue question certo mi piaci», Letè vedrai, ma fuor di questa fossa, Poi disse: «Omai è tempo da scostarsi e sopra loro ogne vapor si spegne». Ora cen porta l’un de’ duri margini; Quali Fiamminghi tra Guizzante e Bruggia, e quali Padoan lungo la Brenta, a tale imagine eran fatti quelli, Già eravam da la selva rimossi quando incontrammo d’anime una schiera guardare uno altro sotto nuova luna; Così adocchiato da cotal famiglia, E io, quando ’l suo braccio a me distese, la conoscenza süa al mio ’ntelletto; E quelli: «O figliuol mio, non ti dispiaccia I’ dissi lui: «Quanto posso, ven preco; «O figliuol», disse, «qual di questa greggia Però va oltre: i’ ti verrò a’ panni; Io non osava scender de la strada El cominciò: «Qual fortuna o destino «Là sù di sopra, in la vita serena», Pur ier mattina le volsi le spalle: Ed elli a me: «Se tu segui tua stella, e s’io non fossi sì per tempo morto, Ma quello ingrato popolo maligno ti si farà, per tuo ben far, nimico; Vecchia fama nel mondo li chiama orbi; La tua fortuna tanto onor ti serba, Faccian le bestie fiesolane strame in cui riviva la sementa santa «Se fosse tutto pieno il mio dimando», ché ’n la mente m’è fitta, e or m’accora, m’insegnavate come l’uom s’etterna: Ciò che narrate di mio corso scrivo, Tanto vogl’ io che vi sia manifesto, Non è nuova a li orecchi miei tal arra: Lo mio maestro allora in su la gota Né per tanto di men parlando vommi Ed elli a me: «Saper d’alcuno è buono; In somma sappi che tutti fur cherci Priscian sen va con quella turba grama, colui potei che dal servo de’ servi Di più direi; ma ’l venire e ’l sermone Gente vien con la quale esser non deggio. Poi si rivolse, e parve di coloro quelli che vince, non colui che perde. Già era in loco onde s’udia ’l rimbombo quando tre ombre insieme si partiro, Venian ver’ noi, e ciascuna gridava: Ahimè, che piaghe vidi ne’ lor membri, A le lor grida il mio dottor s’attese; E se non fosse il foco che saetta Ricominciar, come noi restammo, ei Qual sogliono i campion far nudi e unti, così rotando, ciascuno il visaggio E «Se miseria d’esto loco sollo la fama nostra il tuo animo pieghi Questi, l’orme di cui pestar mi vedi, nepote fu de la buona Gualdrada; L’altro, ch’appresso me la rena trita, E io, che posto son con loro in croce, S’i’ fossi stato dal foco coperto, ma perch’ io mi sarei brusciato e cotto, Poi cominciai: «Non dispetto, ma doglia tosto che questo mio segnor mi disse Di vostra terra sono, e sempre mai Lascio lo fele e vo per dolci pomi «Se lungamente l’anima conduca cortesia e valor dì se dimora ché Guiglielmo Borsiere, il qual si duole «La gente nuova e i sùbiti guadagni Così gridai con la faccia levata; «Se l’altre volte sì poco ti costa», Però, se campi d’esti luoghi bui fa che di noi a la gente favelle». Un amen non saria possuto dirsi Io lo seguiva, e poco eravam iti, Come quel fiume c’ha proprio cammino che si chiama Acquacheta suso, avante rimbomba là sovra San Benedetto così, giù d’una ripa discoscesa, Io avea una corda intorno cinta, Poscia ch’io l’ebbi tutta da me sciolta, Ond’ ei si volse inver’ lo destro lato, ‘E’ pur convien che novità risponda’, Ahi quanto cauti li uomini esser dienno El disse a me: «Tosto verrà di sovra Sempre a quel ver c’ha faccia di menzogna ma qui tacer nol posso; e per le note ch’i’ vidi per quell’ aere grosso e scuro sì come torna colui che va giuso che ’n sù si stende e da piè si rattrappa. «Ecco la fiera con la coda aguzza, Sì cominciò lo mio duca a parlarmi; E quella sozza imagine di froda La faccia sua era faccia d’uom giusto, due branche avea pilose insin l’ascelle; Con più color, sommesse e sovraposte Come talvolta stanno a riva i burchi, lo bivero s’assetta a far sua guerra, Nel vano tutta sua coda guizzava, Lo duca disse: «Or convien che si torca Però scendemmo a la destra mammella, E quando noi a lei venuti semo, Quivi ’l maestro «Acciò che tutta piena Li tuoi ragionamenti sian là corti; Così ancor su per la strema testa Per li occhi fora scoppiava lor duolo; non altrimenti fan di state i cani Poi che nel viso a certi li occhi porsi, che dal collo a ciascun pendea una tasca E com’ io riguardando tra lor vegno, Poi, procedendo di mio sguardo il curro, E un che d’una scrofa azzurra e grossa Or te ne va; e perché se’ vivo anco, Con questi Fiorentin son padoano: che recherà la tasca con tre becchi!”». E io, temendo no ’l più star crucciasse Trova’ il duca mio ch’era salito Omai si scende per sì fatte scale; Qual è colui che sì presso ha ’l riprezzo tal divenn’ io a le parole porte; I’ m’assettai in su quelle spallacce; Ma esso, ch’altra volta mi sovvenne e disse: «Gerïon, moviti omai: Come la navicella esce di loco là ’v’ era ’l petto, la coda rivolse, Maggior paura non credo che fosse né quando Icaro misero le reni che fu la mia, quando vidi ch’i’ era Ella sen va notando lenta lenta; Io sentia già da la man destra il gorgo Allor fu’ io più timido a lo stoscio, E vidi poi, ché nol vedea davanti, Come ’l falcon ch’è stato assai su l’ali, discende lasso onde si move isnello, così ne puose al fondo Gerïone si dileguò come da corda cocca. Luogo è in inferno detto Malebolge, Nel dritto mezzo del campo maligno Quel cinghio che rimane adunque è tondo Quale, dove per guardia de le mura tale imagine quivi facean quelli; così da imo de la roccia scogli In questo luogo, de la schiena scossi A la man destra vidi nova pieta, Nel fondo erano ignudi i peccatori; come i Roman per l’essercito molto, che da l’un lato tutti hanno la fronte Di qua, di là, su per lo sasso tetro Ahi come facean lor levar le berze Mentr’ io andava, li occhi miei in uno Per ch’ïo a figurarlo i piedi affissi; E quel frustato celar si credette se le fazion che porti non son false, Ed elli a me: «Mal volontier lo dico; I’ fui colui che la Ghisolabella E non pur io qui piango bolognese; a dicer ‘sipa’ tra Sàvena e Reno; Così parlando il percosse un demonio I’ mi raggiunsi con la scorta mia; Assai leggeramente quel salimmo; Quando noi fummo là dov’ el vaneggia lo viso in te di quest’ altri mal nati, Del vecchio ponte guardavam la traccia E ’l buon maestro, sanza mia dimanda, quanto aspetto reale ancor ritene! Ello passò per l’isola di Lenno Ivi con segni e con parole ornate Lasciolla quivi, gravida, soletta; Con lui sen va chi da tal parte inganna; Già eravam là ’ve lo stretto calle Quindi sentimmo gente che si nicchia Le ripe eran grommate d’una muffa, Lo fondo è cupo sì, che non ci basta Quivi venimmo; e quindi giù nel fosso E mentre ch’io là giù con l’occhio cerco, Quei mi sgridò: «Perché se’ tu sì gordo già t’ho veduto coi capelli asciutti, Ed elli allor, battendosi la zucca: Appresso ciò lo duca «Fa che pinghe», di quella sozza e scapigliata fante Taïde è, la puttana che rispuose E quinci sian le nostre viste sazie». O Simon mago, o miseri seguaci per oro e per argento avolterate, Già eravamo, a la seguente tomba, O somma sapïenza, quanta è l’arte Io vidi per le coste e per lo fondo Non mi parean men ampi né maggiori l’un de li quali, ancor non è molt’ anni, Fuor de la bocca a ciascun soperchiava Le piante erano a tutti accese intrambe; Qual suole il fiammeggiar de le cose unte «Chi è colui, maestro, che si cruccia Ed elli a me: «Se tu vuo’ ch’i’ ti porti E io: «Tanto m’è bel, quanto a te piace: Allor venimmo in su l’argine quarto; Lo buon maestro ancor de la sua anca «O qual che se’ che ’l di sù tien di sotto, Io stava come ’l frate che confessa Ed el gridò: «Se’ tu già costì ritto, Se’ tu sì tosto di quell’ aver sazio Tal mi fec’ io, quai son color che stanno, Allor Virgilio disse: «Dilli tosto: Per che lo spirto tutti storse i piedi; Se di saper ch’i’ sia ti cal cotanto, e veramente fui figliuol de l’orsa, Di sotto al capo mio son li altri tratti Là giù cascherò io altresì quando Ma più è ’l tempo già che i piè mi cossi ché dopo lui verrà di più laida opra, Nuovo Iasón sarà, di cui si legge Io non so s’i’ mi fui qui troppo folle, Nostro Segnore in prima da san Pietro Né Pier né li altri tolsero a Matia Però ti sta, ché tu se’ ben punito; E se non fosse ch’ancor lo mi vieta io userei parole ancor più gravi; Di voi pastor s’accorse il Vangelista, quella che con le sette teste nacque, Fatto v’avete dio d’oro e d’argento; Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre, E mentr’ io li cantava cotai note, I’ credo ben ch’al mio duca piacesse, Però con ambo le braccia mi prese; Né si stancò d’avermi a sé distretto, Quivi soavemente spuose il carco, Indi un altro vallon mi fu scoperto. Di nova pena mi conven far versi Io era già disposto tutto quanto e vidi gente per lo vallon tondo Come ’l viso mi scese in lor più basso, ché da le reni era tornato ’l volto, Forse per forza già di parlasia Se Dio ti lasci, lettor, prender frutto quando la nostra imagine di presso Certo io piangea, poggiato a un de’ rocchi Qui vive la pietà quand’ è ben morta; Drizza la testa, drizza, e vedi a cui Anfïarao? perché lasci la guerra?”. Mira c’ha fatto petto de le spalle; Vedi Tiresia, che mutò sembiante e prima, poi, ribatter li convenne Aronta è quel ch’al ventre li s’atterga, ebbe tra ’ bianchi marmi la spelonca E quella che ricuopre le mammelle, Manto fu, che cercò per terre molte; Poscia che ’l padre suo di vita uscìo Suso in Italia bella giace un laco, Per mille fonti, credo, e più si bagna Loco è nel mezzo là dove ’l trentino Siede Peschiera, bello e forte arnese Ivi convien che tutto quanto caschi Tosto che l’acqua a correr mette co, Non molto ha corso, ch’el trova una lama, Quindi passando la vergine cruda Lì, per fuggire ogne consorzio umano, Li uomini poi che ’ntorno erano sparti Fer la città sovra quell’ ossa morte; Già fuor le genti sue dentro più spesse, Però t’assenno che, se tu mai odi E io: «Maestro, i tuoi ragionamenti Ma dimmi, de la gente che procede, Allor mi disse: «Quel che da la gota sì ch’a pena rimaser per le cune— Euripilo ebbe nome, e così ’l canta Quell’ altro che ne’ fianchi è così poco, Vedi Guido Bonatti; vedi Asdente, Vedi le triste che lasciaron l’ago, Ma vienne omai, ché già tiene ’l confine e già iernotte fu la luna tonda: Sì mi parlava, e andavamo introcque. Così di ponte in ponte, altro parlando restammo per veder l’altra fessura Quale ne l’arzanà de’ Viniziani ché navicar non ponno—in quella vece chi ribatte da proda e chi da poppa; tal, non per foco ma per divin’ arte, I’ vedea lei, ma non vedëa in essa Mentr’ io là giù fisamente mirava, Allor mi volsi come l’uom cui tarda che, per veder, non indugia ’l partire: Ahi quant’ elli era ne l’aspetto fero! L’omero suo, ch’era aguto e superbo, Del nostro ponte disse: «O Malebranche, a quella terra, che n’è ben fornita: Là giù ’l buttò, e per lo scoglio duro Quel s’attuffò, e tornò sù convolto; qui si nuota altrimenti che nel Serchio! Poi l’addentar con più di cento raffi, Non altrimenti i cuoci a’ lor vassalli Lo buon maestro «Acciò che non si paia e per nulla offension che mi sia fatta, Poscia passò di là dal co del ponte; Con quel furore e con quella tempesta usciron quei di sotto al ponticello, Innanzi che l’uncin vostro mi pigli, Tutti gridaron: «Vada Malacoda!»; «Credi tu, Malacoda, qui vedermi sanza voler divino e fato destro? Allor li fu l’orgoglio sì caduto, E ’l duca mio a me: «O tu che siedi Per ch’io mi mossi e a lui venni ratto; così vid’ ïo già temer li fanti I’ m’accostai con tutta la persona Ei chinavan li raffi e «Vuo’ che ’l tocchi», Ma quel demonio che tenea sermone Poi disse a noi: «Più oltre andar per questo E se l’andare avante pur vi piace, Ier, più oltre cinqu’ ore che quest’ otta, Io mando verso là di questi miei «Tra’ti avante, Alichino, e Calcabrina», Libicocco vegn’ oltre e Draghignazzo, Cercate ’ntorno le boglienti pane; «Omè, maestro, che è quel ch’i’ veggio?», Se tu se’ sì accorto come suoli, Ed elli a me: «Non vo’ che tu paventi; Per l’argine sinistro volta dienno; ed elli avea del cul fatto trombetta. Io vidi già cavalier muover campo, corridor vidi per la terra vostra, quando con trombe, e quando con campane, né già con sì diversa cennamella Noi andavam con li diece demoni. Pur a la pegola era la mia ’ntesa, Come i dalfini, quando fanno segno talor così, ad alleggiar la pena, E come a l’orlo de l’acqua d’un fosso sì stavan d’ogne parte i peccatori; I’ vidi, e anco il cor me n’accapriccia, e Graffiacan, che li era più di contra, I’ sapea già di tutti quanti ’l nome, «O Rubicante, fa che tu li metti E io: «Maestro mio, fa, se tu puoi, Lo duca mio li s’accostò allato; Mia madre a servo d’un segnor mi puose, Poi fui famiglia del buon re Tebaldo; E Cirïatto, a cui di bocca uscia Tra male gatte era venuto ’l sorco; E al maestro mio volse la faccia; Lo duca dunque: «Or dì: de li altri rii poco è, da un che fu di là vicino. E Libicocco «Troppo avem sofferto», Draghignazzo anco i volle dar di piglio Quand’ elli un poco rappaciati fuoro, «Chi fu colui da cui mala partita quel di Gallura, vasel d’ogne froda, Danar si tolse e lasciolli di piano, Usa con esso donno Michel Zanche Omè, vedete l’altro che digrigna; E ’l gran proposto, vòlto a Farfarello «Se voi volete vedere o udire», ma stieno i Malebranche un poco in cesso, per un ch’io son, ne farò venir sette Cagnazzo a cotal motto levò ’l muso, Ond’ ei, ch’avea lacciuoli a gran divizia, Alichin non si tenne e, di rintoppo ma batterò sovra la pece l’ali. O tu che leggi, udirai nuovo ludo: Lo Navarrese ben suo tempo colse; Di che ciascun di colpa fu compunto, Ma poco i valse: ché l’ali al sospetto non altrimenti l’anitra di botto, Irato Calcabrina de la buffa, e come ’l barattier fu disparito, Ma l’altro fu bene sparvier grifagno Lo caldo sghermitor sùbito fue; Barbariccia, con li altri suoi dolente, di qua, di là discesero a la posta; E noi lasciammo lor così ’mpacciati. Taciti, soli, sanza compagnia Vòlt’ era in su la favola d’Isopo ché più non si pareggia ‘mo’ e ‘issa’ E come l’un pensier de l’altro scoppia, Io pensava così: ‘Questi per noi Se l’ira sovra ’l mal voler s’aggueffa, Già mi sentia tutti arricciar li peli te e me tostamente, i’ ho pavento E quei: «S’i’ fossi di piombato vetro, Pur mo venieno i tuo’ pensier tra ’ miei, S’elli è che sì la destra costa giaccia, Già non compié di tal consiglio rendere, Lo duca mio di sùbito mi prese, che prende il figlio e fugge e non s’arresta, e giù dal collo de la ripa dura Non corse mai sì tosto acqua per doccia come ’l maestro mio per quel vivagno, A pena fuoro i piè suoi giunti al letto ché l’alta provedenza che lor volle Là giù trovammo una gente dipinta Elli avean cappe con cappucci bassi Di fuor dorate son, sì ch’elli abbaglia; Oh in etterno faticoso manto! ma per lo peso quella gente stanca Per ch’io al duca mio: «Fa che tu trovi E un che ’ntese la parola tosca, Forse ch’avrai da me quel che tu chiedi». Ristetti, e vidi due mostrar gran fretta Quando fuor giunti, assai con l’occhio bieco «Costui par vivo a l’atto de la gola; Poi disser me: «O Tosco, ch’al collegio E io a loro: «I’ fui nato e cresciuto Ma voi chi siete, a cui tanto distilla E l’un rispuose a me: «Le cappe rance Frati godenti fummo, e bolognesi; come suole esser tolto un uom solingo, Io cominciai: «O frati, i vostri mali . . . »; Quando mi vide, tutto si distorse, mi disse: «Quel confitto che tu miri, Attraversato è, nudo, ne la via, E a tal modo il socero si stenta Allor vid’ io maravigliar Virgilio Poscia drizzò al frate cotal voce: onde noi amendue possiamo uscirci, Rispuose adunque: «Più che tu non speri salvo che ’n questo è rotto e nol coperchia; Lo duca stette un poco a testa china; E ’l frate: «Io udi’ già dire a Bologna Appresso il duca a gran passi sen gì, dietro a le poste de le care piante. In quella parte del giovanetto anno quando la brina in su la terra assempra lo villanello a cui la roba manca, ritorna in casa, e qua e là si lagna, veggendo ’l mondo aver cangiata faccia Così mi fece sbigottir lo mastro ché, come noi venimmo al guasto ponte, Le braccia aperse, dopo alcun consiglio E come quei ch’adopera ed estima, d’un ronchione, avvisava un’altra scheggia Non era via da vestito di cappa, E se non fosse che da quel precinto Ma perché Malebolge inver’ la porta che l’una costa surge e l’altra scende; La lena m’era del polmon sì munta «Omai convien che tu così ti spoltre», sanza la qual chi sua vita consuma, E però leva sù; vinci l’ambascia Più lunga scala convien che si saglia; Leva’mi allor, mostrandomi fornito Su per lo scoglio prendemmo la via, Parlando andava per non parer fievole; Non so che disse, ancor che sovra ’l dosso Io era vòlto in giù, ma li occhi vivi da l’altro cinghio e dismontiam lo muro; «Altra risposta», disse, «non ti rendo Noi discendemmo il ponte da la testa e vidivi entro terribile stipa Più non si vanti Libia con sua rena; né tante pestilenzie né sì ree Tra questa cruda e tristissima copia con serpi le man dietro avean legate; Ed ecco a un ch’era da nostra proda, Né O sì tosto mai né I si scrisse, e poi che fu a terra sì distrutto, Così per li gran savi si confessa erba né biado in sua vita non pasce, E qual è quel che cade, e non sa como, quando si leva, che ’ntorno si mira tal era ’l peccator levato poscia. Lo duca il domandò poi chi ello era; Vita bestial mi piacque e non umana, E ïo al duca: «Dilli che non mucci, E ’l peccator, che ’ntese, non s’infinse, poi disse: «Più mi duol che tu m’hai colto Io non posso negar quel che tu chiedi; e falsamente già fu apposto altrui. apri li orecchi al mio annunzio, e odi. Tragge Marte vapor di Val di Magra sovra Campo Picen fia combattuto; E detto l’ho perché doler ti debbia!». Al fine de le sue parole il ladro Da indi in qua mi fuor le serpi amiche, e un’altra a le braccia, e rilegollo, Ahi Pistoia, Pistoia, ché non stanzi Per tutt’ i cerchi de lo ’nferno scuri El si fuggì che non parlò più verbo; Maremma non cred’ io che tante n’abbia, Sovra le spalle, dietro da la coppa, Lo mio maestro disse: «Questi è Caco, Non va co’ suoi fratei per un cammino, onde cessar le sue opere biece Mentre che sì parlava, ed el trascorse, se non quando gridar: «Chi siete voi?»; Io non li conoscea; ma ei seguette, dicendo: «Cianfa dove fia rimaso?»; Se tu se’ or, lettore, a creder lento Com’ io tenea levate in lor le ciglia, Co’ piè di mezzo li avvinse la pancia li diretani a le cosce distese, Ellera abbarbicata mai non fue Poi s’appiccar, come di calda cera come procede innanzi da l’ardore, Li altri due ’l riguardavano, e ciascuno Già eran li due capi un divenuti, Fersi le braccia due di quattro liste; Ogne primaio aspetto ivi era casso: Come ’l ramarro sotto la gran fersa sì pareva, venendo verso l’epe e quella parte onde prima è preso Lo trafitto ’l mirò, ma nulla disse; Elli ’l serpente e quei lui riguardava; Taccia Lucano ormai là dov’ e’ tocca Taccia di Cadmo e d’Aretusa Ovidio, ché due nature mai a fronte a fronte Insieme si rispuosero a tai norme, Le gambe con le cosce seco stesse Togliea la coda fessa la figura Io vidi intrar le braccia per l’ascelle, Poscia li piè di rietro, insieme attorti, Mentre che ’l fummo l’uno e l’altro vela l’un si levò e l’altro cadde giuso, Quel ch’era dritto, il trasse ver’ le tempie, ciò che non corse in dietro e si ritenne Quel che giacëa, il muso innanzi caccia, e la lingua, ch’avëa unita e presta L’anima ch’era fiera divenuta, Poscia li volse le novelle spalle, Così vid’ io la settima zavorra E avvegna che li occhi miei confusi ch’i’ non scorgessi ben Puccio Sciancato; l’altr’ era quel che tu, Gaville, piagni. Godi, Fiorenza, poi che se’ sì grande Tra li ladron trovai cinque cotali Ma se presso al mattin del ver si sogna, E se già fosse, non saria per tempo. Noi ci partimmo, e su per le scalee e proseguendo la solinga via, Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio perché non corra che virtù nol guidi; Quante ’l villan ch’al poggio si riposa, come la mosca cede a la zanzara, di tante fiamme tutta risplendea E qual colui che si vengiò con li orsi che nol potea sì con li occhi seguire, tal si move ciascuna per la gola Io stava sovra ’l ponte a veder surto, E ’l duca che mi vide tanto atteso, «Maestro mio», rispuos’ io, «per udirti chi è ’n quel foco che vien sì diviso Rispuose a me: «Là dentro si martira e dentro da la lor fiamma si geme Piangevisi entro l’arte per che, morta, «S’ei posson dentro da quelle faville che non mi facci de l’attender niego Ed elli a me: «La tua preghiera è degna Lascia parlare a me, ch’i’ ho concetto Poi che la fiamma fu venuta quivi «O voi che siete due dentro ad un foco, quando nel mondo li alti versi scrissi, Lo maggior corno de la fiamma antica indi la cima qua e là menando, mi diparti’ da Circe, che sottrasse né dolcezza di figlio, né la pieta vincer potero dentro a me l’ardore ma misi me per l’alto mare aperto L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna, Io e ’ compagni eravam vecchi e tardi acciò che l’uom più oltre non si metta; “O frati”, dissi “che per cento milia d’i nostri sensi ch’è del rimanente Considerate la vostra semenza: Li miei compagni fec’ io sì aguti, e volta nostra poppa nel mattino, Tutte le stelle già de l’altro polo Cinque volte racceso e tante casso quando n’apparve una montagna, bruna Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto; Tre volte il fé girar con tutte l’acque; infin che ’l mar fu sovra noi richiuso». Già era dritta in sù la fiamma e queta quand’ un’altra, che dietro a lei venìa, Come ’l bue cicilian che mugghiò prima mugghiava con la voce de l’afflitto, così, per non aver via né forame Ma poscia ch’ebber colto lor vïaggio udimmo dire: «O tu a cu’ io drizzo perch’ io sia giunto forse alquanto tardo, Se tu pur mo in questo mondo cieco dimmi se Romagnuoli han pace o guerra; Io era in giuso ancora attento e chino, E io, ch’avea già pronta la risposta, Romagna tua non è, e non fu mai, Ravenna sta come stata è molt’ anni: La terra che fé già la lunga prova E ’l mastin vecchio e ’l nuovo da Verrucchio, Le città di Lamone e di Santerno E quella cu’ il Savio bagna il fianco, Ora chi se’, ti priego che ne conte; Poscia che ’l foco alquanto ebbe rugghiato «S’i’ credesse che mia risposta fosse ma però che già mai di questo fondo Io fui uom d’arme, e poi fui cordigliero, se non fosse il gran prete, a cui mal prenda!, Mentre ch’io forma fui d’ossa e di polpe Li accorgimenti e le coperte vie Quando mi vidi giunto in quella parte ciò che pria mi piacëa, allor m’increbbe, Lo principe d’i novi Farisei, ché ciascun suo nimico era cristiano, né sommo officio né ordini sacri Ma come Costantin chiese Silvestro a guerir de la sua superba febbre; E’ poi ridisse: “Tuo cuor non sospetti; Lo ciel poss’ io serrare e diserrare, Allor mi pinser li argomenti gravi di quel peccato ov’ io mo cader deggio, Francesco venne poi, com’ io fu’ morto, Venir se ne dee giù tra ’ miei meschini ch’assolver non si può chi non si pente, Oh me dolente! come mi riscossi A Minòs mi portò; e quelli attorse disse: “Questi è d’i rei del foco furo”; Quand’ elli ebbe ’l suo dir così compiuto, Noi passamm’ oltre, e io e ’l duca mio, a quei che scommettendo acquistan carco. Chi poria mai pur con parole sciolte Ogne lingua per certo verria meno S’el s’aunasse ancor tutta la gente per li Troiani e per la lunga guerra con quella che sentio di colpi doglie a Ceperan, là dove fu bugiardo e qual forato suo membro e qual mozzo Già veggia, per mezzul perdere o lulla, Tra le gambe pendevan le minugia; Mentre che tutto in lui veder m’attacco, vedi come storpiato è Mäometto! E tutti li altri che tu vedi qui, Un diavolo è qua dietro che n’accisma quand’ avem volta la dolente strada; Ma tu chi se’ che ’n su lo scoglio muse, «Né morte ’l giunse ancor, né colpa ’l mena», a me, che morto son, convien menarlo Più fuor di cento che, quando l’udiro, «Or dì a fra Dolcin dunque che s’armi, sì di vivanda, che stretta di neve Poi che l’un piè per girsene sospese, Un altro, che forata avea la gola ristato a riguardar per maraviglia e disse: «O tu cui colpa non condanna rimembriti di Pier da Medicina, E fa saper a’ due miglior da Fano, gittati saran fuor di lor vasello Tra l’isola di Cipri e di Maiolica Quel traditor che vede pur con l’uno, farà venirli a parlamento seco; E io a lui: «Dimostrami e dichiara, Allor puose la mano a la mascella Questi, scacciato, il dubitar sommerse Oh quanto mi pareva sbigottito E un ch’avea l’una e l’altra man mozza, gridò: «Ricordera’ti anche del Mosca, E io li aggiunsi: «E morte di tua schiatta»; Ma io rimasi a riguardar lo stuolo, se non che coscïenza m’assicura, Io vidi certo, e ancor par ch’io ’l veggia, e ’l capo tronco tenea per le chiome, Di sé facea a sé stesso lucerna, Quando diritto al piè del ponte fue, che fuoro: «Or vedi la pena molesta, E perché tu di me novella porti, Io feci il padre e ’l figlio in sé ribelli; Perch’ io parti’ così giunte persone, Così s’osserva in me lo contrapasso». La molta gente e le diverse piaghe Ma Virgilio mi disse: «Che pur guate? Tu non hai fatto sì a l’altre bolge; E già la luna è sotto i nostri piedi; «Se tu avessi», rispuos’ io appresso, Parte sen giva, e io retro li andava, dov’ io tenea or li occhi sì a posta, Allor disse ’l maestro: «Non si franga ch’io vidi lui a piè del ponticello Tu eri allor sì del tutto impedito «O duca mio, la vïolenta morte fece lui disdegnoso; ond’ el sen gio Così parlammo infino al loco primo Quando noi fummo sor l’ultima chiostra lamenti saettaron me diversi, Qual dolor fora, se de li spedali fossero in una fossa tutti ’nsembre, Noi discendemmo in su l’ultima riva giù ver’ lo fondo, la ’ve la ministra Non credo ch’a veder maggior tristizia che li animali, infino al picciol vermo, si ristorar di seme di formiche; Qual sovra ’l ventre e qual sovra le spalle Passo passo andavam sanza sermone, Io vidi due sedere a sé poggiati, e non vidi già mai menare stregghia come ciascun menava spesso il morso e sì traevan giù l’unghie la scabbia, «O tu che con le dita ti dismaglie», dinne s’alcun Latino è tra costoro «Latin siam noi, che tu vedi sì guasti E ’l duca disse: «I’ son un che discendo Allor si ruppe lo comun rincalzo; Lo buon maestro a me tutto s’accolse, «Se la vostra memoria non s’imboli ditemi chi voi siete e di che genti; «Io fui d’Arezzo, e Albero da Siena», Vero è ch’i’ dissi lui, parlando a gioco: volle ch’i’ li mostrassi l’arte; e solo Ma ne l’ultima bolgia de le diece E io dissi al poeta: «Or fu già mai Onde l’altro lebbroso, che m’intese, e Niccolò che la costuma ricca e tra’ne la brigata in che disperse Ma perché sappi chi sì ti seconda sì vedrai ch’io son l’ombra di Capocchio, com’ io fui di natura buona scimia». Nel tempo che Iunone era crucciata Atamante divenne tanto insano, gridò: «Tendiam le reti, sì ch’io pigli prendendo l’un ch’avea nome Learco, E quando la fortuna volse in basso Ecuba trista, misera e cattiva, del mar si fu la dolorosa accorta, Ma né di Tebe furie né troiane quant’ io vidi in due ombre smorte e nude, L’una giunse a Capocchio, e in sul nodo E l’Aretin che rimase, tremando «Oh», diss’ io lui, «se l’altro non ti ficchi Ed elli a me: «Quell’ è l’anima antica Questa a peccar con esso così venne, per guadagnar la donna de la torma, E poi che i due rabbiosi fuor passati Io vidi un, fatto a guisa di lëuto, La grave idropesì, che sì dispaia faceva lui tener le labbra aperte «O voi che sanz’ alcuna pena siete, a la miseria del maestro Adamo; Li ruscelletti che d’i verdi colli sempre mi stanno innanzi, e non indarno, La rigida giustizia che mi fruga Ivi è Romena, là dov’ io falsai Ma s’io vedessi qui l’anima trista Dentro c’è l’una già, se l’arrabbiate S’io fossi pur di tanto ancor leggero cercando lui tra questa gente sconcia, Io son per lor tra sì fatta famiglia; E io a lui: «Chi son li due tapini «Qui li trovai—e poi volta non dierno—», L’una è la falsa ch’accusò Gioseppo; E l’un di lor, che si recò a noia Quella sonò come fosse un tamburo; dicendo a lui: «Ancor che mi sia tolto Ond’ ei rispuose: «Quando tu andavi E l’idropico: «Tu di’ ver di questo: «S’io dissi falso, e tu falsasti il conio», «Ricorditi, spergiuro, del cavallo», «E te sia rea la sete onde ti crepa», Allora il monetier: «Così si squarcia tu hai l’arsura e ’l capo che ti duole, Ad ascoltarli er’ io del tutto fisso, Quand’ io ’l senti’ a me parlar con ira, Qual è colui che suo dannaggio sogna, tal mi fec’ io, non possendo parlare, «Maggior difetto men vergogna lava», E fa ragion ch’io ti sia sempre allato, ché voler ciò udire è bassa voglia». Una medesma lingua pria mi morse, così od’ io che solea far la lancia Noi demmo il dosso al misero vallone Quiv’ era men che notte e men che giorno, tanto ch’avrebbe ogne tuon fatto fioco, Dopo la dolorosa rotta, quando Poco portäi in là volta la testa, Ed elli a me: «Però che tu trascorri Tu vedrai ben, se tu là ti congiungi, Poi caramente mi prese per mano sappi che non son torri, ma giganti, Come quando la nebbia si dissipa, così forando l’aura grossa e scura, però che, come su la cerchia tonda torreggiavan di mezza la persona E io scorgeva già d’alcun la faccia, Natura certo, quando lasciò l’arte E s’ella d’elefanti e di balene ché dove l’argomento de la mente La faccia sua mi parea lunga e grossa sì che la ripa, ch’era perizoma tre Frison s’averien dato mal vanto; «Raphèl maì amècche zabì almi», E ’l duca mio ver’ lui: «Anima sciocca, Cércati al collo, e troverai la soga Poi disse a me: «Elli stessi s’accusa; Lasciànlo stare e non parliamo a vòto; Facemmo adunque più lungo vïaggio, A cigner lui qual che fosse ’l maestro, d’una catena che ’l tenea avvinto «Questo superbo volle esser esperto Fïalte ha nome, e fece le gran prove E io a lui: «S’esser puote, io vorrei Ond’ ei rispuose: «Tu vedrai Anteo Quel che tu vuo’ veder, più là è molto Non fu tremoto già tanto rubesto, Allor temett’ io più che mai la morte, Noi procedemmo più avante allotta, «O tu che ne la fortunata valle recasti già mille leon per preda, ch’avrebber vinto i figli de la terra: Non ci fare ire a Tizio né a Tifo: Ancor ti può nel mondo render fama, Così disse ’l maestro; e quelli in fretta Virgilio, quando prender si sentio, Qual pare a riguardar la Carisenda tal parve Antëo a me che stava a bada Ma lievemente al fondo che divora e come albero in nave si levò. S’ïo avessi le rime aspre e chiocce, io premerei di mio concetto il suco ché non è impresa da pigliare a gabbo Ma quelle donne aiutino il mio verso Oh sovra tutte mal creata plebe Come noi fummo giù nel pozzo scuro dicere udi’mi: «Guarda come passi: Per ch’io mi volsi, e vidimi davante Non fece al corso suo sì grosso velo com’ era quivi; che se Tambernicchi E come a gracidar si sta la rana livide, insin là dove appar vergogna Ognuna in giù tenea volta la faccia; Quand’ io m’ebbi dintorno alquanto visto, «Ditemi, voi che sì strignete i petti», li occhi lor, ch’eran pria pur dentro molli, Con legno legno spranga mai non cinse E un ch’avea perduti ambo li orecchi Se vuoi saper chi son cotesti due, D’un corpo usciro; e tutta la Caina non quelli a cui fu rotto il petto e l’ombra col capo sì, ch’i’ non veggio oltre più, E perché non mi metti in più sermoni, Poscia vid’ io mille visi cagnazzi E mentre ch’andavamo inver’ lo mezzo se voler fu o destino o fortuna, Piangendo mi sgridò: «Perché mi peste? E io: «Maestro mio, or qui m’aspetta, Lo duca stette, e io dissi a colui «Or tu chi se’ che vai per l’Antenora, «Vivo son io, e caro esser ti puote», Ed elli a me: «Del contrario ho io brama. Allor lo presi per la cuticagna Ond’ elli a me: «Perché tu mi dischiomi, Io avea già i capelli in mano avvolti, quando un altro gridò: «Che hai tu, Bocca? «Omai», diss’ io, «non vo’ che più favelle, «Va via», rispuose, «e ciò che tu vuoi conta; El piange qui l’argento de’ Franceschi: Se fossi domandato “Altri chi v’era?”, Gianni de’ Soldanier credo che sia Noi eravam partiti già da ello, e come ’l pan per fame si manduca, non altrimenti Tidëo si rose «O tu che mostri per sì bestial segno che se tu a ragion di lui ti piangi, se quella con ch’io parlo non si secca». La bocca sollevò dal fiero pasto Poi cominciò: «Tu vuo’ ch’io rinovelli Ma se le mie parole esser dien seme Io non so chi tu se’ né per che modo Tu dei saper ch’i’ fui conte Ugolino, Che per l’effetto de’ suo’ mai pensieri, però quel che non puoi avere inteso, Breve pertugio dentro da la Muda, m’avea mostrato per lo suo forame Questi pareva a me maestro e donno, Con cagne magre, studïose e conte In picciol corso mi parieno stanchi Quando fui desto innanzi la dimane, Ben se’ crudel, se tu già non ti duoli Già eran desti, e l’ora s’appressava e io senti’ chiavar l’uscio di sotto Io non piangëa, sì dentro impetrai: Perciò non lagrimai né rispuos’ io Come un poco di raggio si fu messo ambo le man per lo dolor mi morsi; e disser: “Padre, assai ci fia men doglia Queta’mi allor per non farli più tristi; Poscia che fummo al quarto dì venuti, Quivi morì; e come tu mi vedi, già cieco, a brancolar sovra ciascuno, Quand’ ebbe detto ciò, con li occhi torti Ahi Pisa, vituperio de le genti muovasi la Capraia e la Gorgona, Che se ’l conte Ugolino aveva voce Innocenti facea l’età novella, Noi passammo oltre, là ’ve la gelata Lo pianto stesso lì pianger non lascia, ché le lagrime prime fanno groppo, E avvegna che, sì come d’un callo, già mi parea sentire alquanto vento; Ond’ elli a me: «Avaccio sarai dove E un de’ tristi de la fredda crosta levatemi dal viso i duri veli, Per ch’io a lui: «Se vuo’ ch’i’ ti sovvegna, Rispuose adunque: «I’ son frate Alberigo; «Oh», diss’ io lui, «or se’ tu ancor morto?». Cotal vantaggio ha questa Tolomea, E perché tu più volentier mi rade come fec’ ïo, il corpo suo l’è tolto Ella ruina in sì fatta cisterna; Tu ’l dei saper, se tu vien pur mo giuso: «Io credo», diss’ io lui, «che tu m’inganni; «Nel fosso sù», diss’ el, «de’ Malebranche, che questi lasciò il diavolo in sua vece Ma distendi oggimai in qua la mano; Ahi Genovesi, uomini diversi Ché col peggiore spirto di Romagna e in corpo par vivo ancor di sopra. «Vexilla regis prodeunt inferni Come quando una grossa nebbia spira, veder mi parve un tal dificio allotta; Già era, e con paura il metto in metro, Altre sono a giacere; altre stanno erte, Quando noi fummo fatti tanto avante, d’innanzi mi si tolse e fé restarmi, Com’ io divenni allor gelato e fioco, Io non mori’ e non rimasi vivo; Lo ’mperador del doloroso regno che i giganti non fan con le sue braccia: S’el fu sì bel com’ elli è ora brutto, Oh quanto parve a me gran maraviglia l’altr’ eran due, che s’aggiugnieno a questa e la destra parea tra bianca e gialla; Sotto ciascuna uscivan due grand’ ali, Non avean penne, ma di vispistrello quindi Cocito tutto s’aggelava. Da ogne bocca dirompea co’ denti A quel dinanzi il mordere era nulla «Quell’ anima là sù c’ha maggior pena», De li altri due c’hanno il capo di sotto, e l’altro è Cassio, che par sì membruto. Com’ a lui piacque, il collo li avvinghiai; appigliò sé a le vellute coste; Quando noi fummo là dove la coscia volse la testa ov’ elli avea le zanche, «Attienti ben, ché per cotali scale», Poi uscì fuor per lo fóro d’un sasso Io levai li occhi e credetti vedere e s’io divenni allora travagliato, «Lèvati sù», disse ’l maestro, «in piede: Non era camminata di palagio «Prima ch’io de l’abisso mi divella, ov’ è la ghiaccia? e questi com’ è fitto Ed elli a me: «Tu imagini ancora Di là fosti cotanto quant’ io scesi; E se’ or sotto l’emisperio giunto fu l’uom che nacque e visse sanza pecca; Qui è da man, quando di là è sera; Da questa parte cadde giù dal cielo; e venne a l’emisperio nostro; e forse Luogo è là giù da Belzebù remoto d’un ruscelletto che quivi discende Lo duca e io per quel cammino ascoso salimmo sù, el primo e io secondo, E quindi uscimmo a riveder le stelle. Per correr miglior acque alza le vele e canterò di quel secondo regno Ma qui la morta poesì resurga, seguitando il mio canto con quel suono Dolce color d’orïental zaffiro, a li occhi miei ricominciò diletto, Lo bel pianeto che d’amar conforta I’ mi volsi a man destra, e puosi mente Goder pareva ’l ciel di lor fiammelle: Com’ io da loro sguardo fui partito, vidi presso di me un veglio solo, Lunga la barba e di pel bianco mista Li raggi de le quattro luci sante «Chi siete voi che contro al cieco fiume «Chi v’ha guidati, o che vi fu lucerna, Son le leggi d’abisso così rotte? Lo duca mio allor mi diè di piglio, Poscia rispuose lui: «Da me non venni: Ma da ch’è tuo voler che più si spieghi Questi non vide mai l’ultima sera; Sì com’ io dissi, fui mandato ad esso Mostrata ho lui tutta la gente ria; Com’ io l’ho tratto, saria lungo a dirti; Or ti piaccia gradir la sua venuta: Tu ’l sai, ché non ti fu per lei amara Non son li editti etterni per noi guasti, di Marzia tua, che ’n vista ancor ti priega, Lasciane andar per li tuoi sette regni; «Marzïa piacque tanto a li occhi miei Or che di là dal mal fiume dimora, Ma se donna del ciel ti move e regge, Va dunque, e fa che tu costui ricinghe ché non si converria, l’occhio sorpriso Questa isoletta intorno ad imo ad imo, null’ altra pianta che facesse fronda Poscia non sia di qua vostra reddita; Così sparì; e io sù mi levai El cominciò: «Figliuol, segui i miei passi: L’alba vinceva l’ora mattutina Noi andavam per lo solingo piano Quando noi fummo là ’ve la rugiada ambo le mani in su l’erbetta sparte porsi ver’ lui le guance lagrimose; Venimmo poi in sul lito diserto, Quivi mi cinse sì com’ altrui piacque: subitamente là onde l’avelse. Già era ’l sole a l’orizzonte giunto e la notte, che opposita a lui cerchia, sì che le bianche e le vermiglie guance, Noi eravam lunghesso mare ancora, Ed ecco, qual, sorpreso dal mattino, cotal m’apparve, s’io ancor lo veggia, Dal qual com’ io un poco ebbi ritratto Poi d’ogne lato ad esso m’appario Lo mio maestro ancor non facea motto, gridò: «Fa, fa che le ginocchia cali. Vedi che sdegna li argomenti umani, Vedi come l’ha dritte verso ’l cielo, Poi, come più e più verso noi venne ma chinail giuso; e quei sen venne a riva Da poppa stava il celestial nocchiero, ‘In exitu Isräel de Aegypto’ Poi fece il segno lor di santa croce; La turba che rimase lì, selvaggia Da tutte parti saettava il giorno quando la nova gente alzò la fronte E Virgilio rispuose: «Voi credete Dianzi venimmo, innanzi a voi un poco, L’anime, che si fuor di me accorte, E come a messagger che porta ulivo così al viso mio s’affisar quelle Io vidi una di lor trarresi avante Ohi ombre vane, fuor che ne l’aspetto! Di maraviglia, credo, mi dipinsi; Soavemente disse ch’io posasse; Rispuosemi: «Così com’ io t’amai «Casella mio, per tornar altra volta Ed elli a me: «Nessun m’è fatto oltraggio, ché di giusto voler lo suo si face: Ond’ io, ch’era ora a la marina vòlto A quella foce ha elli or dritta l’ala, E io: «Se nuova legge non ti toglie di ciò ti piaccia consolare alquanto ‘Amor che ne la mente mi ragiona’ Lo mio maestro e io e quella gente Noi eravam tutti fissi e attenti qual negligenza, quale stare è questo? Come quando, cogliendo biado o loglio, se cosa appare ond’ elli abbian paura, così vid’ io quella masnada fresca né la nostra partita fu men tosta. Avvegna che la subitana fuga i’ mi ristrinsi a la fida compagna: El mi parea da sé stesso rimorso: Quando li piedi suoi lasciar la fretta, lo ’ntento rallargò, sì come vaga, Lo sol, che dietro fiammeggiava roggio, Io mi volsi dallato con paura e ’l mio conforto: «Perché pur diffidi?», Vespero è già colà dov’ è sepolto Ora, se innanzi a me nulla s’aombra, A sofferir tormenti, caldi e geli Matto è chi spera che nostra ragione State contenti, umana gente, al quia; e disïar vedeste sanza frutto io dico d’Aristotile e di Plato Noi divenimmo intanto a piè del monte; Tra Lerice e Turbìa la più diserta, «Or chi sa da qual man la costa cala», E mentre ch’e’ tenendo ’l viso basso da man sinistra m’apparì una gente «Leva», diss’ io, «maestro, li occhi tuoi: Guardò allora, e con libero piglio Ancora era quel popol di lontano, quando si strinser tutti ai duri massi «O ben finiti, o già spiriti eletti», ditene dove la montagna giace, Come le pecorelle escon del chiuso e ciò che fa la prima, e l’altre fanno, sì vid’ io muovere a venir la testa Come color dinanzi vider rotta restaro, e trasser sé in dietro alquanto, «Sanza vostra domanda io vi confesso Non vi maravigliate, ma credete Così ’l maestro; e quella gente degna E un di loro incominciò: «Chiunque Io mi volsi ver’ lui e guardail fiso: Quand’ io mi fui umilmente disdetto Poi sorridendo disse: «Io son Manfredi, vadi a mia bella figlia, genitrice Poscia ch’io ebbi rotta la persona Orribil furon li peccati miei; Se ’l pastor di Cosenza, che a la caccia l’ossa del corpo mio sarieno ancora Or le bagna la pioggia e move il vento Per lor maladizion sì non si perde, Vero è che quale in contumacia more per ognun tempo ch’elli è stato, trenta, Vedi oggimai se tu mi puoi far lieto, ché qui per quei di là molto s’avanza». Quando per dilettanze o ver per doglie, par ch’a nulla potenza più intenda; E però, quando s’ode cosa o vede ch’altra potenza è quella che l’ascolta, Di ciò ebb’ io esperïenza vera, lo sole, e io non m’era accorto, quando Maggiore aperta molte volte impruna che non era la calla onde salìne Vassi in Sanleo e discendesi in Noli, dico con l’ale snelle e con le piume Noi salavam per entro ’l sasso rotto, Poi che noi fummo in su l’orlo suppremo Ed elli a me: «Nessun tuo passo caggia; Lo sommo er’ alto che vincea la vista, Io era lasso, quando cominciai: «Figliuol mio», disse, «infin quivi ti tira», Sì mi spronaron le parole sue, A seder ci ponemmo ivi ambedui Li occhi prima drizzai ai bassi liti; Ben s’avvide il poeta ch’ïo stava Ond’ elli a me: «Se Castore e Poluce tu vedresti il Zodïaco rubecchio Come ciò sia, se ’l vuoi poter pensare, sì, ch’amendue hanno un solo orizzòn vedrai come a costui convien che vada «Certo, maestro mio,» diss’ io, «unquanco che ’l mezzo cerchio del moto superno, per la ragion che di’, quinci si parte Ma se a te piace, volontier saprei Ed elli a me: «Questa montagna è tale, Però, quand’ ella ti parrà soave allor sarai al fin d’esto sentiero; E com’ elli ebbe sua parola detta, Al suon di lei ciascun di noi si torse, Là ci traemmo; e ivi eran persone E un di lor, che mi sembiava lasso, «O dolce segnor mio», diss’ io, «adocchia Allor si volse a noi e puose mente, Conobbi allor chi era, e quella angoscia ch’a lui fu’ giunto, alzò la testa a pena, Li atti suoi pigri e le corte parole di te omai; ma dimmi: perché assiso Ed elli: «O frate, andar in sù che porta? Prima convien che tanto il ciel m’aggiri se orazïone in prima non m’aita E già il poeta innanzi mi saliva, cuopre la notte già col piè Morrocco». Io era già da quell’ ombre partito, una gridò: «Ve’ che non par che luca Li occhi rivolsi al suon di questo motto, «Perché l’animo tuo tanto s’impiglia», Vien dietro a me, e lascia dir le genti: ché sempre l’omo in cui pensier rampolla Che potea io ridir, se non «Io vegno»? E ’ntanto per la costa di traverso Quando s’accorser ch’i’ non dava loco e due di loro, in forma di messaggi, E ’l mio maestro: «Voi potete andarne Se per veder la sua ombra restaro, Vapori accesi non vid’ io sì tosto che color non tornasser suso in meno; «Questa gente che preme a noi è molta, «O anima che vai per esser lieta Guarda s’alcun di noi unqua vedesti, Noi fummo tutti già per forza morti, sì che, pentendo e perdonando, fora E io: «Perché ne’ vostri visi guati, voi dite, e io farò per quella pace E uno incominciò: «Ciascun si fida Ond’ io, che solo innanzi a li altri parlo, che tu mi sie di tuoi prieghi cortese Quindi fu’ io; ma li profondi fóri là dov’ io più sicuro esser credea: Ma s’io fosse fuggito inver’ la Mira, Corsi al palude, e le cannucce e ’l braco Poi disse un altro: «Deh, se quel disio Io fui di Montefeltro, io son Bonconte; E io a lui: «Qual forza o qual ventura «Oh!», rispuos’ elli, «a piè del Casentino Là ’ve ’l vocabol suo diventa vano, Quivi perdei la vista e la parola; Io dirò vero, e tu ’l ridì tra ’ vivi: Tu te ne porti di costui l’etterno Ben sai come ne l’aere si raccoglie Giunse quel mal voler che pur mal chiede Indi la valle, come ’l dì fu spento, sì che ’l pregno aere in acqua si converse; e come ai rivi grandi si convenne, Lo corpo mio gelato in su la foce ch’i’ fe’ di me quando ’l dolor mi vinse; «Deh, quando tu sarai tornato al mondo «ricorditi di me, che son la Pia; disposando m’avea con la sua gemma». Quando si parte il gioco de la zara, con l’altro se ne va tutta la gente; el non s’arresta, e questo e quello intende; Tal era io in quella turba spessa, Quiv’ era l’Aretin che da le braccia Quivi pregava con le mani sporte Vidi conte Orso e l’anima divisa Pier da la Broccia dico; e qui proveggia, Come libero fui da tutte quante io cominciai: «El par che tu mi nieghi, e questa gente prega pur di questo: Ed elli a me: «La mia scrittura è piana; ché cima di giudicio non s’avvalla e là dov’ io fermai cotesto punto, Veramente a così alto sospetto Non so se ’ntendi: io dico di Beatrice; E io: «Segnore, andiamo a maggior fretta, «Noi anderem con questo giorno innanzi», Prima che sie là sù, tornar vedrai Ma vedi là un’anima che, posta Venimmo a lei: o anima lombarda, Ella non ci dicëa alcuna cosa, Pur Virgilio si trasse a lei, pregando ma di nostro paese e de la vita surse ver’ lui del loco ove pria stava, Ahi serva Italia, di dolore ostello, Quell’ anima gentil fu così presta, e ora in te non stanno sanza guerra Cerca, misera, intorno da le prode Che val perché ti racconciasse il freno Ahi gente che dovresti esser devota, guarda come esta fiera è fatta fella O Alberto tedesco ch’abbandoni giusto giudicio da le stelle caggia Ch’avete tu e ’l tuo padre sofferto, Vieni a veder Montecchi e Cappelletti, Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura Vieni a veder la tua Roma che piagne Vieni a veder la gente quanto s’ama! E se licito m’è, o sommo Giove O è preparazion che ne l’abisso Ché le città d’Italia tutte piene Fiorenza mia, ben puoi esser contenta Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca Molti rifiutan lo comune incarco; Or ti fa lieta, ché tu hai ben onde: Atene e Lacedemona, che fenno verso di te, che fai tanto sottili Quante volte, del tempo che rimembre, E se ben ti ricordi e vedi lume, ma con dar volta suo dolore scherma. Poscia che l’accoglienze oneste e liete «Anzi che a questo monte fosser volte Io son Virgilio; e per null’ altro rio Qual è colui che cosa innanzi sé tal parve quelli; e poi chinò le ciglia, «O gloria di Latin», disse, «per cui qual merito o qual grazia mi ti mostra? «Per tutt’ i cerchi del dolente regno», Non per far, ma per non fare ho perduto Luogo è là giù non tristo di martìri, Quivi sto io coi pargoli innocenti quivi sto io con quei che le tre sante Ma se tu sai e puoi, alcuno indizio Rispuose: «Loco certo non c’è posto; Ma vedi già come dichina il giorno, Anime sono a destra qua remote; «Com’ è ciò?», fu risposto. «Chi volesse E ’l buon Sordello in terra fregò ’l dito, non però ch’altra cosa desse briga, Ben si poria con lei tornare in giuso Allora il mio segnor, quasi ammirando, Poco allungati c’eravam di lici, «Colà», disse quell’ ombra, «n’anderemo Tra erto e piano era un sentiero schembo, Oro e argento fine, cocco e biacca, da l’erba e da li fior, dentr’ a quel seno Non avea pur natura ivi dipinto, ‘Salve, Regina’ in sul verde e ’n su’ fiori «Prima che ’l poco sole omai s’annidi», Di questo balzo meglio li atti e ’ volti Colui che più siede alto e fa sembianti Rodolfo imperador fu, che potea L’altro che ne la vista lui conforta, Ottacchero ebbe nome, e ne le fasce E quel nasetto che stretto a consiglio guardate là come si batte il petto! Padre e suocero son del mal di Francia: Quel che par sì membruto e che s’accorda, e se re dopo lui fosse rimaso che non si puote dir de l’altre rede; Rade volte risurge per li rami Anche al nasuto vanno mie parole Tant’ è del seme suo minor la pianta, Vedete il re de la semplice vita Quel che più basso tra costor s’atterra, fa pianger Monferrato e Canavese». Era già l’ora che volge il disio e che lo novo peregrin d’amore quand’ io incominciai a render vano Ella giunse e levò ambo le palme, ‘Te lucis ante’ sì devotamente e l’altre poi dolcemente e devote Aguzza qui, lettor, ben li occhi al vero, Io vidi quello essercito gentile e vidi uscir de l’alto e scender giùe Verdi come fogliette pur mo nate L’un poco sovra noi a star si venne, Ben discernëa in lor la testa bionda; «Ambo vegnon del grembo di Maria», Ond’ io, che non sapeva per qual calle, E Sordello anco: «Or avvalliamo omai Solo tre passi credo ch’i’ scendesse, Temp’ era già che l’aere s’annerava, Ver’ me si fece, e io ver’ lui mi fei: Nullo bel salutar tra noi si tacque; «Oh!», diss’ io lui, «per entro i luoghi tristi E come fu la mia risposta udita, L’uno a Virgilio e l’altro a un si volse Poi, vòlto a me: «Per quel singular grado quando sarai di là da le larghe onde, Non credo che la sua madre più m’ami, Per lei assai di lieve si comprende Non le farà sì bella sepultura Così dicea, segnato de la stampa, Li occhi miei ghiotti andavan pur al cielo, E ’l duca mio: «Figliuol, che là sù guarde?». Ond’ elli a me: «Le quattro chiare stelle Com’ ei parlava, e Sordello a sé il trasse Da quella parte onde non ha riparo Tra l’erba e ’ fior venìa la mala striscia, Io non vidi, e però dicer non posso, Sentendo fender l’aere a le verdi ali, L’ombra che s’era al giudice raccolta «Se la lucerna che ti mena in alto cominciò ella, «se novella vera Fui chiamato Currado Malaspina; «Oh!», diss’ io lui, «per li vostri paesi La fama che la vostra casa onora, e io vi giuro, s’io di sopra vada, Uso e natura sì la privilegia, Ed elli: «Or va; che ’l sol non si ricorca che cotesta cortese oppinïone se corso di giudicio non s’arresta». La concubina di Titone antico di gemme la sua fronte era lucente, e la notte, de’ passi con che sale, quand’ io, che meco avea di quel d’Adamo, Ne l’ora che comincia i tristi lai e che la mente nostra, peregrina in sogno mi parea veder sospesa ed esser mi parea là dove fuoro Fra me pensava: ‘Forse questa fiede Poi mi parea che, poi rotata un poco, Ivi parea che ella e io ardesse; Non altrimenti Achille si riscosse, quando la madre da Chirón a Schiro che mi scoss’ io, sì come da la faccia Dallato m’era solo il mio conforto, «Non aver tema», disse il mio segnore; Tu se’ omai al purgatorio giunto: Dianzi, ne l’alba che procede al giorno, venne una donna, e disse: “I’ son Lucia; Sordel rimase e l’altre genti forme; Qui ti posò, ma pria mi dimostraro A guisa d’uom che ’n dubbio si raccerta mi cambia’ io; e come sanza cura Lettor, tu vedi ben com’ io innalzo Noi ci appressammo, ed eravamo in parte vidi una porta, e tre gradi di sotto E come l’occhio più e più v’apersi, e una spada nuda avëa in mano, «Dite costinci: che volete voi?», «Donna del ciel, di queste cose accorta», «Ed ella i passi vostri in bene avanzi», Là ne venimmo; e lo scaglion primaio Era il secondo tinto più che perso, Lo terzo, che di sopra s’ammassiccia, Sovra questo tenëa ambo le piante Per li tre gradi sù di buona voglia Divoto mi gittai a’ santi piedi; Sette P ne la fronte mi descrisse Cenere, o terra che secca si cavi, L’una era d’oro e l’altra era d’argento; «Quandunque l’una d’este chiavi falla, Più cara è l’una; ma l’altra vuol troppa Da Pier le tegno; e dissemi ch’i’ erri Poi pinse l’uscio a la porta sacrata, E quando fuor ne’ cardini distorti non rugghiò sì né si mostrò sì acra Io mi rivolsi attento al primo tuono, Tale imagine a punto mi rendea ch’or sì or no s’intendon le parole. Poi fummo dentro al soglio de la porta sonando la senti’ esser richiusa; Noi salavam per una pietra fessa, «Qui si conviene usare un poco d’arte», E questo fece i nostri passi scarsi, che noi fossimo fuor di quella cruna; ïo stancato e amendue incerti Da la sua sponda, ove confina il vano, e quanto l’occhio mio potea trar d’ale, Là sù non eran mossi i piè nostri anco, esser di marmo candido e addorno L’angel che venne in terra col decreto dinanzi a noi pareva sì verace Giurato si saria ch’el dicesse ‘Ave!’; e avea in atto impressa esta favella «Non tener pur ad un loco la mente», Per ch’i’ mi mossi col viso, e vedea un’altra storia ne la roccia imposta; Era intagliato lì nel marmo stesso Dinanzi parea gente; e tutta quanta, Similemente al fummo de li ’ncensi Lì precedeva al benedetto vaso, Di contra, effigïata ad una vista I’ mossi i piè del loco dov’ io stava, Quiv’ era storïata l’alta gloria i’ dico di Traiano imperadore; Intorno a lui parea calcato e pieno La miserella intra tutti costoro ed elli a lei rispondere: «Or aspetta «se tu non torni?»; ed ei: «Chi fia dov’ io, ond’ elli: «Or ti conforta; ch’ei convene Colui che mai non vide cosa nova Mentr’ io mi dilettava di guardare «Ecco di qua, ma fanno i passi radi», Li occhi miei, ch’a mirare eran contenti Non vo’ però, lettor, che tu ti smaghi Non attender la forma del martìre: Io cominciai: «Maestro, quel ch’io veggio Ed elli a me: «La grave condizione Ma guarda fiso là, e disviticchia O superbi cristian, miseri lassi, non v’accorgete voi che noi siam vermi Di che l’animo vostro in alto galla, Come per sostentar solaio o tetto, la qual fa del non ver vera rancura Vero è che più e meno eran contratti piangendo parea dicer: ‘Più non posso’. «O Padre nostro, che ne’ cieli stai, laudato sia ’l tuo nome e ’l tuo valore Vegna ver’ noi la pace del tuo regno, Come del suo voler li angeli tuoi Dà oggi a noi la cotidiana manna, E come noi lo mal ch’avem sofferto Nostra virtù che di legger s’adona, Quest’ ultima preghiera, segnor caro, Così a sé e noi buona ramogna disparmente angosciate tutte a tondo Se di là sempre ben per noi si dice, Ben si de’ loro atar lavar le note «Deh, se giustizia e pietà vi disgrievi mostrate da qual mano inver’ la scala ché questi che vien meco, per lo ’ncarco Le lor parole, che rendero a queste ma fu detto: «A man destra per la riva E s’io non fossi impedito dal sasso cotesti, ch’ancor vive e non si noma, Io fui latino e nato d’un gran Tosco: L’antico sangue e l’opere leggiadre ogn’ uomo ebbi in despetto tanto avante, Io sono Omberto; e non pur a me danno E qui convien ch’io questo peso porti Ascoltando chinai in giù la faccia; e videmi e conobbemi e chiamava, «Oh!», diss’ io lui, «non se’ tu Oderisi, «Frate», diss’ elli, «più ridon le carte Ben non sare’ io stato sì cortese Di tal superbia qui si paga il fio; Oh vana gloria de l’umane posse! Credette Cimabue ne la pittura Così ha tolto l’uno a l’altro Guido Non è il mondan romore altro ch’un fiato Che voce avrai tu più, se vecchia scindi pria che passin mill’ anni? ch’è più corto Colui che del cammin sì poco piglia ond’ era sire quando fu distrutta La vostra nominanza è color d’erba, E io a lui: «Tuo vero dir m’incora «Quelli è», rispuose, «Provenzan Salvani; Ito è così e va, sanza riposo, E io: «Se quello spirito ch’attende, se buona orazïon lui non aita, «Quando vivea più glorïoso», disse, e lì, per trar l’amico suo di pena, Più non dirò, e scuro so che parlo; Quest’ opera li tolse quei confini». Di pari, come buoi che vanno a giogo, Ma quando disse: «Lascia lui e varca; dritto sì come andar vuolsi rife’mi Io m’era mosso, e seguia volontieri ed el mi disse: «Volgi li occhi in giùe: Come, perché di lor memoria sia, onde lì molte volte si ripiagne sì vid’ io lì, ma di miglior sembianza Vedea colui che fu nobil creato Vedëa Brïareo fitto dal telo Vedea Timbreo, vedea Pallade e Marte, Vedea Nembròt a piè del gran lavoro O Nïobè, con che occhi dolenti O Saùl, come in su la propria spada O folle Aragne, sì vedea io te O Roboàm, già non par che minacci Mostrava ancor lo duro pavimento Mostrava come i figli si gittaro Mostrava la ruina e ’l crudo scempio Mostrava come in rotta si fuggiro Vedeva Troia in cenere e in caverne; Qual di pennel fu maestro o di stile Morti li morti e i vivi parean vivi: Or superbite, e via col viso altero, Più era già per noi del monte vòlto quando colui che sempre innanzi atteso Vedi colà un angel che s’appresta Di reverenza il viso e li atti addorna, Io era ben del suo ammonir uso A noi venìa la creatura bella, Le braccia aperse, e indi aperse l’ale; A questo invito vegnon molto radi: Menocci ove la roccia era tagliata; Come a man destra, per salire al monte si rompe del montar l’ardita foga così s’allenta la ripa che cade Noi volgendo ivi le nostre persone, Ahi quanto son diverse quelle foci Già montavam su per li scaglion santi, Ond’ io: «Maestro, dì, qual cosa greve Rispuose: «Quando i P che son rimasi fier li tuoi piè dal buon voler sì vinti, Allor fec’ io come color che vanno per che la mano ad accertar s’aiuta, e con le dita de la destra scempie a che guardando, il mio duca sorrise. Noi eravamo al sommo de la scala, Ivi così una cornice lega Ombra non lì è né segno che si paia: «Se qui per dimandar gente s’aspetta», Poi fisamente al sole li occhi porse; «O dolce lume a cui fidanza i’ entro Tu scaldi il mondo, tu sovr’ esso luci; Quanto di qua per un migliaio si conta, e verso noi volar furon sentiti, La prima voce che passò volando E prima che del tutto non si udisse «Oh!», diss’ io, «padre, che voci son queste?». E ’l buon maestro: «Questo cinghio sferza Lo fren vuol esser del contrario suono; Ma ficca li occhi per l’aere ben fiso, Allora più che prima li occhi apersi; E poi che fummo un poco più avanti, Non credo che per terra vada ancoi ché, quando fui sì presso di lor giunto, Di vil ciliccio mi parean coperti, Così li ciechi a cui la roba falla, perché ’n altrui pietà tosto si pogna, E come a li orbi non approda il sole, ché a tutti un fil di ferro i cigli fóra A me pareva, andando, fare oltraggio, Ben sapev’ ei che volea dir lo muto; Virgilio mi venìa da quella banda da l’altra parte m’eran le divote Volsimi a loro e: «O gente sicura», se tosto grazia resolva le schiume ditemi, ché mi fia grazioso e caro, «O frate mio, ciascuna è cittadina Questo mi parve per risposta udire Tra l’altre vidi un’ombra ch’aspettava «Spirto», diss’ io, «che per salir ti dome, «Io fui sanese», rispuose, «e con questi Savia non fui, avvegna che Sapìa E perché tu non creda ch’io t’inganni, Eran li cittadin miei presso a Colle Rotti fuor quivi e vòlti ne li amari tanto ch’io volsi in sù l’ardita faccia, Pace volli con Dio in su lo stremo se ciò non fosse, ch’a memoria m’ebbe Ma tu chi se’, che nostre condizioni «Li occhi», diss’ io, «mi fieno ancor qui tolti, Troppa è più la paura ond’ è sospesa Ed ella a me: «Chi t’ha dunque condotto E vivo sono; e però mi richiedi, «Oh, questa è a udir sì cosa nuova», E cheggioti, per quel che tu più brami, Tu li vedrai tra quella gente vana ma più vi perderanno li ammiragli». «Chi è costui che ’l nostro monte cerchia «Non so chi sia, ma so ch’e’ non è solo; Così due spirti, l’uno a l’altro chini, e disse l’uno: «O anima che fitta onde vieni e chi se’; ché tu ne fai E io: «Per mezza Toscana si spazia Di sovr’ esso rech’ io questa persona: «Se ben lo ’ntendimento tuo accarno E l’altro disse lui: «Perché nascose E l’ombra che di ciò domandata era, ché dal principio suo, ov’ è sì pregno infin là ’ve si rende per ristoro vertù così per nimica si fuga ond’ hanno sì mutata lor natura Tra brutti porci, più degni di galle Botoli trova poi, venendo giuso, Vassi caggendo; e quant’ ella più ’ngrossa, Discesa poi per più pelaghi cupi, Né lascerò di dir perch’ altri m’oda; Io veggio tuo nepote che diventa Vende la carne loro essendo viva; Sanguinoso esce de la trista selva; Com’ a l’annunzio di dogliosi danni così vid’ io l’altr’ anima, che volta Lo dir de l’una e de l’altra la vista per che lo spirto che di pria parlòmi Ma da che Dio in te vuol che traluca Fu il sangue mio d’invidia sì rïarso, Di mia semente cotal paglia mieto; Questi è Rinier; questi è ’l pregio e l’onore E non pur lo suo sangue è fatto brullo, ché dentro a questi termini è ripieno Ov’ è ’l buon Lizio e Arrigo Mainardi? Quando in Bologna un Fabbro si ralligna? Non ti maravigliar s’io piango, Tosco, Federigo Tignoso e sua brigata, le donne e ’ cavalier, li affanni e li agi O Bretinoro, ché non fuggi via, Ben fa Bagnacaval, che non rifiglia; Ben faranno i Pagan, da che ’l demonio O Ugolin de’ Fantolin, sicuro Ma va via, Tosco, omai; ch’or mi diletta Noi sapavam che quell’ anime care Poi fummo fatti soli procedendo, ‘Anciderammi qualunque m’apprende’; Come da lei l’udir nostro ebbe triegua, «Io sono Aglauro che divenni sasso»; Già era l’aura d’ogne parte queta; Ma voi prendete l’esca, sì che l’amo Chiamavi ’l cielo e ’ntorno vi si gira, onde vi batte chi tutto discerne». Quanto tra l’ultimar de l’ora terza tanto pareva già inver’ la sera E i raggi ne ferien per mezzo ’l naso, quand’ io senti’ a me gravar la fronte ond’ io levai le mani inver’ la cima Come quando da l’acqua o da lo specchio a quel che scende, e tanto si diparte così mi parve da luce rifratta «Che è quel, dolce padre, a che non posso «Non ti maravigliar s’ancor t’abbaglia Tosto sarà ch’a veder queste cose Poi giunti fummo a l’angel benedetto, Noi montavam, già partiti di linci, Lo mio maestro e io soli amendue e dirizza’mi a lui sì dimandando: Per ch’elli a me: «Di sua maggior magagna Perché s’appuntano i vostri disiri Ma se l’amor de la spera supprema ché, per quanti si dice più lì ‘nostro’, «Io son d’esser contento più digiuno», Com’ esser puote ch’un ben, distributo Ed elli a me: «Però che tu rificchi Quello infinito e ineffabil bene Tanto si dà quanto trova d’ardore; E quanta gente più là sù s’intende, E se la mia ragion non ti disfama, Procaccia pur che tosto sieno spente, Com’ io voleva dicer ‘Tu m’appaghe’, Ivi mi parve in una visïone e una donna, in su l’entrar, con atto Ecco, dolenti, lo tuo padre e io Indi m’apparve un’altra con quell’ acque e dir: «Se tu se’ sire de la villa vendica te di quelle braccia ardite risponder lei con viso temperato: Poi vidi genti accese in foco d’ira E lui vedea chinarsi, per la morte orando a l’alto Sire, in tanta guerra, Quando l’anima mia tornò di fori Lo duca mio, che mi potea vedere ma se’ venuto più che mezza lega «O dolce padre mio, se tu m’ascolte, Ed ei: «Se tu avessi cento larve Ciò che vedesti fu perché non scuse Non dimandai “Che hai?” per quel che face ma dimandai per darti forza al piede: Noi andavam per lo vespero, attenti Ed ecco a poco a poco un fummo farsi Questo ne tolse li occhi e l’aere puro. Buio d’inferno e di notte privata non fece al viso mio sì grosso velo che l’occhio stare aperto non sofferse; Sì come cieco va dietro a sua guida m’andava io per l’aere amaro e sozzo, Io sentia voci, e ciascuna pareva Pur ‘Agnus Dei’ eran le loro essordia; «Quei sono spirti, maestro, ch’i’ odo?», «Or tu chi se’ che ’l nostro fummo fendi, Così per una voce detto fue; E io: «O creatura che ti mondi «Io ti seguiterò quanto mi lece», Allora incominciai: «Con quella fascia E se Dio m’ha in sua grazia rinchiuso, non mi celar chi fosti anzi la morte, «Lombardo fui, e fu’ chiamato Marco; Per montar sù dirittamente vai». E io a lui: «Per fede mi ti lego Prima era scempio, e ora è fatto doppio Lo mondo è ben così tutto diserto ma priego che m’addite la cagione, Alto sospir, che duolo strinse in «uhi!», Voi che vivete ogne cagion recate Se così fosse, in voi fora distrutto Lo cielo i vostri movimenti inizia; e libero voler; che, se fatica A maggior forza e a miglior natura Però, se ’l mondo presente disvia, Esce di mano a lui che la vagheggia l’anima semplicetta che sa nulla, Di picciol bene in pria sente sapore; Onde convenne legge per fren porre; Le leggi son, ma chi pon mano ad esse? per che la gente, che sua guida vede Ben puoi veder che la mala condotta Soleva Roma, che ’l buon mondo feo, L’un l’altro ha spento; ed è giunta la spada però che, giunti, l’un l’altro non teme: In sul paese ch’Adice e Po riga, or può sicuramente indi passarsi Ben v’èn tre vecchi ancora in cui rampogna Currado da Palazzo e ’l buon Gherardo Dì oggimai che la Chiesa di Roma, «O Marco mio», diss’ io, «bene argomenti; Ma qual Gherardo è quel che tu per saggio «O tuo parlar m’inganna, o el mi tenta», Per altro sopranome io nol conosco, Vedi l’albor che per lo fummo raia Così tornò, e più non volle udirmi. Ricorditi, lettor, se mai ne l’alpe come, quando i vapori umidi e spessi e fia la tua imagine leggera Sì, pareggiando i miei co’ passi fidi O imaginativa che ne rube chi move te, se ’l senso non ti porge? De l’empiezza di lei che mutò forma e qui fu la mia mente sì ristretta Poi piovve dentro a l’alta fantasia intorno ad esso era il grande Assüero, E come questa imagine rompeo surse in mia visïone una fanciulla Ancisa t’hai per non perder Lavina; Come si frange il sonno ove di butto così l’imaginar mio cadde giuso I’ mi volgea per veder ov’ io fosse, e fece la mia voglia tanto pronta Ma come al sol che nostra vista grava «Questo è divino spirito, che ne la Sì fa con noi, come l’uom si fa sego; Or accordiamo a tanto invito il piede; Così disse il mio duca, e io con lui senti’mi presso quasi un muover d’ala Già eran sovra noi tanto levati ‘O virtù mia, perché sì ti dilegue?’, Noi eravam dove più non saliva E io attesi un poco, s’io udissi «Dolce mio padre, dì, quale offensione Ed elli a me: «L’amor del bene, scemo Ma perché più aperto intendi ancora, «Né creator né creatura mai», Lo naturale è sempre sanza errore, Mentre ch’elli è nel primo ben diretto, ma quando al mal si torce, o con più cura Quinci comprender puoi ch’esser convene Or, perché mai non può da la salute e perché intender non si può diviso, Resta, se dividendo bene stimo, È chi, per esser suo vicin soppresso, è chi podere, grazia, onore e fama ed è chi per ingiuria par ch’aonti, Questo triforme amor qua giù di sotto Ciascun confusamente un bene apprende Se lento amore a lui veder vi tira Altro ben è che non fa l’uom felice; L’amor ch’ad esso troppo s’abbandona, tacciolo, acciò che tu per te ne cerchi». Posto avea fine al suo ragionamento e io, cui nova sete ancor frugava, Ma quel padre verace, che s’accorse Ond’ io: «Maestro, il mio veder s’avviva Però ti prego, dolce padre caro, «Drizza», disse, «ver’ me l’agute luci L’animo, ch’è creato ad amar presto, Vostra apprensiva da esser verace e se, rivolto, inver’ di lei si piega, Poi, come ’l foco movesi in altura così l’animo preso entra in disire, Or ti puote apparer quant’ è nascosa però che forse appar la sua matera «Le tue parole e ’l mio seguace ingegno», ché, s’amore è di fuori a noi offerto Ed elli a me: «Quanto ragion qui vede, Ogne forma sustanzïal, che setta la qual sanza operar non è sentita, Però, là onde vegna lo ’ntelletto che sono in voi sì come studio in ape Or perché a questa ogn’ altra si raccoglia, Quest’ è ’l principio là onde si piglia Color che ragionando andaro al fondo, Onde, poniam che di necessitate La nobile virtù Beatrice intende La luna, quasi a mezza notte tarda, e correa contro ’l ciel per quelle strade E quell’ ombra gentil per cui si noma per ch’io, che la ragione aperta e piana Ma questa sonnolenza mi fu tolta E quale Ismeno già vide e Asopo cotal per quel giron suo passo falca, Tosto fur sovr’ a noi, perché correndo «Maria corse con fretta a la montagna; «Ratto, ratto, che ’l tempo non si perda «O gente in cui fervore aguto adesso questi che vive, e certo i’ non vi bugio, Parole furon queste del mio duca; Noi siam di voglia a muoverci sì pieni, Io fui abate in San Zeno a Verona E tale ha già l’un piè dentro la fossa, perché suo figlio, mal del corpo intero, Io non so se più disse o s’ei si tacque, E quei che m’era ad ogne uopo soccorso Di retro a tutti dicean: «Prima fue E quella che l’affanno non sofferse Poi quando fuor da noi tanto divise del qual più altri nacquero e diversi; e ’l pensamento in sogno trasmutai. Ne l’ora che non può ’l calor dïurno —quando i geomanti lor Maggior Fortuna mi venne in sogno una femmina balba, Io la mirava; e come ’l sol conforta la lingua, e poscia tutta la drizzava Poi ch’ell’ avea ’l parlar così disciolto, «Io son», cantava, «io son dolce serena, Io volsi Ulisse del suo cammin vago Ancor non era sua bocca richiusa, «O Virgilio, Virgilio, chi è questa?», L’altra prendea, e dinanzi l’apria Io mossi li occhi, e ’l buon maestro: «Almen tre Sù mi levai, e tutti eran già pieni Seguendo lui, portava la mia fronte quand’ io udi’ «Venite; qui si varca» Con l’ali aperte, che parean di cigno, Mosse le penne poi e ventilonne, «Che hai che pur inver’ la terra guati?», E io: «Con tanta sospeccion fa irmi «Vedesti», disse, «quell’antica strega Bastiti, e batti a terra le calcagne; Quale ’l falcon, che prima a’ pié si mira, tal mi fec’ io; e tal, quanto si fende Com’ io nel quinto giro fui dischiuso, ‘Adhaesit pavimento anima mea’ «O eletti di Dio, li cui soffriri «Se voi venite dal giacer sicuri, Così pregò ’l poeta, e sì risposto e volsi li occhi a li occhi al segnor mio: Poi ch’io potei di me fare a mio senno, dicendo: «Spirto in cui pianger matura Chi fosti e perché vòlti avete i dossi Ed elli a me: «Perché i nostri diretri Intra Sïestri e Chiaveri s’adima Un mese e poco più prova’ io come La mia conversïone, omè!, fu tarda; Vidi che lì non s’acquetava il core, Fino a quel punto misera e partita Quel ch’avarizia fa, qui si dichiara Sì come l’occhio nostro non s’aderse Come avarizia spense a ciascun bene ne’ piedi e ne le man legati e presi; Io m’era inginocchiato e volea dire; «Qual cagion», disse, «in giù così ti torse?». «Drizza le gambe, lèvati sù, frate!», Se mai quel santo evangelico suono Vattene omai: non vo’ che più t’arresti; Nepote ho io di là c’ha nome Alagia, e questa sola di là m’è rimasa». Contra miglior voler voler mal pugna; Mossimi; e ’l duca mio si mosse per li ché la gente che fonde a goccia a goccia Maladetta sie tu, antica lupa, O ciel, nel cui girar par che si creda Noi andavam con passi lenti e scarsi, e per ventura udi’ «Dolce Maria!» e seguitar: «Povera fosti tanto, Seguentemente intesi: «O buon Fabrizio, Queste parole m’eran sì piaciute, Esso parlava ancor de la larghezza «O anima che tanto ben favelle, Non fia sanza mercé la tua parola, Ed elli: «Io ti dirò, non per conforto Io fui radice de la mala pianta Ma se Doagio, Lilla, Guanto e Bruggia Chiamato fui di là Ugo Ciappetta; Figliuol fu’ io d’un beccaio di Parigi: trova’mi stretto ne le mani il freno ch’a la corona vedova promossa Mentre che la gran dota provenzale Lì cominciò con forza e con menzogna Carlo venne in Italia e, per ammenda, Tempo vegg’ io, non molto dopo ancoi, Sanz’ arme n’esce e solo con la lancia Quindi non terra, ma peccato e onta L’altro, che già uscì preso di nave, O avarizia, che puoi tu più farne, Perché men paia il mal futuro e ’l fatto, Veggiolo un’altra volta esser deriso; Veggio il novo Pilato sì crudele, O Segnor mio, quando sarò io lieto Ciò ch’io dicea di quell’ unica sposa tanto è risposto a tutte nostre prece Noi repetiam Pigmalïon allotta, e la miseria de l’avaro Mida, Del folle Acàn ciascun poi si ricorda, Indi accusiam col marito Saffira; Polinestòr ch’ancise Polidoro; Talor parla l’uno alto e l’altro basso, però al ben che ’l dì ci si ragiona, Noi eravam partiti già da esso, quand’ io senti’, come cosa che cada, Certo non si scoteo sì forte Delo, Poi cominciò da tutte parti un grido ‘Glorïa in excelsis’ tutti ‘Deo’ No’ istavamo immobili e sospesi Poi ripigliammo nostro cammin santo, Nulla ignoranza mai con tanta guerra quanta pareami allor, pensando, avere; così m’andava timido e pensoso. La sete natural che mai non sazia mi travagliava, e pungeami la fretta Ed ecco, sì come ne scrive Luca ci apparve un’ombra, e dietro a noi venìa, dicendo: «O frati miei, Dio vi dea pace». Poi cominciò: «Nel beato concilio «Come!», diss’ elli, e parte andavam forte: E ’l dottor mio: «Se tu riguardi a’ segni Ma perché lei che dì e notte fila l’anima sua, ch’è tua e mia serocchia, Ond’ io fui tratto fuor de l’ampia gola Ma dimmi, se tu sai, perché tai crolli Sì mi diè, dimandando, per la cruna Quei cominciò: «Cosa non è che sanza Libero è qui da ogne alterazione: Per che non pioggia, non grando, non neve, nuvole spesse non paion né rade, secco vapor non surge più avante Trema forse più giù poco o assai; Tremaci quando alcuna anima monda De la mondizia sol voler fa prova, Prima vuol ben, ma non lascia il talento E io, che son giaciuto a questa doglia però sentisti il tremoto e li pii Così ne disse; e però ch’el si gode E ’l savio duca: «Omai veggio la rete Ora chi fosti, piacciati ch’io sappia, «Nel tempo che ’l buon Tito, con l’aiuto col nome che più dura e più onora Tanto fu dolce mio vocale spirto, Stazio la gente ancor di là mi noma: Al mio ardor fuor seme le faville, de l’Eneïda dico, la qual mamma E per esser vivuto di là quando Volser Virgilio a me queste parole ché riso e pianto son tanto seguaci Io pur sorrisi come l’uom ch’ammicca; e «Se tanto labore in bene assommi», Or son io d’una parte e d’altra preso: dal mio maestro, e «Non aver paura», Ond’ io: «Forse che tu ti maravigli, Questi che guida in alto li occhi miei, Se cagion altra al mio rider credesti, Già s’inchinava ad abbracciar li piedi Ed ei surgendo: «Or puoi la quantitate trattando l’ombre come cosa salda». Già era l’angel dietro a noi rimaso, e quei c’hanno a giustizia lor disiro E io più lieve che per l’altre foci quando Virgilio incominciò: «Amore, onde da l’ora che tra noi discese mia benvoglienza inverso te fu quale Ma dimmi, e come amico mi perdona come poté trovar dentro al tuo seno Queste parole Stazio mover fenno Veramente più volte appaion cose La tua dimanda tuo creder m’avvera Or sappi ch’avarizia fu partita E se non fosse ch’io drizzai mia cura, ‘Per che non reggi tu, o sacra fame Allor m’accorsi che troppo aprir l’ali Quanti risurgeran coi crini scemi E sappie che la colpa che rimbecca però, s’io son tra quella gente stato «Or quando tu cantasti le crude armi «per quello che Clïò teco lì tasta, Se così è, qual sole o quai candele Ed elli a lui: «Tu prima m’invïasti Facesti come quei che va di notte, quando dicesti: ‘Secol si rinova; Per te poeta fui, per te cristiano: Già era ’l mondo tutto quanto pregno e la parola tua sopra toccata Vennermi poi parendo tanto santi, e mentre che di là per me si stette, E pria ch’io conducessi i Greci a’ fiumi lungamente mostrando paganesmo; Tu dunque, che levato hai il coperchio dimmi dov’ è Terrenzio nostro antico, «Costoro e Persio e io e altri assai», nel primo cinghio del carcere cieco; Euripide v’è nosco e Antifonte, Quivi si veggion de le genti tue Védeisi quella che mostrò Langia; Tacevansi ambedue già li poeti, e già le quattro ancelle eran del giorno quando il mio duca: «Io credo ch’a lo stremo Così l’usanza fu lì nostra insegna, Elli givan dinanzi, e io soletto Ma tosto ruppe le dolci ragioni e come abete in alto si digrada Dal lato onde ’l cammin nostro era chiuso, Li due poeti a l’alber s’appressaro; Poi disse: «Più pensava Maria onde E le Romane antiche, per lor bere, Lo secol primo, quant’ oro fu bello, Mele e locuste furon le vivande quanto per lo Vangelio v’è aperto». Mentre che li occhi per la fronda verde lo più che padre mi dicea: «Figliuole, Io volsi ’l viso, e ’l passo non men tosto, Ed ecco piangere e cantar s’udìe «O dolce padre, che è quel ch’i’ odo?», Sì come i peregrin pensosi fanno, così di retro a noi, più tosto mota, Ne li occhi era ciascuna oscura e cava, Non credo che così a buccia strema Io dicea fra me stesso pensando: ‘Ecco Parean l’occhiaie anella sanza gemme: Chi crederebbe che l’odor d’un pomo Già era in ammirar che sì li affama, ed ecco del profondo de la testa Mai non l’avrei riconosciuto al viso; Questa favilla tutta mi raccese «Deh, non contendere a l’asciutta scabbia ma dimmi il ver di te, dì chi son quelle «La faccia tua, ch’io lagrimai già morta, Però mi dì, per Dio, che sì vi sfoglia; Ed elli a me: «De l’etterno consiglio Tutta esta gente che piangendo canta Di bere e di mangiar n’accende cura E non pur una volta, questo spazzo ché quella voglia a li alberi ci mena E io a lui: «Forese, da quel dì Se prima fu la possa in te finita come se’ tu qua sù venuto ancora? Ond’ elli a me: «Sì tosto m’ha condotto Con suoi prieghi devoti e con sospiri Tanto è a Dio più cara e più diletta ché la Barbagia di Sardigna assai O dolce frate, che vuo’ tu ch’io dica? nel qual sarà in pergamo interdetto Quai barbare fuor mai, quai saracine, Ma se le svergognate fosser certe ché, se l’antiveder qui non m’inganna, Deh, frate, or fa che più non mi ti celi! Per ch’io a lui: «Se tu riduci a mente Di quella vita mi volse costui e ’l sol mostrai; «costui per la profonda Indi m’han tratto sù li suoi conforti, Tanto dice di farmi sua compagna Virgilio è questi che così mi dice», lo vostro regno, che da sé lo sgombra». Né ’l dir l’andar, né l’andar lui più lento e l’ombre, che parean cose rimorte, E io, continüando al mio sermone, Ma dimmi, se tu sai, dov’ è Piccarda; «La mia sorella, che tra bella e buona Sì disse prima; e poi: «Qui non si vieta Questi», e mostrò col dito, «è Bonagiunta, ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia: Molti altri mi nomò ad uno ad uno; Vidi per fame a vòto usar li denti Vidi messer Marchese, ch’ebbe spazio Ma come fa chi guarda e poi s’apprezza El mormorava; e non so che «Gentucca» «O anima», diss’ io, «che par sì vaga «Femmina è nata, e non porta ancor benda», Tu te n’andrai con questo antivedere: Ma dì s’i’ veggio qui colui che fore E io a lui: «I’ mi son un che, quando «O frate, issa vegg’ io», diss’ elli, «il nodo Io veggio ben come le vostre penne e qual più a gradire oltre si mette, Come li augei che vernan lungo ’l Nilo, così tutta la gente che lì era, E come l’uom che di trottare è lasso, sì lasciò trapassar la santa greggia «Non so», rispuos’ io lui, «quant’ io mi viva; però che ’l loco u’ fui a viver posto, «Or va», diss’ el; «che quei che più n’ha colpa, La bestia ad ogne passo va più ratto, Non hanno molto a volger quelle ruote», Tu ti rimani omai; ché ’l tempo è caro Qual esce alcuna volta di gualoppo tal si partì da noi con maggior valchi; E quando innanzi a noi intrato fue, parvermi i rami gravidi e vivaci Vidi gente sott’ esso alzar le mani che pregano, e ’l pregato non risponde, Poi si partì sì come ricreduta; «Trapassate oltre sanza farvi presso: Sì tra le frasche non so chi diceva; «Ricordivi», dicea, «d’i maladetti e de li Ebrei ch’al ber si mostrar molli, Sì accostati a l’un d’i due vivagni Poi, rallargati per la strada sola, «Che andate pensando sì voi sol tre?». Drizzai la testa per veder chi fossi; com’ io vidi un che dicea: «S’a voi piace L’aspetto suo m’avea la vista tolta; E quale, annunziatrice de li albori, tal mi senti’ un vento dar per mezza E senti’ dir: «Beati cui alluma esurïendo sempre quanto è giusto!». Ora era onde ’l salir non volea storpio; per che, come fa l’uom che non s’affigge così intrammo noi per la callaia, E quale il cicognin che leva l’ala tal era io con voglia accesa e spenta Non lasciò, per l’andar che fosse ratto, Allor sicuramente apri’ la bocca «Se t’ammentassi come Meleagro e se pensassi come, al vostro guizzo, Ma perché dentro a tuo voler t’adage, «Se la veduta etterna li dislego», Poi cominciò: «Se le parole mie, Sangue perfetto, che poi non si beve prende nel core a tutte membra umane Ancor digesto, scende ov’ è più bello Ivi s’accoglie l’uno e l’altro insieme, e, giunto lui, comincia ad operare Anima fatta la virtute attiva tanto ovra poi, che già si move e sente, Or si spiega, figliuolo, or si distende Ma come d’animal divegna fante, sì che per sua dottrina fé disgiunto Apri a la verità che viene il petto; lo motor primo a lui si volge lieto che ciò che trova attivo quivi, tira E perché meno ammiri la parola, Quando Làchesis non ha più del lino, l’altre potenze tutte quante mute; Sanza restarsi, per sé stessa cade Tosto che loco lì la circunscrive, E come l’aere, quand’ è ben pïorno, così l’aere vicin quivi si mette e simigliante poi a la fiammella Però che quindi ha poscia sua paruta, Quindi parliamo e quindi ridiam noi; Secondo che ci affliggono i disiri E già venuto a l’ultima tortura Quivi la ripa fiamma in fuor balestra, ond’ ir ne convenia dal lato schiuso Lo duca mio dicea: «Per questo loco ‘Summae Deus clementïae’ nel seno e vidi spirti per la fiamma andando; Appresso il fine ch’a quell’ inno fassi, Finitolo, anco gridavano: «Al bosco Indi al cantar tornavano; indi donne E questo modo credo che lor basti che la piaga da sezzo si ricuscia. Mentre che sì per l’orlo, uno innanzi altro, feriami il sole in su l’omero destro, e io facea con l’ombra più rovente Questa fu la cagion che diede inizio poi verso me, quanto potëan farsi, «O tu che vai, non per esser più tardo, Né solo a me la tua risposta è uopo; Dinne com’ è che fai di te parete Sì mi parlava un d’essi; e io mi fora ché per lo mezzo del cammino acceso Lì veggio d’ogne parte farsi presta così per entro loro schiera bruna Tosto che parton l’accoglienza amica, la nova gente: «Soddoma e Gomorra»; Poi, come grue ch’a le montagne Rife l’una gente sen va, l’altra sen vene; e raccostansi a me, come davanti, Io, che due volte avea visto lor grato, non son rimase acerbe né mature Quinci sù vo per non esser più cieco; Ma se la vostra maggior voglia sazia ditemi, acciò ch’ancor carte ne verghi, Non altrimenti stupido si turba che ciascun’ ombra fece in sua paruta; «Beato te, che de le nostre marche», La gente che non vien con noi, offese però si parton “Soddoma” gridando, Nostro peccato fu ermafrodito; in obbrobrio di noi, per noi si legge, Or sai nostri atti e di che fummo rei: Farotti ben di me volere scemo: Quali ne la tristizia di Ligurgo quand’ io odo nomar sé stesso il padre e sanza udire e dir pensoso andai Poi che di riguardar pasciuto fui, Ed elli a me: «Tu lasci tal vestigio, Ma se le tue parole or ver giuraro, E io a lui: «Li dolci detti vostri, «O frate», disse, «questi ch’io ti cerno Versi d’amore e prose di romanzi A voce più ch’al ver drizzan li volti, Così fer molti antichi di Guittone, Or se tu hai sì ampio privilegio, falli per me un dir d’un paternostro, Poi, forse per dar luogo altrui secondo Io mi fei al mostrato innanzi un poco, El cominciò liberamente a dire: Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan; Ara vos prec, per aquella valor Poi s’ascose nel foco che li affina. Sì come quando i primi raggi vibra e l’onde in Gange da nona rïarse, Fuor de la fiamma stava in su la riva, Poscia «Più non si va, se pria non morde, ci disse come noi li fummo presso; In su le man commesse mi protesi, Volsersi verso me le buone scorte; Ricorditi, ricorditi! E se io Credi per certo che se dentro a l’alvo E se tu forse credi ch’io t’inganni, Pon giù omai, pon giù ogne temenza; Quando mi vide star pur fermo e duro, Come al nome di Tisbe aperse il ciglio così, la mia durezza fatta solla, Ond’ ei crollò la fronte e disse: «Come! Poi dentro al foco innanzi mi si mise, Sì com’ fui dentro, in un bogliente vetro Lo dolce padre mio, per confortarmi, Guidavaci una voce che cantava ‘Venite, benedicti Patris mei’, «Lo sol sen va», soggiunse, «e vien la sera; Dritta salia la via per entro ’l sasso E di pochi scaglion levammo i saggi, E pria che ’n tutte le sue parti immense ciascun di noi d’un grado fece letto; Quali si stanno ruminando manse tacite a l’ombra, mentre che ’l sol ferve, e quale il mandrïan che fori alberga, tali eravamo tutti e tre allotta, Poco parer potea lì del di fori; Sì ruminando e sì mirando in quelle, Ne l’ora, credo, che de l’orïente giovane e bella in sogno mi parea «Sappia qualunque il mio nome dimanda Per piacermi a lo specchio, qui m’addorno; Ell’ è d’i suoi belli occhi veder vaga E già per li splendori antelucani, le tenebre fuggian da tutti lati, «Quel dolce pome che per tanti rami Virgilio inverso me queste cotali Tanto voler sopra voler mi venne Come la scala tutta sotto noi e disse: «Il temporal foco e l’etterno Tratto t’ho qui con ingegno e con arte; Vedi lo sol che ’n fronte ti riluce; Mentre che vegnan lieti li occhi belli Non aspettar mio dir più né mio cenno; per ch’io te sovra te corono e mitrio». Vago già di cercar dentro e dintorno sanza più aspettar, lasciai la riva, Un’aura dolce, sanza mutamento per cui le fronde, tremolando, pronte non però dal loro esser dritto sparte ma con piena letizia l’ore prime, tal qual di ramo in ramo si raccoglie Già m’avean trasportato i lenti passi ed ecco più andar mi tolse un rio, Tutte l’acque che son di qua più monde, avvegna che si mova bruna bruna Coi piè ristetti e con li occhi passai e là m’apparve, sì com’ elli appare una donna soletta che si gia «Deh, bella donna, che a’ raggi d’amore vegnati in voglia di trarreti avanti», Tu mi fai rimembrar dove e qual era Come si volge, con le piante strette volsesi in su i vermigli e in su i gialli e fece i prieghi miei esser contenti, Tosto che fu là dove l’erbe sono Non credo che splendesse tanto lume Ella ridea da l’altra riva dritta, Tre passi ci facea il fiume lontani; più odio da Leandro non sofferse «Voi siete nuovi, e forse perch’ io rido», maravigliando tienvi alcun sospetto; E tu che se’ dinanzi e mi pregasti, «L’acqua», diss’ io, «e ’l suon de la foresta Ond’ ella: «Io dicerò come procede Lo sommo Ben, che solo esso a sé piace, Per sua difalta qui dimorò poco; Perché ’l turbar che sotto da sé fanno a l’uomo non facesse alcuna guerra, Or perché in circuito tutto quanto in questa altezza ch’è tutta disciolta e la percossa pianta tanto puote, e l’altra terra, secondo ch’è degna Non parrebbe di là poi maraviglia, E saper dei che la campagna santa L’acqua che vedi non surge di vena ma esce di fontana salda e certa, Da questa parte con virtù discende Quinci Letè; così da l’altro lato a tutti altri sapori esto è di sopra. darotti un corollario ancor per grazia; Quelli ch’anticamente poetaro Qui fu innocente l’umana radice; Io mi rivolsi ’n dietro allora tutto poi a la bella donna torna’ il viso. Cantando come donna innamorata, E come ninfe che si givan sole allor si mosse contra ’l fiume, andando Non eran cento tra ’ suoi passi e ’ miei, Né ancor fu così nostra via molta, Ed ecco un lustro sùbito trascorse Ma perché ’l balenar, come vien, resta, E una melodia dolce correva che là dove ubidia la terra e ’l cielo, sotto ’l qual se divota fosse stata, Mentr’ io m’andava tra tante primizie dinanzi a noi, tal quale un foco acceso, O sacrosante Vergini, se fami, Or convien che Elicona per me versi, Poco più oltre, sette alberi d’oro ma quand’ i’ fui sì presso di lor fatto, la virtù ch’a ragion discorso ammanna, Di sopra fiammeggiava il bello arnese Io mi rivolsi d’ammirazion pieno Indi rendei l’aspetto a l’alte cose La donna mi sgridò: «Perché pur ardi Genti vid’ io allor, come a lor duci, L’acqua imprendëa dal sinistro fianco, Quand’ io da la mia riva ebbi tal posta, e vidi le fiammelle andar davante, sì che lì sopra rimanea distinto Questi ostendali in dietro eran maggiori Sotto così bel ciel com’ io diviso, Tutti cantavan: «Benedicta tue Poscia che i fiori e l’altre fresche erbette sì come luce luce in ciel seconda, Ognuno era pennuto di sei ali; A descriver lor forme più non spargo ma leggi Ezechïel, che li dipigne e quali i troverai ne le sue carte, Lo spazio dentro a lor quattro contenne Esso tendeva in sù l’una e l’altra ale Tanto salivan che non eran viste; Non che Roma di carro così bello quel del Sol che, svïando, fu combusto Tre donne in giro da la destra rota l’altr’ era come se le carni e l’ossa e or parëan da la bianca tratte, Da la sinistra quattro facean festa, Appresso tutto il pertrattato nodo L’un si mostrava alcun de’ famigliari mostrava l’altro la contraria cura Poi vidi quattro in umile paruta; E questi sette col primaio stuolo anzi di rose e d’altri fior vermigli; E quando il carro a me fu a rimpetto, fermandosi ivi con le prime insegne. Quando il settentrïon del primo cielo, e che faceva lì ciascun accorto fermo s’affisse: la gente verace, e un di loro, quasi da ciel messo, Quali i beati al novissimo bando cotali in su la divina basterna Tutti dicean: ‘Benedictus qui venis!’, Io vidi già nel cominciar del giorno e la faccia del sol nascere ombrata, così dentro una nuvola di fiori sovra candido vel cinta d’uliva E lo spirito mio, che già cotanto sanza de li occhi aver più conoscenza, Tosto che ne la vista mi percosse volsimi a la sinistra col respitto per dicere a Virgilio: ‘Men che dramma Ma Virgilio n’avea lasciati scemi né quantunque perdeo l’antica matre, «Dante, perché Virgilio se ne vada, Quasi ammiraglio che in poppa e in prora in su la sponda del carro sinistra, vidi la donna che pria m’appario Tutto che ’l vel che le scendea di testa, regalmente ne l’atto ancor proterva «Guardaci ben! Ben son, ben son Beatrice. Li occhi mi cadder giù nel chiaro fonte; Così la madre al figlio par superba, Ella si tacque; e li angeli cantaro Sì come neve tra le vive travi poi, liquefatta, in sé stessa trapela, così fui sanza lagrime e sospiri ma poi che ’ntesi ne le dolci tempre lo gel che m’era intorno al cor ristretto, Ella, pur ferma in su la detta coscia «Voi vigilate ne l’etterno die, onde la mia risposta è con più cura Non pur per ovra de le rote magne, ma per larghezza di grazie divine, questi fu tal ne la sua vita nova Ma tanto più maligno e più silvestro Alcun tempo il sostenni col mio volto: Sì tosto come in su la soglia fui Quando di carne a spirto era salita, e volse i passi suoi per via non vera, Né l’impetrare ispirazion mi valse, Tanto giù cadde, che tutti argomenti Per questo visitai l’uscio d’i morti, Alto fato di Dio sarebbe rotto, di pentimento che lagrime spanda». «O tu che se’ di là dal fiume sacro», ricominciò, seguendo sanza cunta, Era la mia virtù tanto confusa, Poco sofferse; poi disse: «Che pense? Confusione e paura insieme miste Come balestro frange, quando scocca sì scoppia’ io sottesso grave carco, Ond’ ella a me: «Per entro i mie’ disiri, quai fossi attraversati o quai catene E quali agevolezze o quali avanzi Dopo la tratta d’un sospiro amaro, Piangendo dissi: «Le presenti cose Ed ella: «Se tacessi o se negassi Ma quando scoppia de la propria gota Tuttavia, perché mo vergogna porte pon giù il seme del piangere e ascolta: Mai non t’appresentò natura o arte e se ’l sommo piacer sì ti fallio Ben ti dovevi, per lo primo strale Non ti dovea gravar le penne in giuso, Novo augelletto due o tre aspetta; Quali fanciulli, vergognando, muti tal mi stav’ io; ed ella disse: «Quando Con men di resistenza si dibarba ch’io non levai al suo comando il mento; E come la mia faccia si distese, e le mie luci, ancor poco sicure, Sotto ’l suo velo e oltre la rivera Di penter sì mi punse ivi l’ortica, Tanta riconoscenza il cor mi morse, Poi, quando il cor virtù di fuor rendemmi, Tratto m’avea nel fiume infin la gola, Quando fui presso a la beata riva, La bella donna ne le braccia aprissi; Indi mi tolse, e bagnato m’offerse «Noi siam qui ninfe e nel ciel siamo stelle; Merrenti a li occhi suoi; ma nel giocondo Così cantando cominciaro; e poi Disser: «Fa che le viste non risparmi; Mille disiri più che fiamma caldi Come in lo specchio il sol, non altrimenti Pensa, lettor, s’io mi maravigliava, Mentre che piena di stupore e lieta sé dimostrando di più alto tribo «Volgi, Beatrice, volgi li occhi santi», Per grazia fa noi grazia che disvele O isplendor di viva luce etterna, che non paresse aver la mente ingombra, quando ne l’aere aperto ti solvesti? Tant’ eran li occhi miei fissi e attenti Ed essi quinci e quindi avien parete quando per forza mi fu vòlto il viso e la disposizion ch’a veder èe Ma poi ch’al poco il viso riformossi vidi ’n sul braccio destro esser rivolto Come sotto li scudi per salvarsi quella milizia del celeste regno Indi a le rote si tornar le donne, La bella donna che mi trasse al varco Sì passeggiando l’alta selva vòta, Forse in tre voli tanto spazio prese Io senti’ mormorare a tutti «Adamo»; La coma sua, che tanto si dilata «Beato se’, grifon, che non discindi Così dintorno a l’albero robusto E vòlto al temo ch’elli avea tirato, Come le nostre piante, quando casca turgide fansi, e poi si rinovella men che di rose e più che di vïole Io non lo ’ntesi, né qui non si canta S’io potessi ritrar come assonnaro come pintor che con essempro pinga, Però trascorro a quando mi svegliai, Quali a veder de’ fioretti del melo Pietro e Giovanni e Iacopo condotti e videro scemata loro scuola tal torna’ io, e vidi quella pia E tutto in dubbio dissi: «Ov’ è Beatrice?». Vedi la compagnia che la circonda: E se più fu lo suo parlar diffuso, Sola sedeasi in su la terra vera, In cerchio le facevan di sé claustro «Qui sarai tu poco tempo silvano; Però, in pro del mondo che mal vive, Così Beatrice; e io, che tutto ai piedi Non scese mai con sì veloce moto com’ io vidi calar l’uccel di Giove e ferì ’l carro di tutta sua forza; Poscia vidi avventarsi ne la cuna ma, riprendendo lei di laide colpe, Poscia per indi ond’ era pria venuta, e qual esce di cuor che si rammarca, Poi parve a me che la terra s’aprisse e come vespa che ritragge l’ago, Quel che rimase, come da gramigna si ricoperse, e funne ricoperta Trasformato così ’l dificio santo Le prime eran cornute come bue, Sicura, quasi rocca in alto monte, e come perché non li fosse tolta, Ma perché l’occhio cupido e vagante poi, di sospetto pieno e d’ira crudo, a la puttana e a la nova belva. ‘Deus, venerunt gentes’, alternando e Bëatrice, sospirosa e pia, Ma poi che l’altre vergini dier loco ‘Modicum, et non videbitis me; Poi le si mise innanzi tutte e sette, Così sen giva; e non credo che fosse e con tranquillo aspetto «Vien più tosto», Sì com’ io fui, com’ io dovëa, seco, Come a color che troppo reverenti avvenne a me, che sanza intero suono Ed ella a me: «Da tema e da vergogna Sappi che ’l vaso che ’l serpente ruppe, Non sarà tutto tempo sanza reda ch’io veggio certamente, e però il narro, nel quale un cinquecento diece e cinque, E forse che la mia narrazion buia, ma tosto fier li fatti le Naiade, Tu nota; e sì come da me son porte, E aggi a mente, quando tu le scrivi, Qualunque ruba quella o quella schianta, Per morder quella, in pena e in disio Dorme lo ’ngegno tuo, se non estima E se stati non fossero acqua d’Elsa per tante circostanze solamente Ma perch’ io veggio te ne lo ’ntelletto voglio anco, e se non scritto, almen dipinto, E io: «Sì come cera da suggello, Ma perché tanto sovra mia veduta «Perché conoschi», disse, «quella scuola e veggi vostra via da la divina Ond’ io rispuosi lei: «Non mi ricorda «E se tu ricordar non te ne puoi», e se dal fummo foco s’argomenta, Veramente oramai saranno nude E più corusco e con più lenti passi quando s’affisser, sì come s’affigge le sette donne al fin d’un’ombra smorta, Dinanzi ad esse Ëufratès e Tigri «O luce, o gloria de la gente umana, Per cotal priego detto mi fu: «Priega la bella donna: «Questo e altre cose E Bëatrice: «Forse maggior cura, Ma vedi Eünoè che là diriva: Come anima gentil, che non fa scusa, così, poi che da essa preso fui, S’io avessi, lettor, più lungo spazio ma perché piene son tutte le carte Io ritornai da la santissima onda puro e disposto a salire a le stelle. La gloria di colui che tutto move Nel ciel che più de la sua luce prende perché appressando sé al suo disire, Veramente quant’ io del regno santo O buono Appollo, a l’ultimo lavoro Infino a qui l’un giogo di Parnaso Entra nel petto mio, e spira tue O divina virtù, se mi ti presti vedra’mi al piè del tuo diletto legno Sì rade volte, padre, se ne coglie che parturir letizia in su la lieta Poca favilla gran fiamma seconda: Surge ai mortali per diverse foci con miglior corso e con migliore stella Fatto avea di là mane e di qua sera quando Beatrice in sul sinistro fianco E sì come secondo raggio suole così de l’atto suo, per li occhi infuso Molto è licito là, che qui non lece Io nol soffersi molto, né sì poco, e di sùbito parve giorno a giorno Beatrice tutta ne l’etterne rote Nel suo aspetto tal dentro mi fei, Trasumanar significar per verba S’i’ era sol di me quel che creasti Quando la rota che tu sempiterni parvemi tanto allor del cielo acceso La novità del suono e ’l grande lume Ond’ ella, che vedea me sì com’ io, e cominciò: «Tu stesso ti fai grosso Tu non se’ in terra, sì come tu credi; S’io fui del primo dubbio disvestito e dissi: «Già contento requïevi Ond’ ella, appresso d’un pïo sospiro, e cominciò: «Le cose tutte quante Qui veggion l’alte creature l’orma Ne l’ordine ch’io dico sono accline onde si muovono a diversi porti Questi ne porta il foco inver’ la luna; né pur le creature che son fore La provedenza, che cotanto assetta, e ora lì, come a sito decreto, Vero è che, come forma non s’accorda così da questo corso si diparte e sì come veder si può cadere Non dei più ammirar, se bene stimo, Maraviglia sarebbe in te se, privo Quinci rivolse inver’ lo cielo il viso. O voi che siete in piccioletta barca, tornate a riveder li vostri liti: L’acqua ch’io prendo già mai non si corse; Voialtri pochi che drizzaste il collo metter potete ben per l’alto sale Que’ glorïosi che passaro al Colco La concreata e perpetüa sete Beatrice in suso, e io in lei guardava; giunto mi vidi ove mirabil cosa volta ver’ me, sì lieta come bella, Parev’ a me che nube ne coprisse Per entro sé l’etterna margarita S’io era corpo, e qui non si concepe accender ne dovria più il disio Lì si vedrà ciò che tenem per fede, Io rispuosi: «Madonna, sì devoto Ma ditemi: che son li segni bui Ella sorrise alquanto, e poi «S’elli erra certo non ti dovrien punger li strali Ma dimmi quel che tu da te ne pensi». Ed ella: «Certo assai vedrai sommerso La spera ottava vi dimostra molti Se raro e denso ciò facesser tanto, Virtù diverse esser convegnon frutti Ancor, se raro fosse di quel bruno esto pianeto, o, sì come comparte Se ’l primo fosse, fora manifesto Questo non è: però è da vedere S’elli è che questo raro non trapassi, e indi l’altrui raggio si rifonde Or dirai tu ch’el si dimostra tetro Da questa instanza può deliberarti Tre specchi prenderai; e i due rimovi Rivolto ad essi, fa che dopo il dosso Ben che nel quanto tanto non si stenda Or, come ai colpi de li caldi rai così rimaso te ne l’intelletto Dentro dal ciel de la divina pace Lo ciel seguente, c’ha tante vedute, Li altri giron per varie differenze Questi organi del mondo così vanno, Riguarda bene omai sì com’ io vado Lo moto e la virtù d’i santi giri, e ’l ciel cui tanti lumi fanno bello, E come l’alma dentro a vostra polve così l’intelligenza sua bontate Virtù diversa fa diversa lega Per la natura lieta onde deriva, Da essa vien ciò che da luce a luce conforme a sua bontà, lo turbo e ’l chiaro». Quel sol che pria d’amor mi scaldò ’l petto, e io, per confessar corretto e certo ma visïone apparve che ritenne Quali per vetri trasparenti e tersi, tornan d’i nostri visi le postille tali vid’ io più facce a parlar pronte; Sùbito sì com’ io di lor m’accorsi, e nulla vidi, e ritorsili avanti «Non ti maravigliar perch’ io sorrida», ma te rivolve, come suole, a vòto: Però parla con esse e odi e credi; E io a l’ombra che parea più vaga «O ben creato spirito, che a’ rai grazïoso mi fia se mi contenti «La nostra carità non serra porte I’ fui nel mondo vergine sorella; ma riconoscerai ch’i’ son Piccarda, Li nostri affetti, che solo infiammati E questa sorte che par giù cotanto, Ond’ io a lei: «Ne’ mirabili aspetti però non fui a rimembrar festino; Ma dimmi: voi che siete qui felici, Con quelle altr’ ombre pria sorrise un poco; «Frate, la nostra volontà quïeta Se disïassimo esser più superne, che vedrai non capere in questi giri, Anzi è formale ad esto beato esse sì che, come noi sem di soglia in soglia E ’n la sua volontade è nostra pace: Chiaro mi fu allor come ogne dove Ma sì com’ elli avvien, s’un cibo sazia così fec’ io con atto e con parola, «Perfetta vita e alto merto inciela perché fino al morir si vegghi e dorma Dal mondo, per seguirla, giovinetta Uomini poi, a mal più ch’a bene usi, E quest’ altro splendor che ti si mostra ciò ch’io dico di me, di sé intende; Ma poi che pur al mondo fu rivolta Quest’ è la luce de la gran Costanza Così parlommi, e poi cominciò ‘Ave, La vista mia, che tanto lei seguio e a Beatrice tutta si converse; e ciò mi fece a dimandar più tardo. Intra due cibi, distanti e moventi sì si starebbe un agno intra due brame per che, s’i’ mi tacea, me non riprendo, Io mi tacea, ma ’l mio disir dipinto Fé sì Beatrice qual fé Danïello, e disse: «Io veggio ben come ti tira Tu argomenti: “Se ’l buon voler dura, Ancor di dubitar ti dà cagione Queste son le question che nel tuo velle D’i Serafin colui che più s’india, non hanno in altro cielo i loro scanni ma tutti fanno bello il primo giro, Qui si mostraro, non perché sortita Così parlar conviensi al vostro ingegno, Per questo la Scrittura condescende e Santa Chiesa con aspetto umano Quel che Timeo de l’anime argomenta Dice che l’alma a la sua stella riede, e forse sua sentenza è d’altra guisa S’elli intende tornare a queste ruote Questo principio, male inteso, torse L’altra dubitazion che ti commove Parere ingiusta la nostra giustizia Ma perché puote vostro accorgimento Se vïolenza è quando quel che pate ché volontà, se non vuol, non s’ammorza, Per che, s’ella si piega assai o poco, Se fosse stato lor volere intero, così l’avria ripinte per la strada E per queste parole, se ricolte Ma or ti s’attraversa un altro passo Io t’ho per certo ne la mente messo e poi potesti da Piccarda udire Molte fïate già, frate, addivenne come Almeone, che, di ciò pregato A questo punto voglio che tu pense Voglia assoluta non consente al danno; Però, quando Piccarda quello spreme, Cotal fu l’ondeggiar del santo rio «O amanza del primo amante, o diva», non è l’affezion mia tanto profonda, Io veggio ben che già mai non si sazia Posasi in esso, come fera in lustra, Nasce per quello, a guisa di rampollo, Questo m’invita, questo m’assicura Io vo’ saper se l’uom può sodisfarvi Beatrice mi guardò con li occhi pieni e quasi mi perdei con li occhi chini. «S’io ti fiammeggio nel caldo d’amore non ti maravigliar, ché ciò procede Io veggio ben sì come già resplende e s’altra cosa vostro amor seduce, Tu vuo’ saper se con altro servigio, Sì cominciò Beatrice questo canto; «Lo maggior don che Dio per sua larghezza fu de la volontà la libertate; Or ti parrà, se tu quinci argomenti, ché, nel fermar tra Dio e l’omo il patto, Dunque che render puossi per ristoro? Tu se’ omai del maggior punto certo; convienti ancor sedere un poco a mensa, Apri la mente a quel ch’io ti paleso Due cose si convegnono a l’essenza Quest’ ultima già mai non si cancella però necessitato fu a li Ebrei L’altra, che per materia t’è aperta, Ma non trasmuti carco a la sua spalla e ogne permutanza credi stolta, Però qualunque cosa tanto pesa Non prendan li mortali il voto a ciancia; cui più si convenia dicer ‘Mal feci’, onde pianse Efigènia il suo bel volto, Siate, Cristiani, a muovervi più gravi: Avete il novo e ’l vecchio Testamento, Se mala cupidigia altro vi grida, Non fate com’ agnel che lascia il latte Così Beatrice a me com’ ïo scrivo; Lo suo tacere e ’l trasmutar sembiante e sì come saetta che nel segno Quivi la donna mia vid’ io sì lieta, E se la stella si cambiò e rise, Come ’n peschiera ch’è tranquilla e pura sì vid’ io ben più di mille splendori E sì come ciascuno a noi venìa, Pensa, lettor, se quel che qui s’inizia e per te vederai come da questi «O bene nato a cui veder li troni del lume che per tutto il ciel si spazia Così da un di quelli spirti pii «Io veggio ben sì come tu t’annidi ma non so chi tu se’, né perché aggi, Questo diss’ io diritto a la lumera Sì come il sol che si cela elli stessi per più letizia sì mi si nascose nel modo che ’l seguente canto canta. «Poscia che Costantin l’aquila volse cento e cent’ anni e più l’uccel di Dio e sotto l’ombra de le sacre penne Cesare fui e son Iustinïano, E prima ch’io a l’ovra fossi attento, ma ’l benedetto Agapito, che fue Io li credetti; e ciò che ’n sua fede era, Tosto che con la Chiesa mossi i piedi, e al mio Belisar commendai l’armi, Or qui a la question prima s’appunta perché tu veggi con quanta ragione Vedi quanta virtù l’ha fatto degno Tu sai ch’el fece in Alba sua dimora E sai ch’el fé dal mal de le Sabine Sai quel ch’el fé portato da li egregi onde Torquato e Quinzio, che dal cirro Esso atterrò l’orgoglio de li Aràbi Sott’ esso giovanetti trïunfaro Poi, presso al tempo che tutto ’l ciel volle E quel che fé da Varo infino a Reno, Quel che fé poi ch’elli uscì di Ravenna Inver’ la Spagna rivolse lo stuolo, Antandro e Simeonta, onde si mosse, Da indi scese folgorando a Iuba; Di quel che fé col baiulo seguente, Piangene ancor la trista Cleopatra, Con costui corse infino al lito rubro; Ma ciò che ’l segno che parlar mi face diventa in apparenza poco e scuro, ché la viva giustizia che mi spira, Or qui t’ammira in ciò ch’io ti replìco: E quando il dente longobardo morse Omai puoi giudicar di quei cotali L’uno al pubblico segno i gigli gialli Faccian li Ghibellin, faccian lor arte e non l’abbatta esto Carlo novello Molte fïate già pianser li figli Questa picciola stella si correda e quando li disiri poggian quivi, Ma nel commensurar d’i nostri gaggi Quindi addolcisce la viva giustizia Diverse voci fanno dolci note; E dentro a la presente margarita Ma i Provenzai che fecer contra lui Quattro figlie ebbe, e ciascuna reina, E poi il mosser le parole biece indi partissi povero e vetusto; assai lo loda, e più lo loderebbe». «Osanna, sanctus Deus sabaòth, Così, volgendosi a la nota sua, ed essa e l’altre mossero a sua danza, Io dubitava e dicea ‘Dille, dille!’ Ma quella reverenza che s’indonna Poco sofferse me cotal Beatrice «Secondo mio infallibile avviso, ma io ti solverò tosto la mente; Per non soffrire a la virtù che vole onde l’umana specie inferma giacque u’ la natura, che dal suo fattore Or drizza il viso a quel ch’or si ragiona: ma per sé stessa pur fu ella sbandita La pena dunque che la croce porse e così nulla fu di tanta ingiura, Però d’un atto uscir cose diverse: Non ti dee oramai parer più forte, Ma io veggi’ or la tua mente ristretta Tu dici: “Ben discerno ciò ch’i’ odo; Questo decreto, frate, sta sepulto Veramente, però ch’a questo segno La divina bontà, che da sé sperne Ciò che da lei sanza mezzo distilla Ciò che da essa sanza mezzo piove Più l’è conforme, e però più le piace; Di tutte queste dote s’avvantaggia Solo il peccato è quel che la disfranca e in sua dignità mai non rivene, Vostra natura, quando peccò tota né ricovrar potiensi, se tu badi o che Dio solo per sua cortesia Ficca mo l’occhio per entro l’abisso Non potea l’uomo ne’ termini suoi quanto disobediendo intese ir suso; Dunque a Dio convenia con le vie sue Ma perché l’ovra tanto è più gradita la divina bontà che ’l mondo imprenta, Né tra l’ultima notte e ’l primo die ché più largo fu Dio a dar sé stesso e tutti li altri modi erano scarsi Or per empierti bene ogne disio, Tu dici: “Io veggio l’acqua, io veggio il foco, e queste cose pur furon creature; Li angeli, frate, e ’l paese sincero ma li alimenti che tu hai nomati Creata fu la materia ch’elli hanno; L’anima d’ogne bruto e de le piante ma vostra vita sanza mezzo spira E quinci puoi argomentare ancora che li primi parenti intrambo fensi». Solea creder lo mondo in suo periclo per che non pur a lei faceano onore ma Dïone onoravano e Cupido, e da costei ond’ io principio piglio Io non m’accorsi del salire in ella; E come in fiamma favilla si vede, vid’ io in essa luce altre lucerne Di fredda nube non disceser venti, a chi avesse quei lumi divini e dentro a quei che più innanzi appariro Indi si fece l’un più presso a noi Noi ci volgiam coi principi celesti ‘Voi che ’ntendendo il terzo ciel movete’; Poscia che li occhi miei si fuoro offerti rivolsersi a la luce che promessa E quanta e quale vid’ io lei far piùe Così fatta, mi disse: «Il mondo m’ebbe La mia letizia mi ti tien celato Assai m’amasti, e avesti ben onde; Quella sinistra riva che si lava e quel corno d’Ausonia che s’imborga Fulgeami già in fronte la corona E la bella Trinacria, che caliga non per Tifeo ma per nascente solfo, se mala segnoria, che sempre accora E se mio frate questo antivedesse, ché veramente proveder bisogna La sua natura, che di larga parca «Però ch’i’ credo che l’alta letizia per te si veggia come la vegg’ io, Fatto m’hai lieto, e così mi fa chiaro, Questo io a lui; ed elli a me: «S’io posso Lo ben che tutto il regno che tu scandi E non pur le nature provedute per che quantunque quest’ arco saetta Se ciò non fosse, il ciel che tu cammine e ciò esser non può, se li ’ntelletti Vuo’ tu che questo ver più ti s’imbianchi?». Ond’ elli ancora: «Or dì: sarebbe il peggio «E puot’ elli esser, se giù non si vive Sì venne deducendo infino a quici; per ch’un nasce Solone e altro Serse, La circular natura, ch’è suggello Quinci addivien ch’Esaù si diparte Natura generata il suo cammino Or quel che t’era dietro t’è davanti: Sempre natura, se fortuna trova E se ’l mondo là giù ponesse mente Ma voi torcete a la religïone onde la traccia vostra è fuor di strada». Da poi che Carlo tuo, bella Clemenza, ma disse: «Taci e lascia muover li anni»; E già la vita di quel lume santo Ahi anime ingannate e fatture empie, Ed ecco un altro di quelli splendori Li occhi di Bëatrice, ch’eran fermi «Deh, metti al mio voler tosto compenso, Onde la luce che m’era ancor nova, «In quella parte de la terra prava si leva un colle, e non surge molt’ alto, D’una radice nacqui e io ed ella: ma lietamente a me medesma indulgo Di questa luculenta e cara gioia questo centesimo anno ancor s’incinqua: E ciò non pensa la turba presente ma tosto fia che Padova al palude e dove Sile e Cagnan s’accompagna, Piangerà Feltro ancora la difalta Troppo sarebbe larga la bigoncia che donerà questo prete cortese Sù sono specchi, voi dicete Troni, Qui si tacette; e fecemi sembiante L’altra letizia, che m’era già nota Per letiziar là sù fulgor s’acquista, «Dio vede tutto, e tuo veder s’inluia», Dunque la voce tua, che ’l ciel trastulla perché non satisface a’ miei disii? «La maggior valle in che l’acqua si spanda», tra ’ discordanti liti contra ’l sole Di quella valle fu’ io litorano Ad un occaso quasi e ad un orto Folco mi disse quella gente a cui ché più non arse la figlia di Belo, né quella Rodopëa che delusa Non però qui si pente, ma si ride, Qui si rimira ne l’arte ch’addorna Ma perché tutte le tue voglie piene Tu vuo’ saper chi è in questa lumera Or sappi che là entro si tranquilla Da questo cielo, in cui l’ombra s’appunta Ben si convenne lei lasciar per palma perch’ ella favorò la prima gloria La tua città, che di colui è pianta produce e spande il maladetto fiore Per questo l’Evangelio e i dottor magni A questo intende il papa e ’ cardinali; Ma Vaticano e l’altre parti elette tosto libere fien de l’avoltero». Guardando nel suo Figlio con l’Amore quanto per mente e per loco si gira Leva dunque, lettore, a l’alte rote e lì comincia a vagheggiar ne l’arte Vedi come da indi si dirama Che se la strada lor non fosse torta, e se dal dritto più o men lontano Or ti riman, lettor, sovra ’l tuo banco, Messo t’ho innanzi: omai per te ti ciba; Lo ministro maggior de la natura, con quella parte che sù si rammenta e io era con lui; ma del salire È Bëatrice quella che sì scorge Quant’ esser convenia da sé lucente Perch’ io lo ’ngegno e l’arte e l’uso chiami, E se le fantasie nostre son basse Tal era quivi la quarta famiglia E Bëatrice cominciò: «Ringrazia, Cor di mortal non fu mai sì digesto come a quelle parole mi fec’ io; Non le dispiacque; ma sì se ne rise, Io vidi più folgór vivi e vincenti così cinger la figlia di Latona Ne la corte del cielo, ond’ io rivegno, e ’l canto di quei lumi era di quelle; Poi, sì cantando, quelli ardenti soli donne mi parver, non da ballo sciolte, E dentro a l’un senti’ cominciar: «Quando multiplicato in te tanto resplende, qual ti negasse il vin de la sua fiala Tu vuo’ saper di quai piante s’infiora Io fui de li agni de la santa greggia Questi che m’è a destra più vicino, Se sì di tutti li altri esser vuo’ certo, Quell’ altro fiammeggiare esce del riso L’altro ch’appresso addorna il nostro coro, La quinta luce, ch’è tra noi più bella, entro v’è l’alta mente u’ sì profondo Appresso vedi il lume di quel cero Ne l’altra piccioletta luce ride Or se tu l’occhio de la mente trani Per vedere ogne ben dentro vi gode Lo corpo ond’ ella fu cacciata giace Vedi oltre fiammeggiar l’ardente spiro Questi onde a me ritorna il tuo riguardo, essa è la luce etterna di Sigieri, Indi, come orologio che ne chiami che l’una parte e l’altra tira e urge, così vid’ ïo la gloriosa rota se non colà dove gioir s’insempra. O insensata cura de’ mortali, Chi dietro a iura e chi ad amforismi e chi rubare e chi civil negozio, quando, da tutte queste cose sciolto, Poi che ciascuno fu tornato ne lo E io senti’ dentro a quella lumera «Così com’ io del suo raggio resplendo, Tu dubbi, e hai voler che si ricerna ove dinanzi dissi: “U’ ben s’impingua”, La provedenza, che governa il mondo però che andasse ver’ lo suo diletto in sé sicura e anche a lui più fida, L’un fu tutto serafico in ardore; De l’un dirò, però che d’amendue Intra Tupino e l’acqua che discende onde Perugia sente freddo e caldo Di questa costa, là dov’ ella frange Però chi d’esso loco fa parole, Non era ancor molto lontan da l’orto, ché per tal donna, giovinetto, in guerra e dinanzi a la sua spirital corte Questa, privata del primo marito, né valse udir che la trovò sicura né valse esser costante né feroce, Ma perch’ io non proceda troppo chiuso, La lor concordia e i lor lieti sembianti, tanto che ’l venerabile Bernardo Oh ignota ricchezza! oh ben ferace! Indi sen va quel padre e quel maestro Né li gravò viltà di cuor le ciglia ma regalmente sua dura intenzione Poi che la gente poverella crebbe di seconda corona redimita E poi che, per la sete del martiro, e per trovare a conversione acerba nel crudo sasso intra Tevero e Arno Quando a colui ch’a tanto ben sortillo a’ frati suoi, sì com’ a giuste rede, e del suo grembo l’anima preclara Pensa oramai qual fu colui che degno e questo fu il nostro patrïarca; Ma ’l suo pecuglio di nova vivanda e quanto le sue pecore remote Ben son di quelle che temono ’l danno Or, se le mie parole non son fioche, in parte fia la tua voglia contenta, “U’ ben s’impingua, se non si vaneggia”». Sì tosto come l’ultima parola e nel suo giro tutta non si volse canto che tanto vince nostre muse, Come si volgon per tenera nube nascendo di quel d’entro quel di fori, e fanno qui la gente esser presaga, così di quelle sempiterne rose Poi che ’l tripudio e l’altra festa grande, insieme a punto e a voler quetarsi, del cor de l’una de le luci nove e cominciò: «L’amor che mi fa bella Degno è che, dov’ è l’un, l’altro s’induca: L’essercito di Cristo, che sì caro quando lo ’mperador che sempre regna e, come è detto, a sua sposa soccorse In quella parte ove surge ad aprire non molto lungi al percuoter de l’onde siede la fortunata Calaroga dentro vi nacque l’amoroso drudo e come fu creata, fu repleta Poi che le sponsalizie fuor compiute la donna che per lui l’assenso diede, e perché fosse qual era in costrutto, Domenico fu detto; e io ne parlo Ben parve messo e famigliar di Cristo: Spesse fïate fu tacito e desto Oh padre suo veramente Felice! Non per lo mondo, per cui mo s’affanna in picciol tempo gran dottor si feo; E a la sedia che fu già benigna non dispensare o due o tre per sei, addimandò, ma contro al mondo errante Poi, con dottrina e con volere insieme, e ne li sterpi eretici percosse Di lui si fecer poi diversi rivi Se tal fu l’una rota de la biga ben ti dovrebbe assai esser palese Ma l’orbita che fé la parte somma La sua famiglia, che si mosse dritta e tosto si vedrà de la ricolta Ben dico, chi cercasse a foglio a foglio ma non fia da Casal né d’Acquasparta, Io son la vita di Bonaventura Illuminato e Augustin son quici, Ugo da San Vittore è qui con elli, Natàn profeta e ’l metropolitano Rabano è qui, e lucemi dallato Ad inveggiar cotanto paladino e mosse meco questa compagnia». Imagini, chi bene intender cupe quindici stelle che ’n diverse plage imagini quel carro a cu’ il seno imagini la bocca di quel corno aver fatto di sé due segni in cielo, e l’un ne l’altro aver li raggi suoi, e avrà quasi l’ombra de la vera poi ch’è tanto di là da nostra usanza, Lì si cantò non Bacco, non Peana, Compié ’l cantare e ’l volger sua misura; Ruppe il silenzio ne’ concordi numi e disse: «Quando l’una paglia è trita, Tu credi che nel petto onde la costa e in quel che, forato da la lancia, quantunque a la natura umana lece e però miri a ciò ch’io dissi suso, Or apri li occhi a quel ch’io ti rispondo, Ciò che non more e ciò che può morire ché quella viva luce che sì mea per sua bontate il suo raggiare aduna, Quindi discende a l’ultime potenze e queste contingenze essere intendo La cera di costoro e chi la duce Ond’ elli avvien ch’un medesimo legno, Se fosse a punto la cera dedutta ma la natura la dà sempre scema, Però se ’l caldo amor la chiara vista Così fu fatta già la terra degna sì ch’io commendo tua oppinïone, Or s’i’ non procedesse avanti piùe, Ma perché paia ben ciò che non pare, Non ho parlato sì, che tu non posse non per sapere il numero in che enno non si est dare primum motum esse, Onde, se ciò ch’io dissi e questo note, e se al “surse” drizzi li occhi chiari, Con questa distinzion prendi ’l mio detto; E questo ti sia sempre piombo a’ piedi, ché quelli è tra li stolti bene a basso, perch’ elli ’ncontra che più volte piega Vie più che ’ndarno da riva si parte, E di ciò sono al mondo aperte prove sì fé Sabellio e Arrio e quelli stolti Non sien le genti, ancor, troppo sicure ch’i’ ho veduto tutto ’l verno prima e legno vidi già dritto e veloce Non creda donna Berta e ser Martino, ché quel può surgere, e quel può cadere». Dal centro al cerchio, e sì dal cerchio al centro ne la mia mente fé sùbito caso per la similitudine che nacque «A costui fa mestieri, e nol vi dice Diteli se la luce onde s’infiora e se rimane, dite come, poi Come, da più letizia pinti e tratti, così, a l’orazion pronta e divota, Qual si lamenta perché qui si moia Quell’ uno e due e tre che sempre vive tre volte era cantato da ciascuno E io udi’ ne la luce più dia risponder: «Quanto fia lunga la festa La sua chiarezza séguita l’ardore; Come la carne glorïosa e santa per che s’accrescerà ciò che ne dona onde la visïon crescer convene, Ma sì come carbon che fiamma rende, così questo folgór che già ne cerchia né potrà tanta luce affaticarne: Tanto mi parver sùbiti e accorti forse non pur per lor, ma per le mamme, Ed ecco intorno, di chiarezza pari, E sì come al salir di prima sera parvemi lì novelle sussistenze Oh vero sfavillar del Santo Spiro! Ma Bëatrice sì bella e ridente Quindi ripreser li occhi miei virtute Ben m’accors’ io ch’io era più levato, Con tutto ’l core e con quella favella E non er’ anco del mio petto essausto ché con tanto lucore e tanto robbi Come distinta da minori e maggi sì costellati facean nel profondo Qui vince la memoria mia lo ’ngegno; ma chi prende sua croce e segue Cristo, Di corno in corno e tra la cima e ’l basso così si veggion qui diritte e torte, moversi per lo raggio onde si lista E come giga e arpa, in tempra tesa così da’ lumi che lì m’apparinno Ben m’accors’ io ch’elli era d’alte lode, Ïo m’innamorava tanto quinci, Forse la mia parola par troppo osa, ma chi s’avvede che i vivi suggelli escusar puommi di quel ch’io m’accuso perché si fa, montando, più sincero. Benigna volontade in che si liqua silenzio puose a quella dolce lira, Come saranno a’ giusti preghi sorde Bene è che sanza termine si doglia Quale per li seren tranquilli e puri e pare stella che tramuti loco, tale dal corno che ’n destro si stende né si partì la gemma dal suo nastro, Sì pïa l’ombra d’Anchise si porse, «O sanguis meus, o superinfusa Così quel lume: ond’ io m’attesi a lui; ché dentro a li occhi suoi ardeva un riso Indi, a udire e a veder giocondo, né per elezïon mi si nascose, E quando l’arco de l’ardente affetto la prima cosa che per me s’intese, E seguì: «Grato e lontano digiuno, solvuto hai, figlio, dentro a questo lume Tu credi che a me tuo pensier mei e però ch’io mi sia e perch’ io paia Tu credi ’l vero; ché i minori e ’ grandi ma perché ’l sacro amore in che io veglio la voce tua sicura, balda e lieta Io mi volsi a Beatrice, e quella udio Poi cominciai così: «L’affetto e ’l senno, però che ’l sol che v’allumò e arse, Ma voglia e argomento ne’ mortali, ond’ io, che son mortal, mi sento in questa Ben supplico io a te, vivo topazio «O fronda mia in che io compiacemmi Poscia mi disse: «Quel da cui si dice mio figlio fu e tuo bisavol fue: Fiorenza dentro da la cerchia antica, Non avea catenella, non corona, Non faceva, nascendo, ancor paura Non avea case di famiglia vòte; Non era vinto ancora Montemalo Bellincion Berti vid’ io andar cinto e vidi quel d’i Nerli e quel del Vecchio Oh fortunate! ciascuna era certa L’una vegghiava a studio de la culla, l’altra, traendo a la rocca la chioma, Saria tenuta allor tal maraviglia A così riposato, a così bello Maria mi diè, chiamata in alte grida; Moronto fu mio frate ed Eliseo; Poi seguitai lo ’mperador Currado; Dietro li andai incontro a la nequizia Quivi fu’ io da quella gente turpa e venni dal martiro a questa pace». O poca nostra nobiltà di sangue, mirabil cosa non mi sarà mai: Ben se’ tu manto che tosto raccorce: Dal ‘voi’ che prima a Roma s’offerie, onde Beatrice, ch’era un poco scevra, Io cominciai: «Voi siete il padre mio; Per tanti rivi s’empie d’allegrezza Ditemi dunque, cara mia primizia, ditemi de l’ovil di San Giovanni Come s’avviva a lo spirar d’i venti e come a li occhi miei si fé più bella, dissemi: «Da quel dì che fu detto ‘Ave’ al suo Leon cinquecento cinquanta Li antichi miei e io nacqui nel loco Basti d’i miei maggiori udirne questo: Tutti color ch’a quel tempo eran ivi Ma la cittadinanza, ch’è or mista Oh quanto fora meglio esser vicine che averle dentro e sostener lo puzzo Se la gente ch’al mondo più traligna tal fatto è fiorentino e cambia e merca, sariesi Montemurlo ancor de’ Conti; Sempre la confusion de le persone e cieco toro più avaccio cade Se tu riguardi Luni e Orbisaglia udir come le schiatte si disfanno Le vostre cose tutte hanno lor morte, E come ’l volger del ciel de la luna per che non dee parer mirabil cosa Io vidi li Ughi e vidi i Catellini, e vidi così grandi come antichi, Sovra la porta ch’al presente è carca erano i Ravignani, ond’ è disceso Quel de la Pressa sapeva già come Grand’ era già la colonna del Vaio, Lo ceppo di che nacquero i Calfucci Oh quali io vidi quei che son disfatti Così facieno i padri di coloro L’oltracotata schiatta che s’indraca già venìa sù, ma di picciola gente; Già era ’l Caponsacco nel mercato Io dirò cosa incredibile e vera: Ciascun che de la bella insegna porta da esso ebbe milizia e privilegio; Già eran Gualterotti e Importuni; La casa di che nacque il vostro fleto, era onorata, essa e suoi consorti: Molti sarebber lieti, che son tristi, Ma conveniesi a quella pietra scema Con queste genti, e con altre con esse, Con queste genti vid’io glorïoso né per divisïon fatto vermiglio». Qual venne a Climenè, per accertarsi tal era io, e tal era sentito Per che mia donna «Manda fuor la vampa non perché nostra conoscenza cresca «O cara piota mia che sì t’insusi, così vedi le cose contingenti mentre ch’io era a Virgilio congiunto dette mi fuor di mia vita futura per che la voglia mia saria contenta Così diss’ io a quella luce stessa Né per ambage, in che la gente folle ma per chiare parole e con preciso «La contingenza, che fuor del quaderno necessità però quindi non prende Da indi, sì come viene ad orecchia Qual si partio Ipolito d’Atene Questo si vuole e questo già si cerca, La colpa seguirà la parte offensa Tu lascerai ogne cosa diletta Tu proverai sì come sa di sale E quel che più ti graverà le spalle, che tutta ingrata, tutta matta ed empia Di sua bestialitate il suo processo Lo primo tuo refugio e ’l primo ostello ch’in te avrà sì benigno riguardo, Con lui vedrai colui che ’mpresso fue, Non se ne son le genti ancora accorte ma pria che ’l Guasco l’alto Arrigo inganni, Le sue magnificenze conosciute A lui t’aspetta e a’ suoi benefici; e portera’ne scritto ne la mente Poi giunse: «Figlio, queste son le chiose Non vo’ però ch’a’ tuoi vicini invidie, Poi che, tacendo, si mostrò spedita io cominciai, come colui che brama, «Ben veggio, padre mio, sì come sprona per che di provedenza è buon ch’io m’armi, Giù per lo mondo sanza fine amaro, e poscia per lo ciel, di lume in lume, e s’io al vero son timido amico, La luce in che rideva il mio tesoro indi rispuose: «Coscïenza fusca Ma nondimen, rimossa ogne menzogna, Ché se la voce tua sarà molesta Questo tuo grido farà come vento, Però ti son mostrate in queste rote, che l’animo di quel ch’ode, non posa né per altro argomento che non paia». Già si godeva solo del suo verbo e quella donna ch’a Dio mi menava Io mi rivolsi a l’amoroso suono non perch’ io pur del mio parlar diffidi, Tanto poss’ io di quel punto ridire, fin che ’l piacere etterno, che diretto Vincendo me col lume d’un sorriso, Come si vede qui alcuna volta così nel fiammeggiar del folgór santo, El cominciò: «In questa quinta soglia spiriti son beati, che giù, prima Però mira ne’ corni de la croce: Io vidi per la croce un lume tratto E al nome de l’alto Macabeo Così per Carlo Magno e per Orlando Poscia trasse Guiglielmo e Rinoardo Indi, tra l’altre luci mota e mista, Io mi rivolsi dal mio destro lato e vidi le sue luci tanto mere, E come, per sentir più dilettanza sì m’accors’ io che ’l mio girare intorno E qual è ’l trasmutare in picciol varco tal fu ne li occhi miei, quando fui vòlto, Io vidi in quella giovïal facella E come augelli surti di rivera, sì dentro ai lumi sante creature Prima, cantando, a sua nota moviensi; O diva Pegasëa che li ’ngegni illustrami di te, sì ch’io rilevi Mostrarsi dunque in cinque volte sette ‘DILIGITE IUSTITIAM’, primai Poscia ne l’emme del vocabol quinto E vidi scendere altre luci dove Poi, come nel percuoter d’i ciocchi arsi resurger parver quindi più di mille e quïetata ciascuna in suo loco, Quei che dipinge lì, non ha chi ’l guidi; L’altra bëatitudo, che contenta O dolce stella, quali e quante gemme Per ch’io prego la mente in che s’inizia sì ch’un’altra fïata omai s’adiri O milizia del ciel cu’ io contemplo, Già si solea con le spade far guerra; Ma tu che sol per cancellare scrivi, Ben puoi tu dire: «I’ ho fermo ’l disiro ch’io non conosco il pescator né Polo». Parea dinanzi a me con l’ali aperte parea ciascuna rubinetto in cui E quel che mi convien ritrar testeso, ch’io vidi e anche udi’ parlar lo rostro, E cominciò: «Per esser giusto e pio e in terra lasciai la mia memoria Così un sol calor di molte brage Ond’ io appresso: «O perpetüi fiori solvetemi, spirando, il gran digiuno Ben so io che, se ’n cielo altro reame Sapete come attento io m’apparecchio Quasi falcone ch’esce del cappello, vid’ io farsi quel segno, che di laude Poi cominciò: «Colui che volse il sesto non poté suo valor sì fare impresso E ciò fa certo che ’l primo superbo, e quinci appar ch’ogne minor natura Dunque vostra veduta, che convene non pò da sua natura esser possente Però ne la giustizia sempiterna che, ben che da la proda veggia il fondo, Lume non è, se non vien dal sereno Assai t’è mo aperta la latebra ché tu dicevi: “Un uom nasce a la riva e tutti suoi voleri e atti buoni Muore non battezzato e sanza fede: Or tu chi se’, che vuo’ sedere a scranna, Certo a colui che meco s’assottiglia, Oh terreni animali! oh menti grosse! Cotanto è giusto quanto a lei consuona: Quale sovresso il nido si rigira cotal si fece, e sì leväi i cigli, Roteando cantava, e dicea: «Quali Poi si quetaro quei lucenti incendi esso ricominciò: «A questo regno Ma vedi: molti gridan “Cristo, Cristo!”, e tai Cristian dannerà l’Etïòpe, Che poran dir li Perse a’ vostri regi, Lì si vedrà, tra l’opere d’Alberto, Lì si vedrà il duol che sovra Senna Lì si vedrà la superbia ch’asseta, Vedrassi la lussuria e ’l viver molle Vedrassi al Ciotto di Ierusalemme Vedrassi l’avarizia e la viltate e a dare ad intender quanto è poco, E parranno a ciascun l’opere sozze E quel di Portogallo e di Norvegia Oh beata Ungheria, se non si lascia E creder de’ ciascun che già, per arra che dal fianco de l’altre non si scosta». Quando colui che tutto ’l mondo alluma lo ciel, che sol di lui prima s’accende, e questo atto del ciel mi venne a mente, però che tutte quelle vive luci, O dolce amor che di riso t’ammanti, Poscia che i cari e lucidi lapilli udir mi parve un mormorar di fiume E come suono al collo de la cetra così, rimosso d’aspettare indugio, Fecesi voce quivi, e quindi uscissi «La parte in me che vede e pate il sole perché d’i fuochi ond’ io figura fommi, Colui che luce in mezzo per pupilla, ora conosce il merto del suo canto, Dei cinque che mi fan cerchio per ciglio, ora conosce quanto caro costa E quel che segue in la circunferenza ora conosce che ’l giudicio etterno L’altro che segue, con le leggi e meco, ora conosce come il mal dedutto E quel che vedi ne l’arco declivo, ora conosce come s’innamora Chi crederebbe giù nel mondo errante Ora conosce assai di quel che ’l mondo Quale allodetta che ’n aere si spazia tal mi sembiò l’imago de la ’mprenta E avvegna ch’io fossi al dubbiar mio ma de la bocca, «Che cose son queste?», Poi appresso, con l’occhio più acceso, «Io veggio che tu credi queste cose Fai come quei che la cosa per nome Regnum celorum vïolenza pate non a guisa che l’omo a l’om sobranza, La prima vita del ciglio e la quinta D’i corpi suoi non uscir, come credi, Ché l’una de lo ’nferno, u’ non si riede di viva spene, che mise la possa L’anima glorïosa onde si parla, e credendo s’accese in tanto foco L’altra, per grazia che da sì profonda tutto suo amor là giù pose a drittura: ond’ ei credette in quella, e non sofferse Quelle tre donne li fur per battesmo O predestinazion, quanto remota E voi, mortali, tenetevi stretti ed ènne dolce così fatto scemo, Così da quella imagine divina, E come a buon cantor buon citarista sì, mentre ch’e’ parlò, sì mi ricorda con le parole mover le fiammette. Già eran li occhi miei rifissi al volto E quella non ridea; ma «S’io ridessi», ché la bellezza mia, che per le scale se non si temperasse, tanto splende, Noi sem levati al settimo splendore, Ficca di retro a li occhi tuoi la mente, Qual savesse qual era la pastura conoscerebbe quanto m’era a grato Dentro al cristallo che ’l vocabol porta, di color d’oro in che raggio traluce Vidi anche per li gradi scender giuso E come, per lo natural costume, poi altre vanno via sanza ritorno, tal modo parve me che quivi fosse E quel che presso più ci si ritenne, Ma quella ond’ io aspetto il come e ’l quando Per ch’ella, che vedëa il tacer mio E io incominciai: «La mia mercede vita beata che ti stai nascosta e dì perché si tace in questa rota «Tu hai l’udir mortal sì come il viso», Giù per li gradi de la scala santa né più amor mi fece esser più presta, Ma l’alta carità, che ci fa serve «Io veggio ben», diss’ io, «sacra lucerna, ma questo è quel ch’a cerner mi par forte, Né venni prima a l’ultima parola, poi rispuose l’amor che v’era dentro: la cui virtù, col mio veder congiunta, Quinci vien l’allegrezza ond’ io fiammeggio; Ma quell’ alma nel ciel che più si schiara, però che sì s’innoltra ne lo abisso E al mondo mortal, quando tu riedi, La mente, che qui luce, in terra fumma; Sì mi prescrisser le parole sue, «Tra ’ due liti d’Italia surgon sassi, e fanno un gibbo che si chiama Catria, Così ricominciommi il terzo sermo; che pur con cibi di liquor d’ulivi Render solea quel chiostro a questi cieli In quel loco fu’ io Pietro Damiano, Poca vita mortal m’era rimasa, Venne Cefàs e venne il gran vasello Or voglion quinci e quindi chi rincalzi Cuopron d’i manti loro i palafreni, A questa voce vid’ io più fiammelle Dintorno a questa vennero e fermarsi, né io lo ’ntesi, sì mi vinse il tuono. Oppresso di stupore, a la mia guida e quella, come madre che soccorre mi disse: «Non sai tu che tu se’ in cielo? Come t’avrebbe trasmutato il canto, nel qual, se ’nteso avessi i prieghi suoi, La spada di qua sù non taglia in fretta Ma rivolgiti omai inverso altrui; Come a lei piacque, li occhi ritornai, Io stava come quei che ’n sé repreme e la maggiore e la più luculenta Poi dentro a lei udi’: «Se tu vedessi Ma perché tu, aspettando, non tarde Quel monte a cui Cassino è ne la costa e quel son io che sù vi portai prima e tanta grazia sopra me relusse, Questi altri fuochi tutti contemplanti Qui è Maccario, qui è Romoaldo, E io a lui: «L’affetto che dimostri così m’ha dilatata mia fidanza, Però ti priego, e tu, padre, m’accerta Ond’ elli: «Frate, il tuo alto disio Ivi è perfetta, matura e intera perché non è in loco e non s’impola; Infin là sù la vide il patriarca Ma, per salirla, mo nessun diparte Le mura che solieno esser badia Ma grave usura tanto non si tolle ché quantunque la Chiesa guarda, tutto La carne d’i mortali è tanto blanda, Pier cominciò sanz’ oro e sanz’ argento, e se guardi ’l principio di ciascuno, Veramente Iordan vòlto retrorso Così mi disse, e indi si raccolse La dolce donna dietro a lor mi pinse né mai qua giù dove si monta e cala S’io torni mai, lettore, a quel divoto tu non avresti in tanto tratto e messo O glorïose stelle, o lume pregno con voi nasceva e s’ascondeva vosco e poi, quando mi fu grazia largita A voi divotamente ora sospira «Tu se’ sì presso a l’ultima salute», e però, prima che tu più t’inlei, sì che ’l tuo cor, quantunque può, giocondo Col viso ritornai per tutte quante e quel consiglio per migliore approbo Vidi la figlia di Latona incensa L’aspetto del tuo nato, Iperïone, Quindi m’apparve il temperar di Giove e tutti e sette mi si dimostraro L’aiuola che ci fa tanto feroci, poscia rivolsi li occhi a li occhi belli. Come l’augello, intra l’amate fronde, che, per veder li aspetti disïati previene il tempo in su aperta frasca, così la donna mïa stava eretta sì che, veggendola io sospesa e vaga, Ma poco fu tra uno e altro quando, e Bëatrice disse: «Ecco le schiere Pariemi che ’l suo viso ardesse tutto, Quale ne’ plenilunïi sereni vid’ i’ sopra migliaia di lucerne e per la viva luce trasparea Oh Bëatrice, dolce guida e cara! Quivi è la sapïenza e la possanza Come foco di nube si diserra la mente mia così, tra quelle dape «Apri li occhi e riguarda qual son io; Io era come quei che si risente quand’ io udi’ questa proferta, degna Se mo sonasser tutte quelle lingue per aiutarmi, al millesmo del vero e così, figurando il paradiso, Ma chi pensasse il ponderoso tema non è pareggio da picciola barca «Perché la faccia mia sì t’innamora, Quivi è la rosa in che ’l verbo divino Così Beatrice; e io, che a’ suoi consigli Come a raggio di sol, che puro mei vid’ io così più turbe di splendori, O benigna vertù che sì li ’mprenti, Il nome del bel fior ch’io sempre invoco e come ambo le luci mi dipinse per entro il cielo scese una facella, Qualunque melodia più dolce suona comparata al sonar di quella lira «Io sono amore angelico, che giro e girerommi, donna del ciel, mentre Così la circulata melodia Lo real manto di tutti i volumi avea sopra di noi l’interna riva però non ebber li occhi miei potenza E come fantolin che ’nver’ la mamma ciascun di quei candori in sù si stese Indi rimaser lì nel mio cospetto, Oh quanta è l’ubertà che si soffolce Quivi si vive e gode del tesoro Quivi trïunfa, sotto l’alto Filio colui che tien le chiavi di tal gloria. «O sodalizio eletto a la gran cena se per grazia di Dio questi preliba ponete mente a l’affezione immensa Così Beatrice; e quelle anime liete E come cerchi in tempra d’orïuoli così quelle carole, differente- Di quella ch’io notai di più carezza e tre fïate intorno di Beatrice Però salta la penna e non lo scrivo: «O santa suora mia che sì ne prieghe Poscia fermato, il foco benedetto Ed ella: «O luce etterna del gran viro tenta costui di punti lievi e gravi, S’elli ama bene e bene spera e crede, ma perché questo regno ha fatto civi Sì come il baccialier s’arma e non parla così m’armava io d’ogne ragione «Dì, buon Cristiano, fatti manifesto: poi mi volsi a Beatrice, ed essa pronte «La Grazia che mi dà ch’io mi confessi», E seguitai: «Come ’l verace stilo fede è sustanza di cose sperate Allora udi’: «Dirittamente senti, E io appresso: «Le profonde cose che l’esser loro v’è in sola credenza, E da questa credenza ci convene Allora udi’: «Se quantunque s’acquista Così spirò di quello amore acceso; ma dimmi se tu l’hai ne la tua borsa». Appresso uscì de la luce profonda onde ti venne?». E io: «La larga ploia è silogismo che la m’ha conchiusa Io udi’ poi: «L’antica e la novella E io: «La prova che ’l ver mi dischiude, Risposto fummi: «Dì, chi t’assicura «Se ’l mondo si rivolse al cristianesmo», ché tu intrasti povero e digiuno Finito questo, l’alta corte santa E quel baron che sì di ramo in ramo, ricominciò: «La Grazia, che donnea sì ch’io approvo ciò che fuori emerse; «O santo padre, e spirito che vedi comincia’ io, «tu vuo’ ch’io manifesti E io rispondo: Io credo in uno Dio e a tal creder non ho io pur prove per Moïsè, per profeti e per salmi, e credo in tre persone etterne, e queste De la profonda condizion divina Quest’ è ’l principio, quest’ è la favilla Come ’l segnor ch’ascolta quel che i piace, così, benedicendomi cantando, io avea detto: sì nel dir li piacqui! Se mai continga che ’l poema sacro vinca la crudeltà che fuor mi serra con altra voce omai, con altro vello però che ne la fede, che fa conte Indi si mosse un lume verso noi e la mia donna, piena di letizia, Sì come quando il colombo si pone così vid’ ïo l’un da l’altro grande Ma poi che ’l gratular si fu assolto, Ridendo allora Bëatrice disse: fa risonar la spene in questa altezza: «Leva la testa e fa che t’assicuri: Questo conforto del foco secondo «Poi che per grazia vuol che tu t’affronti sì che, veduto il ver di questa corte, di’ quel ch’ell’ è, di’ come se ne ’nfiora E quella pïa che guidò le penne «La Chiesa militante alcun figliuolo però li è conceduto che d’Egitto Li altri due punti, che non per sapere a lui lasc’ io, ché non li saran forti Come discente ch’a dottor seconda «Spene», diss’ io, «è uno attender certo Da molte stelle mi vien questa luce; ‘Sperino in te’, ne la sua tëodia Tu mi stillasti, con lo stillar suo, Mentr’ io diceva, dentro al vivo seno Indi spirò: «L’amore ond’ ïo avvampo vuol ch’io respiri a te che ti dilette E io: «Le nove e le scritture antiche Dice Isaia che ciascuna vestita e ’l tuo fratello assai vie più digesta, E prima, appresso al fin d’este parole, Poscia tra esse un lume si schiarì E come surge e va ed entra in ballo così vid’ io lo schiarato splendore Misesi lì nel canto e ne la rota; «Questi è colui che giacque sopra ’l petto La donna mia così; né però piùe Qual è colui ch’adocchia e s’argomenta tal mi fec’ ïo a quell’ ultimo foco In terra è terra il mio corpo, e saragli Con le due stole nel beato chiostro A questa voce l’infiammato giro sì come, per cessar fatica o rischio, Ahi quanto ne la mente mi commossi, presso di lei, e nel mondo felice! Mentr’ io dubbiava per lo viso spento, dicendo: «Intanto che tu ti risense Comincia dunque; e dì ove s’appunta perché la donna che per questa dia Io dissi: «Al suo piacere e tosto e tardo Lo ben che fa contenta questa corte, Quella medesma voce che paura e disse: «Certo a più angusto vaglio E io: «Per filosofici argomenti ché ’l bene, in quanto ben, come s’intende, Dunque a l’essenza ov’ è tanto avvantaggio, più che in altra convien che si mova Tal vero a l’intelletto mïo sterne Sternel la voce del verace autore, Sternilmi tu ancora, incominciando E io udi’: «Per intelletto umano Ma dì ancor se tu senti altre corde Non fu latente la santa intenzione Però ricominciai: «Tutti quei morsi ché l’essere del mondo e l’esser mio, con la predetta conoscenza viva, Le fronde onde s’infronda tutto l’orto Sì com’ io tacqui, un dolcissimo canto E come a lume acuto si disonna e lo svegliato ciò che vede aborre, così de li occhi miei ogne quisquilia onde mei che dinanzi vidi poi; E la mia donna: «Dentro da quei rai Come la fronda che flette la cima fec’ io in tanto in quant’ ella diceva, E cominciai: «O pomo che maturo divoto quanto posso a te supplìco Talvolta un animal coverto broglia, e similmente l’anima primaia Indi spirò: «Sanz’ essermi proferta perch’ io la veggio nel verace speglio Tu vuogli udir quant’ è che Dio mi puose e quanto fu diletto a li occhi miei, Or, figluol mio, non il gustar del legno Quindi onde mosse tua donna Virgilio, e vidi lui tornare a tutt’ i lumi La lingua ch’io parlai fu tutta spenta ché nullo effetto mai razïonabile, Opera naturale è ch’uom favella; Pria ch’i’ scendessi a l’infernale ambascia, e El si chiamò poi: e ciò convene, Nel monte che si leva più da l’onda, come ’l sol muta quadra, l’ora sesta». ‘Al Padre, al Figlio, a lo Spirito Santo’, Ciò ch’io vedeva mi sembiava un riso Oh gioia! oh ineffabile allegrezza! Dinanzi a li occhi miei le quattro face e tal ne la sembianza sua divenne, La provedenza, che quivi comparte quand’ ïo udi’: «Se io mi trascoloro, Quelli ch’usurpa in terra il luogo mio, fatt’ ha del cimitero mio cloaca Di quel color che per lo sole avverso E come donna onesta che permane così Beatrice trasmutò sembianza; Poi procedetter le parole sue «Non fu la sposa di Cristo allevata ma per acquisto d’esto viver lieto Non fu nostra intenzion ch’a destra mano né che le chiavi che mi fuor concesse, né ch’io fossi figura di sigillo In vesta di pastor lupi rapaci Del sangue nostro Caorsini e Guaschi Ma l’alta provedenza, che con Scipio e tu, figliuol, che per lo mortal pondo Sì come di vapor gelati fiocca in sù vid’ io così l’etera addorno Lo viso mio seguiva i suoi sembianti, Onde la donna, che mi vide assolto Da l’ora ch’ïo avea guardato prima sì ch’io vedea di là da Gade il varco E più mi fora discoverto il sito La mente innamorata, che donnea e se natura o arte fé pasture tutte adunate, parrebber nïente E la virtù che lo sguardo m’indulse, Le parti sue vivissime ed eccelse Ma ella, che vedëa ’l mio disire, «La natura del mondo, che quïeta e questo cielo non ha altro dove Luce e amor d’un cerchio lui comprende, Non è suo moto per altro distinto, e come il tempo tegna in cotal testo Oh cupidigia che i mortali affonde Ben fiorisce ne li uomini il volere; Fede e innocenza son reperte Tale, balbuzïendo ancor, digiuna, e tal, balbuzïendo, ama e ascolta Così si fa la pelle bianca nera Tu, perché non ti facci maraviglia, Ma prima che gennaio tutto si sverni che la fortuna che tanto s’aspetta, e vero frutto verrà dopo ’l fiore». Poscia che ’ncontro a la vita presente come in lo specchio fiamma di doppiero e sé rivolge per veder se ’l vetro così la mia memoria si ricorda E com’ io mi rivolsi e furon tocchi un punto vidi che raggiava lume e quale stella par quinci più poca, Forse cotanto quanto pare appresso distante intorno al punto un cerchio d’igne e questo era d’un altro circumcinto, Sopra seguiva il settimo sì sparto Così l’ottavo e ’l nono; e chiascheduno e quello avea la fiamma più sincera La donna mia, che mi vedëa in cura Mira quel cerchio che più li è congiunto; E io a lei: «Se ’l mondo fosse posto ma nel mondo sensibile si puote Onde, se ’l mio disir dee aver fine udir convienmi ancor come l’essemplo «Se li tuoi diti non sono a tal nodo Così la donna mia; poi disse: «Piglia Li cerchi corporai sono ampi e arti Maggior bontà vuol far maggior salute; Dunque costui che tutto quanto rape per che, se tu a la virtù circonde tu vederai mirabil consequenza Come rimane splendido e sereno per che si purga e risolve la roffia così fec’ïo, poi che mi provide E poi che le parole sue restaro, L’incendio suo seguiva ogne scintilla; Io sentiva osannar di coro in coro E quella che vedëa i pensier dubi Così veloci seguono i suoi vimi, Quelli altri amori che ’ntorno li vonno, e dei saper che tutti hanno diletto Quinci si può veder come si fonda e del vedere è misura mercede, L’altro ternaro, che così germoglia perpetüalemente ‘Osanna’ sberna In essa gerarcia son l’altre dee: Poscia ne’ due penultimi tripudi Questi ordini di sù tutti s’ammirano, E Dïonisio con tanto disio Ma Gregorio da lui poi si divise; E se tanto secreto ver proferse con altro assai del ver di questi giri». Quando ambedue li figli di Latona, quant’ è dal punto che ’l cenìt inlibra tanto, col volto di riso dipinto, Poi cominciò: «Io dico, e non dimando, Non per aver a sé di bene acquisto, in sua etternità di tempo fore, Né prima quasi torpente si giacque; Forma e materia, congiunte e purette, E come in vetro, in ambra o in cristallo così ’l triforme effetto del suo sire Concreato fu ordine e costrutto pura potenza tenne la parte ima; Ieronimo vi scrisse lungo tratto ma questo vero è scritto in molti lati e anche la ragione il vede alquanto, Or sai tu dove e quando questi amori Né giugneriesi, numerando, al venti L’altra rimase, e cominciò quest’ arte Principio del cader fu il maladetto Quelli che vedi qui furon modesti per che le viste lor furo essaltate e non voglio che dubbi, ma sia certo, Omai dintorno a questo consistorio Ma perché ’n terra per le vostre scole ancor dirò, perché tu veggi pura Queste sustanze, poi che fur gioconde però non hanno vedere interciso sì che là giù, non dormendo, si sogna, Voi non andate giù per un sentiero E ancor questo qua sù si comporta Non vi si pensa quanto sangue costa Per apparer ciascun s’ingegna e face Un dice che la luna si ritorse e mente, ché la luce si nascose Non ha Fiorenza tanti Lapi e Bindi sì che le pecorelle, che non sanno, Non disse Cristo al suo primo convento: e quel tanto sonò ne le sue guance, Ora si va con motti e con iscede Ma tale uccel nel becchetto s’annida, per cui tanta stoltezza in terra crebbe, Di questo ingrassa il porco sant’ Antonio, Ma perché siam digressi assai, ritorci Questa natura sì oltre s’ingrada e se tu guardi quel che si revela La prima luce, che tutta la raia, Onde, però che a l’atto che concepe Vedi l’eccelso omai e la larghezza uno manendo in sé come davanti». Forse semilia miglia di lontano quando ’l mezzo del cielo, a noi profondo, e come vien la chiarissima ancella Non altrimenti il trïunfo che lude a poco a poco al mio veder si stinse: Se quanto infino a qui di lei si dice La bellezza ch’io vidi si trasmoda Da questo passo vinto mi concedo ché, come sole in viso che più trema, Dal primo giorno ch’i’ vidi il suo viso ma or convien che mio seguir desista Cotal qual io lascio a maggior bando con atto e voce di spedito duce luce intellettüal, piena d’amore; Qui vederai l’una e l’altra milizia Come sùbito lampo che discetti così mi circunfulse luce viva, «Sempre l’amor che queta questo cielo Non fur più tosto dentro a me venute e di novella vista mi raccesi e vidi lume in forma di rivera Di tal fiumana uscian faville vive, poi, come inebrïate da li odori, «L’alto disio che mo t’infiamma e urge, ma di quest’ acqua convien che tu bei Anche soggiunse: «Il fiume e li topazi Non che da sé sian queste cose acerbe; Non è fantin che sì sùbito rua come fec’ io, per far migliori spegli e sì come di lei bevve la gronda Poi, come gente stata sotto larve, così mi si cambiaro in maggior feste O isplendor di Dio, per cu’ io vidi Lume è là sù che visibile face E’ si distende in circular figura, Fassi di raggio tutta sua parvenza E come clivo in acqua di suo imo sì, soprastando al lume intorno intorno, E se l’infimo grado in sé raccoglie La vista mia ne l’ampio e ne l’altezza Presso e lontano, lì, né pon né leva: Nel giallo de la rosa sempiterna, qual è colui che tace e dicer vole, Vedi nostra città quant’ ella gira; E ’n quel gran seggio a che tu li occhi tieni sederà l’alma, che fia giù agosta, La cieca cupidigia che v’ammalia E fia prefetto nel foro divino Ma poco poi sarà da Dio sofferto e farà quel d’Alagna intrar più giuso». In forma dunque di candida rosa ma l’altra, che volando vede e canta sì come schiera d’ape che s’infiora nel gran fior discendeva che s’addorna Le facce tutte avean di fiamma viva Quando scendean nel fior, di banco in banco Né l’interporsi tra ’l disopra e ’l fiore ché la luce divina è penetrante Questo sicuro e gaudïoso regno, O trina luce che ’n unica stella Se i barbari, venendo da tal plaga veggendo Roma e l’ardüa sua opra, ïo, che al divino da l’umano, di che stupor dovea esser compiuto! E quasi peregrin che si ricrea su per la viva luce passeggiando, Vedëa visi a carità süadi, La forma general di paradiso e volgeami con voglia rïaccesa Uno intendëa, e altro mi rispuose: Diffuso era per li occhi e per le gene E «Ov’ è ella?», sùbito diss’ io. e se riguardi sù nel terzo giro Sanza risponder, li occhi sù levai, Da quella regïon che più sù tona quanto lì da Beatrice la mia vista; «O donna in cui la mia speranza vige, di tante cose quant’ i’ ho vedute, Tu m’hai di servo tratto a libertate La tua magnificenza in me custodi, Così orai; e quella, sì lontana E ’l santo sene: «Acciò che tu assommi vola con li occhi per questo giardino; E la regina del cielo, ond’ ïo ardo Qual è colui che forse di Croazia ma dice nel pensier, fin che si mostra: tal era io mirando la vivace «Figliuol di grazia, quest’ esser giocondo», ma guarda i cerchi infino al più remoto, Io levai li occhi; e come da mattina così, quasi di valle andando a monte E come quivi ove s’aspetta il temo così quella pacifica oriafiamma e a quel mezzo, con le penne sparte, Vidi a lor giochi quivi e a lor canti e s’io avessi in dir tanta divizia Bernardo, come vide li occhi miei che ’ miei di rimirar fé più ardenti. Affetto al suo piacer, quel contemplante «La piaga che Maria richiuse e unse, Ne l’ordine che fanno i terzi sedi, Sarra e Rebecca, Iudìt e colei puoi tu veder così di soglia in soglia E dal settimo grado in giù, sì come perché, secondo lo sguardo che fée Da questa parte onde ’l fiore è maturo da l’altra parte onde sono intercisi E come quinci il glorïoso scanno così di contra quel del gran Giovanni, e sotto lui così cerner sortiro Or mira l’alto proveder divino: E sappi che dal grado in giù che fiede ma per l’altrui, con certe condizioni: Ben te ne puoi accorger per li volti Or dubbi tu e dubitando sili; Dentro a l’ampiezza di questo reame ché per etterna legge è stabilito e però questa festinata gente Lo rege per cui questo regno pausa le menti tutte nel suo lieto aspetto E ciò espresso e chiaro vi si nota Però, secondo il color d’i capelli, Dunque, sanza mercé di lor costume, Bastavasi ne’ secoli recenti poi che le prime etadi fuor compiute, ma poi che ’l tempo de la grazia venne, Riguarda omai ne la faccia che a Cristo Io vidi sopra lei tanta allegrezza che quantunque io avea visto davante, e quello amor che primo lì discese, Rispuose a la divina cantilena «O santo padre, che per me comporte qual è quell’ angel che con tanto gioco Così ricorsi ancora a la dottrina Ed elli a me: «Baldezza e leggiadria perch’ elli è quelli che portò la palma Ma vieni omai con li occhi sì com’ io Quei due che seggon là sù più felici colui che da sinistra le s’aggiusta dal destro vedi quel padre vetusto E quei che vide tutti i tempi gravi, siede lungh’ esso, e lungo l’altro posa Di contr’ a Pietro vedi sedere Anna, e contro al maggior padre di famiglia Ma perché ’l tempo fugge che t’assonna, e drizzeremo li occhi al primo amore, Veramente, ne forse tu t’arretri grazia da quella che puote aiutarti; E cominciò questa santa orazione: «Vergine Madre, figlia del tuo figlio, tu se’ colei che l’umana natura Nel ventre tuo si raccese l’amore, Qui se’ a noi meridïana face Donna, se’ tanto grande e tanto vali, La tua benignità non pur soccorre In te misericordia, in te pietate, Or questi, che da l’infima lacuna supplica a te, per grazia, di virtute E io, che mai per mio veder non arsi perché tu ogne nube li disleghi Ancor ti priego, regina, che puoi Vinca tua guardia i movimenti umani: Li occhi da Dio diletti e venerati, indi a l’etterno lume s’addrizzaro, E io ch’al fine di tutt’ i disii Bernardo m’accennava, e sorridea, ché la mia vista, venendo sincera, Da quinci innanzi il mio veder fu maggio Qual è colüi che sognando vede, cotal son io, ché quasi tutta cessa Così la neve al sol si disigilla; O somma luce che tanto ti levi e fa la lingua mia tanto possente, ché, per tornare alquanto a mia memoria Io credo, per l’acume ch’io soffersi E’ mi ricorda ch’io fui più ardito Oh abbondante grazia ond’ io presunsi Nel suo profondo vidi che s’interna, sustanze e accidenti e lor costume La forma universal di questo nodo Un punto solo m’è maggior letargo Così la mente mia, tutta sospesa, A quella luce cotal si diventa, però che ’l ben, ch’è del volere obietto, Omai sarà più corta mia favella, Non perché più ch’un semplice sembiante ma per la vista che s’avvalorava Ne la profonda e chiara sussistenza e l’un da l’altro come iri da iri Oh quanto è corto il dire e come fioco O luce etterna che sola in te sidi, Quella circulazion che sì concetta dentro da sé, del suo colore stesso, Qual è ’l geomètra che tutto s’affige tal era io a quella vista nova: ma non eran da ciò le proprie penne: A l’alta fantasia qui mancò possa; l’amor che move il sole e l’altre stelle.LA DIVINA COMMEDIA
di Dante Alighieri
Contents
INFERNO Canto I. Canto II. Canto III. Canto IV. Canto V. Canto VI. Canto VII. Canto VIII. Canto IX. Canto X. Canto XI. Canto XII. Canto XIII. Canto XIV. Canto XV. Canto XVI. Canto XVII. Canto XVIII. Canto XIX. Canto XX. Canto XXI. Canto XXII. Canto XXIII. Canto XXIV. Canto XXV. Canto XXVI. Canto XXVII. Canto XXVIII. Canto XXIX. Canto XXX. Canto XXXI. Canto XXXII. Canto XXXIII. Canto XXXIV. PURGATORIO Canto I. Canto II. Canto III. Canto IV. Canto V. Canto VI. Canto VII. Canto VIII. Canto IX. Canto X. Canto XI. Canto XII. Canto XIII. Canto XIV. Canto XV. Canto XVI. Canto XVII. Canto XVIII. Canto XIX. Canto XX. Canto XXI. Canto XXII. Canto XXIII. Canto XXIV. Canto XXV. Canto XXVI. Canto XXVII. Canto XXVIII. Canto XXIX. Canto XXX. Canto XXXI. Canto XXXII. Canto XXXIII. PARADISO Canto I. Canto II. Canto III. Canto IV. Canto V. Canto VI. Canto VII. Canto VIII. Canto IX. Canto X. Canto XI. Canto XII. Canto XIII. Canto XIV. Canto XV. Canto XVI. Canto XVII. Canto XVIII. Canto XIX. Canto XX. Canto XXI. Canto XXII. Canto XXIII. Canto XXIV. Canto XXV. Canto XXVI. Canto XXVII. Canto XXVIII. Canto XXIX. Canto XXX. Canto XXXI. Canto XXXII. Canto XXXIII. INFERNO
Inferno
Canto I
mi ritrovai per una selva oscura,best jigsaw puzzles for boys
ché la diritta via era smarrita.
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura!
ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,
dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte.
tant’ era pien di sonno a quel punto
che la verace via abbandonai.
là dove terminava quella valle
che m’avea di paura il cor compunto,
vestite già de’ raggi del pianeta
che mena dritto altrui per ogne calle.
che nel lago del cor m’era durata
la notte ch’i’ passai con tanta pieta.
uscito fuor del pelago a la riva,
si volge a l’acqua perigliosa e guata,
si volse a retro a rimirar lo passo
che non lasciò già mai persona viva.
ripresi via per la piaggia diserta,
sì che ’l piè fermo sempre era ’l più basso.
una lonza leggera e presta molto,
che di pel macolato era coverta;
anzi ’mpediva tanto il mio cammino,
ch’i’ fui per ritornar più volte vòlto.
e ’l sol montava ’n sù con quelle stelle
ch’eran con lui quando l’amor divino
sì ch’a bene sperar m’era cagione
di quella fiera a la gaetta pelle
ma non sì che paura non mi desse
la vista che m’apparve d’un leone.
con la test’ alta e con rabbiosa fame,
sì che parea che l’aere ne tremesse.
sembiava carca ne la sua magrezza,
e molte genti fé già viver grame,
con la paura ch’uscia di sua vista,
ch’io perdei la speranza de l’altezza.
e giugne ’l tempo che perder lo face,
che ’n tutti suoi pensier piange e s’attrista;
che, venendomi ’ncontro, a poco a poco
mi ripigneva là dove ’l sol tace.
dinanzi a li occhi mi si fu offerto
chi per lungo silenzio parea fioco.
«Miserere di me», gridai a lui,
«qual che tu sii, od ombra od omo certo!».
e li parenti miei furon lombardi,
mantoani per patrïa ambedui.
e vissi a Roma sotto ’l buono Augusto
nel tempo de li dèi falsi e bugiardi.
figliuol d’Anchise che venne di Troia,
poi che ’l superbo Ilïón fu combusto.
perché non sali il dilettoso monte
ch’è principio e cagion di tutta gioia?».
che spandi di parlar sì largo fiume?»,
rispuos’ io lui con vergognosa fronte.
vagliami ’l lungo studio e ’l grande amore
che m’ha fatto cercar lo tuo volume.
tu se’ solo colui da cu’ io tolsi
lo bello stilo che m’ha fatto onore.
aiutami da lei, famoso saggio,
ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi».
rispuose, poi che lagrimar mi vide,
«se vuo’ campar d’esto loco selvaggio;
non lascia altrui passar per la sua via,
ma tanto lo ’mpedisce che l’uccide;
che mai non empie la bramosa voglia,
e dopo ’l pasto ha più fame che pria.
e più saranno ancora, infin che ’l veltro
verrà, che la farà morir con doglia.
ma sapïenza, amore e virtute,
e sua nazion sarà tra feltro e feltro.
per cui morì la vergine Cammilla,
Eurialo e Turno e Niso di ferute.
fin che l’avrà rimessa ne lo ’nferno,
là onde ’nvidia prima dipartilla.
che tu mi segui, e io sarò tua guida,
e trarrotti di qui per loco etterno;
vedrai li antichi spiriti dolenti,
ch’a la seconda morte ciascun grida;
nel foco, perché speran di venire
quando che sia a le beate genti.
anima fia a ciò più di me degna:
con lei ti lascerò nel mio partire;
perch’ i’ fu’ ribellante a la sua legge,
non vuol che ’n sua città per me si vegna.
quivi è la sua città e l’alto seggio:
oh felice colui cu’ ivi elegge!».
per quello Dio che tu non conoscesti,
acciò ch’io fugga questo male e peggio,
sì ch’io veggia la porta di san Pietro
e color cui tu fai cotanto mesti».Inferno
Canto II
toglieva li animai che sono in terra
da le fatiche loro; e io sol uno
sì del cammino e sì de la pietate,
che ritrarrà la mente che non erra.
o mente che scrivesti ciò ch’io vidi,
qui si parrà la tua nobilitate.
guarda la mia virtù s’ell’ è possente,
prima ch’a l’alto passo tu mi fidi.
corruttibile ancora, ad immortale
secolo andò, e fu sensibilmente.
cortese i fu, pensando l’alto effetto
ch’uscir dovea di lui, e ’l chi e ’l quale
ch’e’ fu de l’alma Roma e di suo impero
ne l’empireo ciel per padre eletto:
fu stabilita per lo loco santo
u’ siede il successor del maggior Piero.
intese cose che furon cagione
di sua vittoria e del papale ammanto.
per recarne conforto a quella fede
ch’è principio a la via di salvazione.
Io non Enëa, io non Paulo sono;
me degno a ciò né io né altri ’l crede.
temo che la venuta non sia folle.
Se’ savio; intendi me’ ch’i’ non ragiono».
e per novi pensier cangia proposta,
sì che dal cominciar tutto si tolle,
perché, pensando, consumai la ’mpresa
che fu nel cominciar cotanto tosta.
rispuose del magnanimo quell’ ombra,
«l’anima tua è da viltade offesa;
sì che d’onrata impresa lo rivolve,
come falso veder bestia quand’ ombra.
dirotti perch’ io venni e quel ch’io ’ntesi
nel primo punto che di te mi dolve.
e donna mi chiamò beata e bella,
tal che di comandare io la richiesi.
e cominciommi a dir soave e piana,
con angelica voce, in sua favella:
di cui la fama ancor nel mondo dura,
e durerà quanto ’l mondo lontana,
ne la diserta piaggia è impedito
sì nel cammin, che vòlt’ è per paura;
ch’io mi sia tardi al soccorso levata,
per quel ch’i’ ho di lui nel cielo udito.
e con ciò c’ha mestieri al suo campare,
l’aiuta sì ch’i’ ne sia consolata.
vegno del loco ove tornar disio;
amor mi mosse, che mi fa parlare.
di te mi loderò sovente a lui”.
Tacette allora, e poi comincia’ io:
l’umana spezie eccede ogne contento
di quel ciel c’ha minor li cerchi sui,
che l’ubidir, se già fosse, m’è tardi;
più non t’è uo’ ch’aprirmi il tuo talento.
de lo scender qua giuso in questo centro
de l’ampio loco ove tornar tu ardi”.
dirotti brievemente”, mi rispuose,
“perch’ i’ non temo di venir qua entro.
c’hanno potenza di fare altrui male;
de l’altre no, ché non son paurose.
che la vostra miseria non mi tange,
né fiamma d’esto ’ncendio non m’assale.
di questo ’mpedimento ov’ io ti mando,
sì che duro giudicio là sù frange.
e disse:—Or ha bisogno il tuo fedele
di te, e io a te lo raccomando—.
si mosse, e venne al loco dov’ i’ era,
che mi sedea con l’antica Rachele.
ché non soccorri quei che t’amò tanto,
ch’uscì per te de la volgare schiera?
non vedi tu la morte che ’l combatte
su la fiumana ove ’l mar non ha vanto?—.
a far lor pro o a fuggir lor danno,
com’ io, dopo cotai parole fatte,
fidandomi del tuo parlare onesto,
ch’onora te e quei ch’udito l’hanno”.
li occhi lucenti lagrimando volse,
per che mi fece del venir più presto.
d’inanzi a quella fiera ti levai
che del bel monte il corto andar ti tolse.
perché tanta viltà nel core allette,
perché ardire e franchezza non hai,
curan di te ne la corte del cielo,
e ’l mio parlar tanto ben ti promette?».
chinati e chiusi, poi che ’l sol li ’mbianca,
si drizzan tutti aperti in loro stelo,
e tanto buono ardire al cor mi corse,
ch’i’ cominciai come persona franca:
e te cortese ch’ubidisti tosto
a le vere parole che ti porse!
sì al venir con le parole tue,
ch’i’ son tornato nel primo proposto.
tu duca, tu segnore e tu maestro».
Così li dissi; e poi che mosso fue,Inferno
Canto III
per me si va ne l’etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente.
fecemi la divina podestate,
la somma sapïenza e ’l primo amore.
se non etterne, e io etterno duro.
Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate’.
vid’ ïo scritte al sommo d’una porta;
per ch’io: «Maestro, il senso lor m’è duro».
«Qui si convien lasciare ogne sospetto;
ogne viltà convien che qui sia morta.
che tu vedrai le genti dolorose
c’hanno perduto il ben de l’intelletto».
con lieto volto, ond’ io mi confortai,
mi mise dentro a le segrete cose.
risonavan per l’aere sanza stelle,
per ch’io al cominciar ne lagrimai.
parole di dolore, accenti d’ira,
voci alte e fioche, e suon di man con elle
sempre in quell’ aura sanza tempo tinta,
come la rena quando turbo spira.
dissi: «Maestro, che è quel ch’i’ odo?
e che gent’ è che par nel duol sì vinta?».
tegnon l’anime triste di coloro
che visser sanza ’nfamia e sanza lodo.
de li angeli che non furon ribelli
né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.
né lo profondo inferno li riceve,
ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli».
a lor che lamentar li fa sì forte?».
Rispuose: «Dicerolti molto breve.
e la lor cieca vita è tanto bassa,
che ’nvidïosi son d’ogne altra sorte.
misericordia e giustizia li sdegna:
non ragioniam di lor, ma guarda e passa».
che girando correva tanto ratta,
che d’ogne posa mi parea indegna;
di gente, ch’i’ non averei creduto
che morte tanta n’avesse disfatta.
vidi e conobbi l’ombra di colui
che fece per viltade il gran rifiuto.
che questa era la setta d’i cattivi,
a Dio spiacenti e a’ nemici sui.
erano ignudi e stimolati molto
da mosconi e da vespe ch’eran ivi.
che, mischiato di lagrime, a’ lor piedi
da fastidiosi vermi era ricolto.
vidi genti a la riva d’un gran fiume;
per ch’io dissi: «Maestro, or mi concedi
le fa di trapassar parer sì pronte,
com’ i’ discerno per lo fioco lume».
quando noi fermerem li nostri passi
su la trista riviera d’Acheronte».
temendo no ’l mio dir li fosse grave,
infino al fiume del parlar mi trassi.
un vecchio, bianco per antico pelo,
gridando: «Guai a voi, anime prave!
i’ vegno per menarvi a l’altra riva
ne le tenebre etterne, in caldo e ’n gelo.
pàrtiti da cotesti che son morti».
Ma poi che vide ch’io non mi partiva,
verrai a piaggia, non qui, per passare:
più lieve legno convien che ti porti».
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare».
al nocchier de la livida palude,
che ’ntorno a li occhi avea di fiamme rote.
cangiar colore e dibattero i denti,
ratto che ’nteser le parole crude.
l’umana spezie e ’l loco e ’l tempo e ’l seme
di lor semenza e di lor nascimenti.
forte piangendo, a la riva malvagia
ch’attende ciascun uom che Dio non teme.
loro accennando, tutte le raccoglie;
batte col remo qualunque s’adagia.
l’una appresso de l’altra, fin che ’l ramo
vede a la terra tutte le sue spoglie,
gittansi di quel lito ad una ad una,
per cenni come augel per suo richiamo.
e avanti che sien di là discese,
anche di qua nuova schiera s’auna.
«quelli che muoion ne l’ira di Dio
tutti convegnon qui d’ogne paese;
ché la divina giustizia li sprona,
sì che la tema si volve in disio.
e però, se Caron di te si lagna,
ben puoi sapere omai che ’l suo dir suona».
tremò sì forte, che de lo spavento
la mente di sudore ancor mi bagna.
che balenò una luce vermiglia
la qual mi vinse ciascun sentimento;Inferno
Canto IV
un greve truono, sì ch’io mi riscossi
come persona ch’è per forza desta;
dritto levato, e fiso riguardai
per conoscer lo loco dov’ io fossi.
de la valle d’abisso dolorosa
che ’ntrono accoglie d’infiniti guai.
tanto che, per ficcar lo viso a fondo,
io non vi discernea alcuna cosa.
cominciò il poeta tutto smorto.
«Io sarò primo, e tu sarai secondo».
dissi: «Come verrò, se tu paventi
che suoli al mio dubbiare esser conforto?».
che son qua giù, nel viso mi dipigne
quella pietà che tu per tema senti.
Così si mise e così mi fé intrare
nel primo cerchio che l’abisso cigne.
non avea pianto mai che di sospiri
che l’aura etterna facevan tremare;
ch’avean le turbe, ch’eran molte e grandi,
d’infanti e di femmine e di viri.
che spiriti son questi che tu vedi?
Or vo’ che sappi, innanzi che più andi,
non basta, perché non ebber battesmo,
ch’è porta de la fede che tu credi;
non adorar debitamente a Dio:
e di questi cotai son io medesmo.
semo perduti, e sol di tanto offesi
che sanza speme vivemo in disio».
però che gente di molto valore
conobbi che ’n quel limbo eran sospesi.
comincia’ io per voler esser certo
di quella fede che vince ogne errore:
o per altrui, che poi fosse beato?».
E quei che ’ntese il mio parlar coverto,
quando ci vidi venire un possente,
con segno di vittoria coronato.
d’Abèl suo figlio e quella di Noè,
di Moïsè legista e ubidente;
Israèl con lo padre e co’ suoi nati
e con Rachele, per cui tanto fé,
E vo’ che sappi che, dinanzi ad essi,
spiriti umani non eran salvati».
ma passavam la selva tuttavia,
la selva, dico, di spiriti spessi.
di qua dal sonno, quand’ io vidi un foco
ch’emisperio di tenebre vincia.
ma non sì ch’io non discernessi in parte
ch’orrevol gente possedea quel loco.
questi chi son c’hanno cotanta onranza,
che dal modo de li altri li diparte?».
che di lor suona sù ne la tua vita,
grazïa acquista in ciel che sì li avanza».
«Onorate l’altissimo poeta;
l’ombra sua torna, ch’era dipartita».
vidi quattro grand’ ombre a noi venire:
sembianz’ avevan né trista né lieta.
«Mira colui con quella spada in mano,
che vien dinanzi ai tre sì come sire:
l’altro è Orazio satiro che vene;
Ovidio è ’l terzo, e l’ultimo Lucano.
nel nome che sonò la voce sola,
fannomi onore, e di ciò fanno bene».
di quel segnor de l’altissimo canto
che sovra li altri com’ aquila vola.
volsersi a me con salutevol cenno,
e ’l mio maestro sorrise di tanto;
ch’e’ sì mi fecer de la loro schiera,
sì ch’io fui sesto tra cotanto senno.
parlando cose che ’l tacere è bello,
sì com’ era ’l parlar colà dov’ era.
sette volte cerchiato d’alte mura,
difeso intorno d’un bel fiumicello.
per sette porte intrai con questi savi:
giugnemmo in prato di fresca verdura.
di grande autorità ne’ lor sembianti:
parlavan rado, con voci soavi.
in loco aperto, luminoso e alto,
sì che veder si potien tutti quanti.
mi fuor mostrati li spiriti magni,
che del vedere in me stesso m’essalto.
tra ’ quai conobbi Ettòr ed Enea,
Cesare armato con li occhi grifagni.
da l’altra parte vidi ’l re Latino
che con Lavina sua figlia sedea.
Lucrezia, Iulia, Marzïa e Corniglia;
e solo, in parte, vidi ’l Saladino.
vidi ’l maestro di color che sanno
seder tra filosofica famiglia.
quivi vid’ ïo Socrate e Platone,
che ’nnanzi a li altri più presso li stanno;
Dïogenès, Anassagora e Tale,
Empedoclès, Eraclito e Zenone;
Dïascoride dico; e vidi Orfeo,
Tulïo e Lino e Seneca morale;
Ipocràte, Avicenna e Galïeno,
Averoìs, che ’l gran comento feo.
però che sì mi caccia il lungo tema,
che molte volte al fatto il dir vien meno.
per altra via mi mena il savio duca,
fuor de la queta, ne l’aura che trema.Inferno
Canto V
giù nel secondo, che men loco cinghia
e tanto più dolor, che punge a guaio.
essamina le colpe ne l’intrata;
giudica e manda secondo ch’avvinghia.
li vien dinanzi, tutta si confessa;
e quel conoscitor de le peccata
cignesi con la coda tante volte
quantunque gradi vuol che giù sia messa.
vanno a vicenda ciascuna al giudizio,
dicono e odono e poi son giù volte.
disse Minòs a me quando mi vide,
lasciando l’atto di cotanto offizio,
non t’inganni l’ampiezza de l’intrare!».
E ’l duca mio a lui: «Perché pur gride?
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare».
a farmisi sentire; or son venuto
là dove molto pianto mi percuote.
che mugghia come fa mar per tempesta,
se da contrari venti è combattuto.
mena li spirti con la sua rapina;
voltando e percotendo li molesta.
quivi le strida, il compianto, il lamento;
bestemmian quivi la virtù divina.
enno dannati i peccator carnali,
che la ragion sommettono al talento.
nel freddo tempo, a schiera larga e piena,
così quel fiato li spiriti mali
nulla speranza li conforta mai,
non che di posa, ma di minor pena.
faccendo in aere di sé lunga riga,
così vid’ io venir, traendo guai,
per ch’i’ dissi: «Maestro, chi son quelle
genti che l’aura nera sì gastiga?».
tu vuo’ saper», mi disse quelli allotta,
«fu imperadrice di molte favelle.
che libito fé licito in sua legge,
per tòrre il biasmo in che era condotta.
che succedette a Nino e fu sua sposa:
tenne la terra che ’l Soldan corregge.
e ruppe fede al cener di Sicheo;
poi è Cleopatràs lussurïosa.
tempo si volse, e vedi ’l grande Achille,
che con amore al fine combatteo.
ombre mostrommi e nominommi a dito,
ch’amor di nostra vita dipartille.
nomar le donne antiche e ’ cavalieri,
pietà mi giunse, e fui quasi smarrito.
parlerei a quei due che ’nsieme vanno,
e paion sì al vento esser leggeri».
più presso a noi; e tu allor li priega
per quello amor che i mena, ed ei verranno».
mossi la voce: «O anime affannate,
venite a noi parlar, s’altri nol niega!».
con l’ali alzate e ferme al dolce nido
vegnon per l’aere, dal voler portate;
a noi venendo per l’aere maligno,
sì forte fu l’affettüoso grido.
che visitando vai per l’aere perso
noi che tignemmo il mondo di sanguigno,
noi pregheremmo lui de la tua pace,
poi c’hai pietà del nostro mal perverso.
noi udiremo e parleremo a voi,
mentre che ’l vento, come fa, ci tace.
su la marina dove ’l Po discende
per aver pace co’ seguaci sui.
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e ’l modo ancor m’offende.
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.
Caina attende chi a vita ci spense».
Queste parole da lor ci fuor porte.
china’ il viso, e tanto il tenni basso,
fin che ’l poeta mi disse: «Che pense?».
quanti dolci pensier, quanto disio
menò costoro al doloroso passo!».
e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri
a lagrimar mi fanno tristo e pio.
a che e come concedette amore
che conosceste i dubbiosi disiri?».
che ricordarsi del tempo felice
nella miseria; e ciò sa ’l tuo dottore.
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
dirò come colui che piange e dice.
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,
Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante».
l’altro piangëa; sì che di pietade
io venni men così com’ io morisse.Inferno
Canto VI
dinanzi a la pietà d’i due cognati,
che di trestizia tutto mi confuse,
mi veggio intorno, come ch’io mi mova
e ch’io mi volga, e come che io guati.
etterna, maladetta, fredda e greve;
regola e qualità mai non l’è nova.
per l’aere tenebroso si riversa;
pute la terra che questo riceve.
con tre gole caninamente latra
sovra la gente che quivi è sommersa.
e ’l ventre largo, e unghiate le mani;
graffia li spirti ed iscoia ed isquatra.
de l’un de’ lati fanno a l’altro schermo;
volgonsi spesso i miseri profani.
le bocche aperse e mostrocci le sanne;
non avea membro che tenesse fermo.
prese la terra, e con piene le pugna
la gittò dentro a le bramose canne.
e si racqueta poi che ’l pasto morde,
ché solo a divorarlo intende e pugna,
de lo demonio Cerbero, che ’ntrona
l’anime sì, ch’esser vorrebber sorde.
la greve pioggia, e ponavam le piante
sovra lor vanità che par persona.
fuor d’una ch’a seder si levò, ratto
ch’ella ci vide passarsi davante.
mi disse, «riconoscimi, se sai:
tu fosti, prima ch’io disfatto, fatto».
forse ti tira fuor de la mia mente,
sì che non par ch’i’ ti vedessi mai.
loco se’ messo, e hai sì fatta pena,
che, s’altra è maggio, nulla è sì spiacente».
d’invidia sì che già trabocca il sacco,
seco mi tenne in la vita serena.
per la dannosa colpa de la gola,
come tu vedi, a la pioggia mi fiacco.
ché tutte queste a simil pena stanno
per simil colpa». E più non fé parola.
mi pesa sì, ch’a lagrimar mi ’nvita;
ma dimmi, se tu sai, a che verranno
s’alcun v’è giusto; e dimmi la cagione
per che l’ha tanta discordia assalita».
verranno al sangue, e la parte selvaggia
caccerà l’altra con molta offensione.
infra tre soli, e che l’altra sormonti
con la forza di tal che testé piaggia.
tenendo l’altra sotto gravi pesi,
come che di ciò pianga o che n’aonti.
superbia, invidia e avarizia sono
le tre faville c’hanno i cuori accesi».
E io a lui: «Ancor vo’ che mi ’nsegni
e che di più parlar mi facci dono.
Iacopo Rusticucci, Arrigo e ’l Mosca
e li altri ch’a ben far puoser li ’ngegni,
ché gran disio mi stringe di savere
se ’l ciel li addolcia o lo ’nferno li attosca».
diverse colpe giù li grava al fondo:
se tanto scendi, là i potrai vedere.
priegoti ch’a la mente altrui mi rechi:
più non ti dico e più non ti rispondo».
guardommi un poco e poi chinò la testa:
cadde con essa a par de li altri ciechi.
di qua dal suon de l’angelica tromba,
quando verrà la nimica podesta:
ripiglierà sua carne e sua figura,
udirà quel ch’in etterno rimbomba».
de l’ombre e de la pioggia, a passi lenti,
toccando un poco la vita futura;
crescerann’ ei dopo la gran sentenza,
o fier minori, o saran sì cocenti?».
che vuol, quanto la cosa è più perfetta,
più senta il bene, e così la doglienza.
in vera perfezion già mai non vada,
di là più che di qua essere aspetta».
parlando più assai ch’i’ non ridico;
venimmo al punto dove si digrada:Inferno
Canto VII
cominciò Pluto con la voce chioccia;
e quel savio gentil, che tutto seppe,
la tua paura; ché, poder ch’elli abbia,
non ci torrà lo scender questa roccia».
e disse: «Taci, maladetto lupo!
consuma dentro te con la tua rabbia.
vuolsi ne l’alto, là dove Michele
fé la vendetta del superbo strupo».
caggiono avvolte, poi che l’alber fiacca,
tal cadde a terra la fiera crudele.
pigliando più de la dolente ripa
che ’l mal de l’universo tutto insacca.
nove travaglie e pene quant’ io viddi?
e perché nostra colpa sì ne scipa?
che si frange con quella in cui s’intoppa,
così convien che qui la gente riddi.
e d’una parte e d’altra, con grand’ urli,
voltando pesi per forza di poppa.
si rivolgea ciascun, voltando a retro,
gridando: «Perché tieni?» e «Perché burli?».
da ogne mano a l’opposito punto,
gridandosi anche loro ontoso metro;
per lo suo mezzo cerchio a l’altra giostra.
E io, ch’avea lo cor quasi compunto,
che gente è questa, e se tutti fuor cherci
questi chercuti a la sinistra nostra».
sì de la mente in la vita primaia,
che con misura nullo spendio ferci.
quando vegnono a’ due punti del cerchio
dove colpa contraria li dispaia.
piloso al capo, e papi e cardinali,
in cui usa avarizia il suo soperchio».
dovre’ io ben riconoscere alcuni
che furo immondi di cotesti mali».
la sconoscente vita che i fé sozzi,
ad ogne conoscenza or li fa bruni.
questi resurgeranno del sepulcro
col pugno chiuso, e questi coi crin mozzi.
ha tolto loro, e posti a questa zuffa:
qual ella sia, parole non ci appulcro.
d’i ben che son commessi a la fortuna,
per che l’umana gente si rabbuffa;
e che già fu, di quest’ anime stanche
non poterebbe farne posare una».
questa fortuna di che tu mi tocche,
che è, che i ben del mondo ha sì tra branche?».
quanta ignoranza è quella che v’offende!
Or vo’ che tu mia sentenza ne ’mbocche.
fece li cieli e diè lor chi conduce
sì, ch’ogne parte ad ogne parte splende,
Similemente a li splendor mondani
ordinò general ministra e duce
di gente in gente e d’uno in altro sangue,
oltre la difension d’i senni umani;
seguendo lo giudicio di costei,
che è occulto come in erba l’angue.
questa provede, giudica, e persegue
suo regno come il loro li altri dèi.
necessità la fa esser veloce;
sì spesso vien chi vicenda consegue.
pur da color che le dovrien dar lode,
dandole biasmo a torto e mala voce;
con l’altre prime creature lieta
volve sua spera e beata si gode.
già ogne stella cade che saliva
quand’ io mi mossi, e ’l troppo star si vieta».
sovr’ una fonte che bolle e riversa
per un fossato che da lei deriva.
e noi, in compagnia de l’onde bige,
intrammo giù per una via diversa.
questo tristo ruscel, quand’ è disceso
al piè de le maligne piagge grige.
vidi genti fangose in quel pantano,
ignude tutte, con sembiante offeso.
ma con la testa e col petto e coi piedi,
troncandosi co’ denti a brano a brano.
l’anime di color cui vinse l’ira;
e anche vo’ che tu per certo credi
e fanno pullular quest’ acqua al summo,
come l’occhio ti dice, u’ che s’aggira.
ne l’aere dolce che dal sol s’allegra,
portando dentro accidïoso fummo:
Quest’ inno si gorgoglian ne la strozza,
ché dir nol posson con parola integra».
grand’ arco tra la ripa secca e ’l mézzo,
con li occhi vòlti a chi del fango ingozza.Inferno
Canto VIII
che noi fossimo al piè de l’alta torre,
li occhi nostri n’andar suso a la cima
e un’altra da lungi render cenno,
tanto ch’a pena il potea l’occhio tòrre.
dissi: «Questo che dice? e che risponde
quell’ altro foco? e chi son quei che ’l fenno?».
già scorgere puoi quello che s’aspetta,
se ’l fummo del pantan nol ti nasconde».
che sì corresse via per l’aere snella,
com’ io vidi una nave piccioletta
sotto ’l governo d’un sol galeoto,
che gridava: «Or se’ giunta, anima fella!».
disse lo mio segnore, «a questa volta:
più non ci avrai che sol passando il loto».
che li sia fatto, e poi se ne rammarca,
fecesi Flegïàs ne l’ira accolta.
e poi mi fece intrare appresso lui;
e sol quand’ io fui dentro parve carca.
segando se ne va l’antica prora
de l’acqua più che non suol con altrui.
dinanzi mi si fece un pien di fango,
e disse: «Chi se’ tu che vieni anzi ora?».
ma tu chi se’, che sì se’ fatto brutto?».
Rispuose: «Vedi che son un che piango».
spirito maladetto, ti rimani;
ch’i’ ti conosco, ancor sie lordo tutto».
per che ’l maestro accorto lo sospinse,
dicendo: «Via costà con li altri cani!».
basciommi ’l volto e disse: «Alma sdegnosa,
benedetta colei che ’n te s’incinse!
bontà non è che sua memoria fregi:
così s’è l’ombra sua qui furïosa.
che qui staranno come porci in brago,
di sé lasciando orribili dispregi!».
di vederlo attuffare in questa broda
prima che noi uscissimo del lago».
ti si lasci veder, tu sarai sazio:
di tal disïo convien che tu goda».
far di costui a le fangose genti,
che Dio ancor ne lodo e ne ringrazio.
e ’l fiorentino spirito bizzarro
in sé medesmo si volvea co’ denti.
ma ne l’orecchie mi percosse un duolo,
per ch’io avante l’occhio intento sbarro.
s’appressa la città c’ha nome Dite,
coi gravi cittadin, col grande stuolo».
là entro certe ne la valle cerno,
vermiglie come se di foco uscite
ch’entro l’affoca le dimostra rosse,
come tu vedi in questo basso inferno».
che vallan quella terra sconsolata:
le mura mi parean che ferro fosse.
venimmo in parte dove il nocchier forte
«Usciteci», gridò: «qui è l’intrata».
da ciel piovuti, che stizzosamente
dicean: «Chi è costui che sanza morte
E ’l savio mio maestro fece segno
di voler lor parlar segretamente.
e disser: «Vien tu solo, e quei sen vada
che sì ardito intrò per questo regno.
pruovi, se sa; ché tu qui rimarrai,
che li ha’ iscorta sì buia contrada».
nel suon de le parole maladette,
ché non credetti ritornarci mai.
volte m’hai sicurtà renduta e tratto
d’alto periglio che ’ncontra mi stette,
e se ’l passar più oltre ci è negato,
ritroviam l’orme nostre insieme ratto».
mi disse: «Non temer; ché ’l nostro passo
non ci può tòrre alcun: da tal n’è dato.
conforta e ciba di speranza buona,
ch’i’ non ti lascerò nel mondo basso».
lo dolce padre, e io rimagno in forse,
che sì e no nel capo mi tenciona.
ma ei non stette là con essi guari,
che ciascun dentro a pruova si ricorse.
nel petto al mio segnor, che fuor rimase
e rivolsesi a me con passi rari.
d’ogne baldanza, e dicea ne’ sospiri:
«Chi m’ha negate le dolenti case!».
non sbigottir, ch’io vincerò la prova,
qual ch’a la difension dentro s’aggiri.
ché già l’usaro a men segreta porta,
la qual sanza serrame ancor si trova.
e già di qua da lei discende l’erta,
passando per li cerchi sanza scorta,Inferno
Canto IX
veggendo il duca mio tornare in volta,
più tosto dentro il suo novo ristrinse.
ché l’occhio nol potea menare a lunga
per l’aere nero e per la nebbia folta.
cominciò el, «se non . . . Tal ne s’offerse.
Oh quanto tarda a me ch’altri qui giunga!».
lo cominciar con l’altro che poi venne,
che fur parole a le prime diverse;
perch’ io traeva la parola tronca
forse a peggior sentenzia che non tenne.
discende mai alcun del primo grado,
che sol per pena ha la speranza cionca?».
incontra», mi rispuose, «che di noi
faccia il cammino alcun per qual io vado.
congiurato da quella Eritón cruda
che richiamava l’ombre a’ corpi sui.
ch’ella mi fece intrar dentr’ a quel muro,
per trarne un spirto del cerchio di Giuda.
e ’l più lontan dal ciel che tutto gira:
ben so ’l cammin; però ti fa sicuro.
cigne dintorno la città dolente,
u’ non potemo intrare omai sanz’ ira».
però che l’occhio m’avea tutto tratto
ver’ l’alta torre a la cima rovente,
tre furïe infernal di sangue tinte,
che membra feminine avieno e atto,
serpentelli e ceraste avien per crine,
onde le fiere tempie erano avvinte.
de la regina de l’etterno pianto,
«Guarda», mi disse, «le feroci Erine.
quella che piange dal destro è Aletto;
Tesifón è nel mezzo»; e tacque a tanto.
battiensi a palme e gridavan sì alto,
ch’i’ mi strinsi al poeta per sospetto.
dicevan tutte riguardando in giuso;
«mal non vengiammo in Tesëo l’assalto».
ché se ’l Gorgón si mostra e tu ’l vedessi,
nulla sarebbe di tornar mai suso».
mi volse, e non si tenne a le mie mani,
che con le sue ancor non mi chiudessi.
mirate la dottrina che s’asconde
sotto ’l velame de li versi strani.
un fracasso d’un suon, pien di spavento,
per cui tremavano amendue le sponde,
impetüoso per li avversi ardori,
che fier la selva e sanz’ alcun rattento
dinanzi polveroso va superbo,
e fa fuggir le fiere e li pastori.
del viso su per quella schiuma antica
per indi ove quel fummo è più acerbo».
biscia per l’acqua si dileguan tutte,
fin ch’a la terra ciascuna s’abbica,
fuggir così dinanzi ad un ch’al passo
passava Stige con le piante asciutte.
menando la sinistra innanzi spesso;
e sol di quell’ angoscia parea lasso.
e volsimi al maestro; e quei fé segno
ch’i’ stessi queto ed inchinassi ad esso.
Venne a la porta e con una verghetta
l’aperse, che non v’ebbe alcun ritegno.
cominciò elli in su l’orribil soglia,
«ond’ esta oltracotanza in voi s’alletta?
a cui non puote il fin mai esser mozzo,
e che più volte v’ha cresciuta doglia?
Cerbero vostro, se ben vi ricorda,
ne porta ancor pelato il mento e ’l gozzo».
e non fé motto a noi, ma fé sembiante
d’omo cui altra cura stringa e morda
e noi movemmo i piedi inver’ la terra,
sicuri appresso le parole sante.
e io, ch’avea di riguardar disio
la condizion che tal fortezza serra,
e veggio ad ogne man grande campagna,
piena di duolo e di tormento rio.
sì com’ a Pola, presso del Carnaro
ch’Italia chiude e suoi termini bagna,
così facevan quivi d’ogne parte,
salvo che ’l modo v’era più amaro;
per le quali eran sì del tutto accesi,
che ferro più non chiede verun’ arte.
e fuor n’uscivan sì duri lamenti,
che ben parean di miseri e d’offesi.
che, seppellite dentro da quell’ arche,
si fan sentir coi sospiri dolenti?».
con lor seguaci, d’ogne setta, e molto
più che non credi son le tombe carche.
e i monimenti son più e men caldi».
E poi ch’a la man destra si fu vòlto,Inferno
Canto X
tra ’l muro de la terra e li martìri,
lo mio maestro, e io dopo le spalle.
mi volvi», cominciai, «com’ a te piace,
parlami, e sodisfammi a’ miei disiri.
potrebbesi veder? già son levati
tutt’ i coperchi, e nessun guardia face».
quando di Iosafàt qui torneranno
coi corpi che là sù hanno lasciati.
con Epicuro tutti suoi seguaci,
che l’anima col corpo morta fanno.
quinc’ entro satisfatto sarà tosto,
e al disio ancor che tu mi taci».
a te mio cuor se non per dicer poco,
e tu m’hai non pur mo a ciò disposto».
vivo ten vai così parlando onesto,
piacciati di restare in questo loco.
di quella nobil patrïa natio,
a la qual forse fui troppo molesto».
d’una de l’arche; però m’accostai,
temendo, un poco più al duca mio.
Vedi là Farinata che s’è dritto:
da la cintola in sù tutto ’l vedrai».
ed el s’ergea col petto e con la fronte
com’ avesse l’inferno a gran dispitto.
mi pinser tra le sepulture a lui,
dicendo: «Le parole tue sien conte».
guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso,
mi dimandò: «Chi fuor li maggior tui?».
non gliel celai, ma tutto gliel’ apersi;
ond’ ei levò le ciglia un poco in suso;
a me e a miei primi e a mia parte,
sì che per due fïate li dispersi».
rispuos’ io lui, «l’una e l’altra fïata;
ma i vostri non appreser ben quell’ arte».
un’ombra, lungo questa, infino al mento:
credo che s’era in ginocchie levata.
avesse di veder s’altri era meco;
e poi che ’l sospecciar fu tutto spento,
carcere vai per altezza d’ingegno,
mio figlio ov’ è? e perché non è teco?».
colui ch’attende là, per qui mi mena
forse cui Guido vostro ebbe a disdegno».
m’avean di costui già letto il nome;
però fu la risposta così piena.
dicesti “elli ebbe”? non viv’ elli ancora?
non fiere li occhi suoi lo dolce lume?».
ch’io facëa dinanzi a la risposta,
supin ricadde e più non parve fora.
restato m’era, non mutò aspetto,
né mosse collo, né piegò sua costa;
«S’elli han quell’ arte», disse, «male appresa,
ciò mi tormenta più che questo letto.
la faccia de la donna che qui regge,
che tu saprai quanto quell’ arte pesa.
dimmi: perché quel popolo è sì empio
incontr’ a’ miei in ciascuna sua legge?».
che fece l’Arbia colorata in rosso,
tal orazion fa far nel nostro tempio».
«A ciò non fu’ io sol», disse, «né certo
sanza cagion con li altri sarei mosso.
fu per ciascun di tòrre via Fiorenza,
colui che la difesi a viso aperto».
prega’ io lui, «solvetemi quel nodo
che qui ha ’nviluppata mia sentenza.
dinanzi quel che ’l tempo seco adduce,
e nel presente tenete altro modo».
le cose», disse, «che ne son lontano;
cotanto ancor ne splende il sommo duce.
nostro intelletto; e s’altri non ci apporta,
nulla sapem di vostro stato umano.
fia nostra conoscenza da quel punto
che del futuro fia chiusa la porta».
dissi: «Or direte dunque a quel caduto
che ’l suo nato è co’ vivi ancor congiunto;
fate i saper che ’l fei perché pensava
già ne l’error che m’avete soluto».
per ch’i’ pregai lo spirto più avaccio
che mi dicesse chi con lu’ istava.
qua dentro è ’l secondo Federico
e ’l Cardinale; e de li altri mi taccio».
poeta volsi i passi, ripensando
a quel parlar che mi parea nemico.
mi disse: «Perché se’ tu sì smarrito?».
E io li sodisfeci al suo dimando.
hai contra te», mi comandò quel saggio;
«e ora attendi qui», e drizzò ’l dito:
di quella il cui bell’ occhio tutto vede,
da lei saprai di tua vita il vïaggio».
lasciammo il muro e gimmo inver’ lo mezzo
per un sentier ch’a una valle fiede,Inferno
Canto XI
che facevan gran pietre rotte in cerchio,
venimmo sopra più crudele stipa;
del puzzo che ’l profondo abisso gitta,
ci raccostammo, in dietro, ad un coperchio
che dicea: ‘Anastasio papa guardo,
lo qual trasse Fotin de la via dritta’.
sì che s’ausi un poco in prima il senso
al tristo fiato; e poi no i fia riguardo».
dissi lui, «trova che ’l tempo non passi
perduto». Ed elli: «Vedi ch’a ciò penso».
cominciò poi a dir, «son tre cerchietti
di grado in grado, come que’ che lassi.
ma perché poi ti basti pur la vista,
intendi come e perché son costretti.
ingiuria è ’l fine, ed ogne fin cotale
o con forza o con frode altrui contrista.
più spiace a Dio; e però stan di sotto
li frodolenti, e più dolor li assale.
ma perché si fa forza a tre persone,
in tre gironi è distinto e costrutto.
far forza, dico in loro e in lor cose,
come udirai con aperta ragione.
nel prossimo si danno, e nel suo avere
ruine, incendi e tollette dannose;
guastatori e predon, tutti tormenta
lo giron primo per diverse schiere.
e ne’ suoi beni; e però nel secondo
giron convien che sanza pro si penta
biscazza e fonde la sua facultade,
e piange là dov’ esser de’ giocondo.
col cor negando e bestemmiando quella,
e spregiando natura e sua bontade;
del segno suo e Soddoma e Caorsa
e chi, spregiando Dio col cor, favella.
può l’omo usare in colui che ’n lui fida
e in quel che fidanza non imborsa.
pur lo vinco d’amor che fa natura;
onde nel cerchio secondo s’annida
falsità, ladroneccio e simonia,
ruffian, baratti e simile lordura.
che fa natura, e quel ch’è poi aggiunto,
di che la fede spezïal si cria;
de l’universo in su che Dite siede,
qualunque trade in etterno è consunto».
la tua ragione, e assai ben distingue
questo baràtro e ’l popol ch’e’ possiede.
che mena il vento, e che batte la pioggia,
e che s’incontran con sì aspre lingue,
sono ei puniti, se Dio li ha in ira?
e se non li ha, perché sono a tal foggia?».
disse, «lo ’ngegno tuo da quel che sòle?
o ver la mente dove altrove mira?
con le quai la tua Etica pertratta
le tre disposizion che ’l ciel non vole,
bestialitade? e come incontenenza
men Dio offende e men biasimo accatta?
e rechiti a la mente chi son quelli
che sù di fuor sostegnon penitenza,
sien dipartiti, e perché men crucciata
la divina vendetta li martelli».
tu mi contenti sì quando tu solvi,
che, non men che saver, dubbiar m’aggrata.
diss’ io, «là dove di’ ch’usura offende
la divina bontade, e ’l groppo solvi».
nota, non pure in una sola parte,
come natura lo suo corso prende
e se tu ben la tua Fisica note,
tu troverai, non dopo molte carte,
segue, come ’l maestro fa ’l discente;
sì che vostr’ arte a Dio quasi è nepote.
lo Genesì dal principio, convene
prender sua vita e avanzar la gente;
per sé natura e per la sua seguace
dispregia, poi ch’in altro pon la spene.
ché i Pesci guizzan su per l’orizzonta,
e ’l Carro tutto sovra ’l Coro giace,Inferno
Canto XII
venimmo, alpestro e, per quel che v’er’ anco,
tal, ch’ogne vista ne sarebbe schiva.
di qua da Trento l’Adice percosse,
o per tremoto o per sostegno manco,
al piano è sì la roccia discoscesa,
ch’alcuna via darebbe a chi sù fosse:
e ’n su la punta de la rotta lacca
l’infamïa di Creti era distesa
e quando vide noi, sé stesso morse,
sì come quei cui l’ira dentro fiacca.
tu credi che qui sia ’l duca d’Atene,
che sù nel mondo la morte ti porse?
ammaestrato da la tua sorella,
ma vassi per veder le vostre pene».
c’ha ricevuto già ’l colpo mortale,
che gir non sa, ma qua e là saltella,
e quello accorto gridò: «Corri al varco;
mentre ch’e’ ’nfuria, è buon che tu ti cale».
di quelle pietre, che spesso moviensi
sotto i miei piedi per lo novo carco.
forse a questa ruina, ch’è guardata
da quell’ ira bestial ch’i’ ora spensi.
ch’i’ discesi qua giù nel basso inferno,
questa roccia non era ancor cascata.
che venisse colui che la gran preda
levò a Dite del cerchio superno,
tremò sì, ch’i’ pensai che l’universo
sentisse amor, per lo qual è chi creda
e in quel punto questa vecchia roccia,
qui e altrove, tal fece riverso.
la riviera del sangue in la qual bolle
qual che per vïolenza in altrui noccia».
che sì ci sproni ne la vita corta,
e ne l’etterna poi sì mal c’immolle!
come quella che tutto ’l piano abbraccia,
secondo ch’avea detto la mia scorta;
corrien centauri, armati di saette,
come solien nel mondo andare a caccia.
e de la schiera tre si dipartiro
con archi e asticciuole prima elette;
venite voi che scendete la costa?
Ditel costinci; se non, l’arco tiro».
farem noi a Chirón costà di presso:
mal fu la voglia tua sempre sì tosta».
che morì per la bella Deianira,
e fé di sé la vendetta elli stesso.
è il gran Chirón, il qual nodrì Achille;
quell’ altro è Folo, che fu sì pien d’ira.
saettando qual anima si svelle
del sangue più che sua colpa sortille».
Chirón prese uno strale, e con la cocca
fece la barba in dietro a le mascelle.
disse a’ compagni: «Siete voi accorti
che quel di retro move ciò ch’el tocca?
E ’l mio buon duca, che già li er’ al petto,
dove le due nature son consorti,
mostrar li mi convien la valle buia;
necessità ’l ci ’nduce, e non diletto.
che mi commise quest’ officio novo:
non è ladron, né io anima fuia.
li passi miei per sì selvaggia strada,
danne un de’ tuoi, a cui noi siamo a provo,
e che porti costui in su la groppa,
ché non è spirto che per l’aere vada».
e disse a Nesso: «Torna, e sì li guida,
e fa cansar s’altra schiera v’intoppa».
lungo la proda del bollor vermiglio,
dove i bolliti facieno alte strida.
e ’l gran centauro disse: «E’ son tiranni
che dier nel sangue e ne l’aver di piglio.
quivi è Alessandro, e Dïonisio fero
che fé Cicilia aver dolorosi anni.
è Azzolino; e quell’ altro ch’è biondo,
è Opizzo da Esti, il qual per vero
Allor mi volsi al poeta, e quei disse:
«Questi ti sia or primo, e io secondo».
sovr’ una gente che ’nfino a la gola
parea che di quel bulicame uscisse.
dicendo: «Colui fesse in grembo a Dio
lo cor che ’n su Tamisi ancor si cola».
tenean la testa e ancor tutto ’l casso;
e di costoro assai riconobb’ io.
quel sangue, sì che cocea pur li piedi;
e quindi fu del fosso il nostro passo.
lo bulicame che sempre si scema»,
disse ’l centauro, «voglio che tu credi
lo fondo suo, infin ch’el si raggiunge
ove la tirannia convien che gema.
quell’ Attila che fu flagello in terra,
e Pirro e Sesto; e in etterno munge
a Rinier da Corneto, a Rinier Pazzo,
che fecero a le strade tanta guerra».Inferno
Canto XIII
quando noi ci mettemmo per un bosco
che da neun sentiero era segnato.
non rami schietti, ma nodosi e ’nvolti;
non pomi v’eran, ma stecchi con tòsco.
quelle fiere selvagge che ’n odio hanno
tra Cecina e Corneto i luoghi cólti.
che cacciar de le Strofade i Troiani
con tristo annunzio di futuro danno.
piè con artigli, e pennuto ’l gran ventre;
fanno lamenti in su li alberi strani.
sappi che se’ nel secondo girone»,
mi cominciò a dire, «e sarai mentre
Però riguarda ben; sì vederai
cose che torrien fede al mio sermone».
e non vedea persona che ’l facesse;
per ch’io tutto smarrito m’arrestai.
che tante voci uscisser, tra quei bronchi,
da gente che per noi si nascondesse.
qualche fraschetta d’una d’este piante,
li pensier c’hai si faran tutti monchi».
e colsi un ramicel da un gran pruno;
e ’l tronco suo gridò: «Perché mi schiante?».
ricominciò a dir: «Perché mi scerpi?
non hai tu spirto di pietade alcuno?
ben dovrebb’ esser la tua man più pia,
se state fossimo anime di serpi».
da l’un de’ capi, che da l’altro geme
e cigola per vento che va via,
parole e sangue; ond’ io lasciai la cima
cadere, e stetti come l’uom che teme.
rispuose ’l savio mio, «anima lesa,
ciò c’ha veduto pur con la mia rima,
ma la cosa incredibile mi fece
indurlo ad ovra ch’a me stesso pesa.
d’alcun’ ammenda tua fama rinfreschi
nel mondo sù, dove tornar li lece».
ch’i’ non posso tacere; e voi non gravi
perch’ ïo un poco a ragionar m’inveschi.
del cor di Federigo, e che le volsi,
serrando e diserrando, sì soavi,
fede portai al glorïoso offizio,
tanto ch’i’ ne perde’ li sonni e ’ polsi.
di Cesare non torse li occhi putti,
morte comune e de le corti vizio,
e li ’nfiammati infiammar sì Augusto,
che ’ lieti onor tornaro in tristi lutti.
credendo col morir fuggir disdegno,
ingiusto fece me contra me giusto.
vi giuro che già mai non ruppi fede
al mio segnor, che fu d’onor sì degno.
conforti la memoria mia, che giace
ancor del colpo che ’nvidia le diede».
disse ’l poeta a me, «non perder l’ora;
ma parla, e chiedi a lui, se più ti piace».
di quel che credi ch’a me satisfaccia;
ch’i’ non potrei, tanta pietà m’accora».
liberamente ciò che ’l tuo dir priega,
spirito incarcerato, ancor ti piaccia
in questi nocchi; e dinne, se tu puoi,
s’alcuna mai di tai membra si spiega».
si convertì quel vento in cotal voce:
«Brievemente sarà risposto a voi.
dal corpo ond’ ella stessa s’è disvelta,
Minòs la manda a la settima foce.
ma là dove fortuna la balestra,
quivi germoglia come gran di spelta.
l’Arpie, pascendo poi de le sue foglie,
fanno dolore, e al dolor fenestra.
ma non però ch’alcuna sen rivesta,
ché non è giusto aver ciò ch’om si toglie.
selva saranno i nostri corpi appesi,
ciascuno al prun de l’ombra sua molesta».
credendo ch’altro ne volesse dire,
quando noi fummo d’un romor sorpresi,
sente ’l porco e la caccia a la sua posta,
ch’ode le bestie, e le frasche stormire.
nudi e graffiati, fuggendo sì forte,
che de la selva rompieno ogne rosta.
E l’altro, cui pareva tardar troppo,
gridava: «Lano, sì non furo accorte
E poi che forse li fallia la lena,
di sé e d’un cespuglio fece un groppo.
di nere cagne, bramose e correnti
come veltri ch’uscisser di catena.
e quel dilaceraro a brano a brano;
poi sen portar quelle membra dolenti.
e menommi al cespuglio che piangea
per le rotture sanguinenti in vano.
che t’è giovato di me fare schermo?
che colpa ho io de la tua vita rea?».
disse: «Chi fosti, che per tante punte
soffi con sangue doloroso sermo?».
siete a veder lo strazio disonesto
c’ha le mie fronde sì da me disgiunte,
I’ fui de la città che nel Batista
mutò ’l primo padrone; ond’ ei per questo
e se non fosse che ’n sul passo d’Arno
rimane ancor di lui alcuna vista,
sovra ’l cener che d’Attila rimase,
avrebber fatto lavorare indarno.Inferno
Canto XIV
mi strinse, raunai le fronde sparte
e rende’le a colui, ch’era già fioco.
lo secondo giron dal terzo, e dove
si vede di giustizia orribil arte.
dico che arrivammo ad una landa
che dal suo letto ogne pianta rimove.
intorno, come ’l fosso tristo ad essa;
quivi fermammo i passi a randa a randa.
non d’altra foggia fatta che colei
che fu da’ piè di Caton già soppressa.
esser temuta da ciascun che legge
ciò che fu manifesto a li occhi mei!
che piangean tutte assai miseramente,
e parea posta lor diversa legge.
alcuna si sedea tutta raccolta,
e altra andava continüamente.
e quella men che giacëa al tormento,
ma più al duolo avea la lingua sciolta.
piovean di foco dilatate falde,
come di neve in alpe sanza vento.
d’Indïa vide sopra ’l süo stuolo
fiamme cadere infino a terra salde,
con le sue schiere, acciò che lo vapore
mei si stingueva mentre ch’era solo:
onde la rena s’accendea, com’ esca
sotto focile, a doppiar lo dolore.
de le misere mani, or quindi or quinci
escotendo da sé l’arsura fresca.
tutte le cose, fuor che ’ demon duri
ch’a l’intrar de la porta incontra uscinci,
lo ’ncendio e giace dispettoso e torto,
sì che la pioggia non par che ’l marturi?».
ch’io domandava il mio duca di lui,
gridò: «Qual io fui vivo, tal son morto.
crucciato prese la folgore aguta
onde l’ultimo dì percosso fui;
in Mongibello a la focina negra,
chiamando “Buon Vulcano, aiuta, aiuta!”,
e me saetti con tutta sua forza:
non ne potrebbe aver vendetta allegra».
tanto, ch’i’ non l’avea sì forte udito:
«O Capaneo, in ciò che non s’ammorza
nullo martiro, fuor che la tua rabbia,
sarebbe al tuo furor dolor compito».
dicendo: «Quei fu l’un d’i sette regi
ch’assiser Tebe; ed ebbe e par ch’elli abbia
ma, com’ io dissi lui, li suoi dispetti
sono al suo petto assai debiti fregi.
ancor, li piedi ne la rena arsiccia;
ma sempre al bosco tien li piedi stretti».
fuor de la selva un picciol fiumicello,
lo cui rossore ancor mi raccapriccia.
che parton poi tra lor le peccatrici,
tal per la rena giù sen giva quello.
fatt’ era ’n pietra, e ’ margini dallato;
per ch’io m’accorsi che ’l passo era lici.
poscia che noi intrammo per la porta
lo cui sogliare a nessuno è negato,
notabile com’ è ’l presente rio,
che sovra sé tutte fiammelle ammorta».
per ch’io ’l pregai che mi largisse ’l pasto
di cui largito m’avëa il disio.
diss’ elli allora, «che s’appella Creta,
sotto ’l cui rege fu già ’l mondo casto.
d’acqua e di fronde, che si chiamò Ida;
or è diserta come cosa vieta.
del suo figliuolo, e per celarlo meglio,
quando piangea, vi facea far le grida.
che tien volte le spalle inver’ Dammiata
e Roma guarda come süo speglio.
e puro argento son le braccia e ’l petto,
poi è di rame infino a la forcata;
salvo che ’l destro piede è terra cotta;
e sta ’n su quel, più che ’n su l’altro, eretto.
d’una fessura che lagrime goccia,
le quali, accolte, fóran quella grotta.
fanno Acheronte, Stige e Flegetonta;
poi sen van giù per questa stretta doccia,
fanno Cocito; e qual sia quello stagno
tu lo vedrai, però qui non si conta».
si diriva così dal nostro mondo,
perché ci appar pur a questo vivagno?».
e tutto che tu sie venuto molto,
pur a sinistra, giù calando al fondo,
per che, se cosa n’apparisce nova,
non de’ addur maraviglia al tuo volto».
Flegetonta e Letè? ché de l’un taci,
e l’altro di’ che si fa d’esta piova».
rispuose, «ma ’l bollor de l’acqua rossa
dovea ben solver l’una che tu faci.
là dove vanno l’anime a lavarsi
quando la colpa pentuta è rimossa».
dal bosco; fa che di retro a me vegne:
li margini fan via, che non son arsi,Inferno
Canto XV
e ’l fummo del ruscel di sopra aduggia,
sì che dal foco salva l’acqua e li argini.
temendo ’l fiotto che ’nver’ lor s’avventa,
fanno lo schermo perché ’l mar si fuggia;
per difender lor ville e lor castelli,
anzi che Carentana il caldo senta:
tutto che né sì alti né sì grossi,
qual che si fosse, lo maestro félli.
tanto, ch’i’ non avrei visto dov’ era,
perch’ io in dietro rivolto mi fossi,
che venian lungo l’argine, e ciascuna
ci riguardava come suol da sera
e sì ver’ noi aguzzavan le ciglia
come ’l vecchio sartor fa ne la cruna.
fui conosciuto da un, che mi prese
per lo lembo e gridò: «Qual maraviglia!».
ficcaï li occhi per lo cotto aspetto,
sì che ’l viso abbrusciato non difese
e chinando la mano a la sua faccia,
rispuosi: «Siete voi qui, ser Brunetto?».
se Brunetto Latino un poco teco
ritorna ’n dietro e lascia andar la traccia».
e se volete che con voi m’asseggia,
faròl, se piace a costui che vo seco».
s’arresta punto, giace poi cent’ anni
sanz’ arrostarsi quando ’l foco il feggia.
e poi rigiugnerò la mia masnada,
che va piangendo i suoi etterni danni».
per andar par di lui; ma ’l capo chino
tenea com’ uom che reverente vada.
anzi l’ultimo dì qua giù ti mena?
e chi è questi che mostra ’l cammino?».
rispuos’ io lui, «mi smarri’ in una valle,
avanti che l’età mia fosse piena.
questi m’apparve, tornand’ ïo in quella,
e reducemi a ca per questo calle».
non puoi fallire a glorïoso porto,
se ben m’accorsi ne la vita bella;
veggendo il cielo a te così benigno,
dato t’avrei a l’opera conforto.
che discese di Fiesole ab antico,
e tiene ancor del monte e del macigno,
ed è ragion, ché tra li lazzi sorbi
si disconvien fruttare al dolce fico.
gent’ è avara, invidiosa e superba:
dai lor costumi fa che tu ti forbi.
che l’una parte e l’altra avranno fame
di te; ma lungi fia dal becco l’erba.
di lor medesme, e non tocchin la pianta,
s’alcuna surge ancora in lor letame,
di que’ Roman che vi rimaser quando
fu fatto il nido di malizia tanta».
rispuos’ io lui, «voi non sareste ancora
de l’umana natura posto in bando;
la cara e buona imagine paterna
di voi quando nel mondo ad ora ad ora
e quant’ io l’abbia in grado, mentr’ io vivo
convien che ne la mia lingua si scerna.
e serbolo a chiosar con altro testo
a donna che saprà, s’a lei arrivo.
pur che mia coscïenza non mi garra,
ch’a la Fortuna, come vuol, son presto.
però giri Fortuna la sua rota
come le piace, e ’l villan la sua marra».
destra si volse in dietro e riguardommi;
poi disse: «Bene ascolta chi la nota».
con ser Brunetto, e dimando chi sono
li suoi compagni più noti e più sommi.
de li altri fia laudabile tacerci,
ché ’l tempo saria corto a tanto suono.
e litterati grandi e di gran fama,
d’un peccato medesmo al mondo lerci.
e Francesco d’Accorso anche; e vedervi,
s’avessi avuto di tal tigna brama,
fu trasmutato d’Arno in Bacchiglione,
dove lasciò li mal protesi nervi.
più lungo esser non può, però ch’i’ veggio
là surger nuovo fummo del sabbione.
Sieti raccomandato il mio Tesoro,
nel qual io vivo ancora, e più non cheggio».
che corrono a Verona il drappo verde
per la campagna; e parve di costoroInferno
Canto XVI
de l’acqua che cadea ne l’altro giro,
simile a quel che l’arnie fanno rombo,
correndo, d’una torma che passava
sotto la pioggia de l’aspro martiro.
«Sòstati tu ch’a l’abito ne sembri
esser alcun di nostra terra prava».
ricenti e vecchie, da le fiamme incese!
Ancor men duol pur ch’i’ me ne rimembri.
volse ’l viso ver’ me, e «Or aspetta»,
disse, «a costor si vuole esser cortese.
la natura del loco, i’ dicerei
che meglio stesse a te che a lor la fretta».
l’antico verso; e quando a noi fuor giunti,
fenno una rota di sé tutti e trei.
avvisando lor presa e lor vantaggio,
prima che sien tra lor battuti e punti,
drizzava a me, sì che ’n contraro il collo
faceva ai piè continüo vïaggio.
rende in dispetto noi e nostri prieghi»,
cominciò l’uno, «e ’l tinto aspetto e brollo,
a dirne chi tu se’, che i vivi piedi
così sicuro per lo ’nferno freghi.
tutto che nudo e dipelato vada,
fu di grado maggior che tu non credi:
Guido Guerra ebbe nome, e in sua vita
fece col senno assai e con la spada.
è Tegghiaio Aldobrandi, la cui voce
nel mondo sù dovria esser gradita.
Iacopo Rusticucci fui, e certo
la fiera moglie più ch’altro mi nuoce».
gittato mi sarei tra lor di sotto,
e credo che ’l dottor l’avria sofferto;
vinse paura la mia buona voglia
che di loro abbracciar mi facea ghiotto.
la vostra condizion dentro mi fisse,
tanta che tardi tutta si dispoglia,
parole per le quali i’ mi pensai
che qual voi siete, tal gente venisse.
l’ovra di voi e li onorati nomi
con affezion ritrassi e ascoltai.
promessi a me per lo verace duca;
ma ’nfino al centro pria convien ch’i’ tomi».
le membra tue», rispuose quelli ancora,
«e se la fama tua dopo te luca,
ne la nostra città sì come suole,
o se del tutto se n’è gita fora;
con noi per poco e va là coi compagni,
assai ne cruccia con le sue parole».
orgoglio e dismisura han generata,
Fiorenza, in te, sì che tu già ten piagni».
e i tre, che ciò inteser per risposta,
guardar l’un l’altro com’ al ver si guata.
rispuoser tutti, «il satisfare altrui,
felice te se sì parli a tua posta!
e torni a riveder le belle stelle,
quando ti gioverà dicere “I’ fui”,
Indi rupper la rota, e a fuggirsi
ali sembiar le gambe loro isnelle.
tosto così com’ e’ fuoro spariti;
per ch’al maestro parve di partirsi.
che ’l suon de l’acqua n’era sì vicino,
che per parlar saremmo a pena uditi.
prima dal Monte Viso ’nver’ levante,
da la sinistra costa d’Apennino,
che si divalli giù nel basso letto,
e a Forlì di quel nome è vacante,
de l’Alpe per cadere ad una scesa
ove dovea per mille esser recetto;
trovammo risonar quell’ acqua tinta,
sì che ’n poc’ ora avria l’orecchia offesa.
e con essa pensai alcuna volta
prender la lonza a la pelle dipinta.
sì come ’l duca m’avea comandato,
porsila a lui aggroppata e ravvolta.
e alquanto di lunge da la sponda
la gittò giuso in quell’ alto burrato.
dicea fra me medesmo, ‘al novo cenno
che ’l maestro con l’occhio sì seconda’.
presso a color che non veggion pur l’ovra,
ma per entro i pensier miran col senno!
ciò ch’io attendo e che il tuo pensier sogna;
tosto convien ch’al tuo viso si scovra».
de’ l’uom chiuder le labbra fin ch’el puote,
però che sanza colpa fa vergogna;
di questa comedìa, lettor, ti giuro,
s’elle non sien di lunga grazia vòte,
venir notando una figura in suso,
maravigliosa ad ogne cor sicuro,
talora a solver l’àncora ch’aggrappa
o scoglio o altro che nel mare è chiuso,Inferno
Canto XVII
che passa i monti e rompe i muri e l’armi!
Ecco colei che tutto ’l mondo appuzza!».
e accennolle che venisse a proda,
vicino al fin d’i passeggiati marmi.
sen venne, e arrivò la testa e ’l busto,
ma ’n su la riva non trasse la coda.
tanto benigna avea di fuor la pelle,
e d’un serpente tutto l’altro fusto;
lo dosso e ’l petto e ambedue le coste
dipinti avea di nodi e di rotelle.
non fer mai drappi Tartari né Turchi,
né fuor tai tele per Aragne imposte.
che parte sono in acqua e parte in terra,
e come là tra li Tedeschi lurchi
così la fiera pessima si stava
su l’orlo ch’è di pietra e ’l sabbion serra.
torcendo in sù la venenosa forca
ch’a guisa di scorpion la punta armava.
la nostra via un poco insino a quella
bestia malvagia che colà si corca».
e diece passi femmo in su lo stremo,
per ben cessar la rena e la fiammella.
poco più oltre veggio in su la rena
gente seder propinqua al loco scemo.
esperïenza d’esto giron porti»,
mi disse, «va, e vedi la lor mena.
mentre che torni, parlerò con questa,
che ne conceda i suoi omeri forti».
di quel settimo cerchio tutto solo
andai, dove sedea la gente mesta.
di qua, di là soccorrien con le mani
quando a’ vapori, e quando al caldo suolo:
or col ceffo or col piè, quando son morsi
o da pulci o da mosche o da tafani.
ne’ quali ’l doloroso foco casca,
non ne conobbi alcun; ma io m’accorsi
ch’avea certo colore e certo segno,
e quindi par che ’l loro occhio si pasca.
in una borsa gialla vidi azzurro
che d’un leone avea faccia e contegno.
vidine un’altra come sangue rossa,
mostrando un’oca bianca più che burro.
segnato avea lo suo sacchetto bianco,
mi disse: «Che fai tu in questa fossa?
sappi che ’l mio vicin Vitalïano
sederà qui dal mio sinistro fianco.
spesse fïate mi ’ntronan li orecchi
gridando: “Vegna ’l cavalier sovrano,
Qui distorse la bocca e di fuor trasse
la lingua, come bue che ’l naso lecchi.
lui che di poco star m’avea ’mmonito,
torna’mi in dietro da l’anime lasse.
già su la groppa del fiero animale,
e disse a me: «Or sie forte e ardito.
monta dinanzi, ch’i’ voglio esser mezzo,
sì che la coda non possa far male».
de la quartana, c’ha già l’unghie smorte,
e triema tutto pur guardando ’l rezzo,
ma vergogna mi fé le sue minacce,
che innanzi a buon segnor fa servo forte.
sì volli dir, ma la voce non venne
com’ io credetti: ‘Fa che tu m’abbracce’.
ad altro forse, tosto ch’i’ montai
con le braccia m’avvinse e mi sostenne;
le rote larghe, e lo scender sia poco;
pensa la nova soma che tu hai».
in dietro in dietro, sì quindi si tolse;
e poi ch’al tutto si sentì a gioco,
e quella tesa, come anguilla, mosse,
e con le branche l’aere a sé raccolse.
quando Fetonte abbandonò li freni,
per che ’l ciel, come pare ancor, si cosse;
sentì spennar per la scaldata cera,
gridando il padre a lui «Mala via tieni!»,
ne l’aere d’ogne parte, e vidi spenta
ogne veduta fuor che de la fera.
rota e discende, ma non me n’accorgo
se non che al viso e di sotto mi venta.
far sotto noi un orribile scroscio,
per che con li occhi ’n giù la testa sporgo.
però ch’i’ vidi fuochi e senti’ pianti;
ond’ io tremando tutto mi raccoscio.
lo scendere e ’l girar per li gran mali
che s’appressavan da diversi canti.
che sanza veder logoro o uccello
fa dire al falconiere «Omè, tu cali!»,
per cento rote, e da lunge si pone
dal suo maestro, disdegnoso e fello;
al piè al piè de la stagliata rocca,
e, discarcate le nostre persone,Inferno
Canto XVIII
tutto di pietra di color ferrigno,
come la cerchia che dintorno il volge.
vaneggia un pozzo assai largo e profondo,
di cui suo loco dicerò l’ordigno.
tra ’l pozzo e ’l piè de l’alta ripa dura,
e ha distinto in dieci valli il fondo.
più e più fossi cingon li castelli,
la parte dove son rende figura,
e come a tai fortezze da’ lor sogli
a la ripa di fuor son ponticelli,
movien che ricidien li argini e ’ fossi
infino al pozzo che i tronca e raccogli.
di Gerïon, trovammoci; e ’l poeta
tenne a sinistra, e io dietro mi mossi.
novo tormento e novi frustatori,
di che la prima bolgia era repleta.
dal mezzo in qua ci venien verso ’l volto,
di là con noi, ma con passi maggiori,
l’anno del giubileo, su per lo ponte
hanno a passar la gente modo colto,
verso ’l castello e vanno a Santo Pietro,
da l’altra sponda vanno verso ’l monte.
vidi demon cornuti con gran ferze,
che li battien crudelmente di retro.
a le prime percosse! già nessuno
le seconde aspettava né le terze.
furo scontrati; e io sì tosto dissi:
«Già di veder costui non son digiuno».
e ’l dolce duca meco si ristette,
e assentio ch’alquanto in dietro gissi.
bassando ’l viso; ma poco li valse,
ch’io dissi: «O tu che l’occhio a terra gette,
Venedico se’ tu Caccianemico.
Ma che ti mena a sì pungenti salse?».
ma sforzami la tua chiara favella,
che mi fa sovvenir del mondo antico.
condussi a far la voglia del marchese,
come che suoni la sconcia novella.
anzi n’è questo loco tanto pieno,
che tante lingue non son ora apprese
e se di ciò vuoi fede o testimonio,
rècati a mente il nostro avaro seno».
de la sua scurïada, e disse: «Via,
ruffian! qui non son femmine da conio».
poscia con pochi passi divenimmo
là ’v’ uno scoglio de la ripa uscia.
e vòlti a destra su per la sua scheggia,
da quelle cerchie etterne ci partimmo.
di sotto per dar passo a li sferzati,
lo duca disse: «Attienti, e fa che feggia
ai quali ancor non vedesti la faccia
però che son con noi insieme andati».
che venìa verso noi da l’altra banda,
e che la ferza similmente scaccia.
mi disse: «Guarda quel grande che vene,
e per dolor non par lagrime spanda:
Quelli è Iasón, che per cuore e per senno
li Colchi del monton privati féne.
poi che l’ardite femmine spietate
tutti li maschi loro a morte dienno.
Isifile ingannò, la giovinetta
che prima avea tutte l’altre ingannate.
tal colpa a tal martiro lui condanna;
e anche di Medea si fa vendetta.
e questo basti de la prima valle
sapere e di color che ’n sé assanna».
con l’argine secondo s’incrocicchia,
e fa di quello ad un altr’ arco spalle.
ne l’altra bolgia e che col muso scuffa,
e sé medesma con le palme picchia.
per l’alito di giù che vi s’appasta,
che con li occhi e col naso facea zuffa.
loco a veder sanza montare al dosso
de l’arco, ove lo scoglio più sovrasta.
vidi gente attuffata in uno sterco
che da li uman privadi parea mosso.
vidi un col capo sì di merda lordo,
che non parëa s’era laico o cherco.
di riguardar più me che li altri brutti?».
E io a lui: «Perché, se ben ricordo,
e se’ Alessio Interminei da Lucca:
però t’adocchio più che li altri tutti».
«Qua giù m’hanno sommerso le lusinghe
ond’ io non ebbi mai la lingua stucca».
mi disse, «il viso un poco più avante,
sì che la faccia ben con l’occhio attinghe
che là si graffia con l’unghie merdose,
e or s’accoscia e ora è in piedi stante.
al drudo suo quando disse “Ho io grazie
grandi apo te?”: “Anzi maravigliose!”.Inferno
Canto XIX
che le cose di Dio, che di bontate
deon essere spose, e voi rapaci
or convien che per voi suoni la tromba,
però che ne la terza bolgia state.
montati de lo scoglio in quella parte
ch’a punto sovra mezzo ’l fosso piomba.
che mostri in cielo, in terra e nel mal mondo,
e quanto giusto tua virtù comparte!
piena la pietra livida di fóri,
d’un largo tutti e ciascun era tondo.
che que’ che son nel mio bel San Giovanni,
fatti per loco d’i battezzatori;
rupp’ io per un che dentro v’annegava:
e questo sia suggel ch’ogn’ omo sganni.
d’un peccator li piedi e de le gambe
infino al grosso, e l’altro dentro stava.
per che sì forte guizzavan le giunte,
che spezzate averien ritorte e strambe.
muoversi pur su per la strema buccia,
tal era lì dai calcagni a le punte.
guizzando più che li altri suoi consorti»,
diss’ io, «e cui più roggia fiamma succia?».
là giù per quella ripa che più giace,
da lui saprai di sé e de’ suoi torti».
tu se’ segnore, e sai ch’i’ non mi parto
dal tuo volere, e sai quel che si tace».
volgemmo e discendemmo a mano stanca
là giù nel fondo foracchiato e arto.
non mi dipuose, sì mi giunse al rotto
di quel che si piangeva con la zanca.
anima trista come pal commessa»,
comincia’ io a dir, «se puoi, fa motto».
lo perfido assessin, che, poi ch’è fitto,
richiama lui per che la morte cessa.
se’ tu già costì ritto, Bonifazio?
Di parecchi anni mi mentì lo scritto.
per lo qual non temesti tòrre a ’nganno
la bella donna, e poi di farne strazio?».
per non intender ciò ch’è lor risposto,
quasi scornati, e risponder non sanno.
“Non son colui, non son colui che credi”»;
e io rispuosi come a me fu imposto.
poi, sospirando e con voce di pianto,
mi disse: «Dunque che a me richiedi?
che tu abbi però la ripa corsa,
sappi ch’i’ fui vestito del gran manto;
cupido sì per avanzar li orsatti,
che sù l’avere e qui me misi in borsa.
che precedetter me simoneggiando,
per le fessure de la pietra piatti.
verrà colui ch’i’ credea che tu fossi,
allor ch’i’ feci ’l sùbito dimando.
e ch’i’ son stato così sottosopra,
ch’el non starà piantato coi piè rossi:
di ver’ ponente, un pastor sanza legge,
tal che convien che lui e me ricuopra.
ne’ Maccabei; e come a quel fu molle
suo re, così fia lui chi Francia regge».
ch’i’ pur rispuosi lui a questo metro:
«Deh, or mi dì: quanto tesoro volle
ch’ei ponesse le chiavi in sua balìa?
Certo non chiese se non “Viemmi retro”.
oro od argento, quando fu sortito
al loco che perdé l’anima ria.
e guarda ben la mal tolta moneta
ch’esser ti fece contra Carlo ardito.
la reverenza de le somme chiavi
che tu tenesti ne la vita lieta,
ché la vostra avarizia il mondo attrista,
calcando i buoni e sollevando i pravi.
quando colei che siede sopra l’acque
puttaneggiar coi regi a lui fu vista;
e da le diece corna ebbe argomento,
fin che virtute al suo marito piacque.
e che altro è da voi a l’idolatre,
se non ch’elli uno, e voi ne orate cento?
non la tua conversion, ma quella dote
che da te prese il primo ricco patre!».
o ira o coscïenza che ’l mordesse,
forte spingava con ambo le piote.
con sì contenta labbia sempre attese
lo suon de le parole vere espresse.
e poi che tutto su mi s’ebbe al petto,
rimontò per la via onde discese.
sì men portò sovra ’l colmo de l’arco
che dal quarto al quinto argine è tragetto.
soave per lo scoglio sconcio ed erto
che sarebbe a le capre duro varco.Inferno
Canto XX
e dar matera al ventesimo canto
de la prima canzon, ch’è d’i sommersi.
a riguardar ne lo scoperto fondo,
che si bagnava d’angoscioso pianto;
venir, tacendo e lagrimando, al passo
che fanno le letane in questo mondo.
mirabilmente apparve esser travolto
ciascun tra ’l mento e ’l principio del casso,
e in dietro venir li convenia,
perché ’l veder dinanzi era lor tolto.
si travolse così alcun del tutto;
ma io nol vidi, né credo che sia.
di tua lezione, or pensa per te stesso
com’ io potea tener lo viso asciutto,
vidi sì torta, che ’l pianto de li occhi
le natiche bagnava per lo fesso.
del duro scoglio, sì che la mia scorta
mi disse: «Ancor se’ tu de li altri sciocchi?
chi è più scellerato che colui
che al giudicio divin passion comporta?
s’aperse a li occhi d’i Teban la terra;
per ch’ei gridavan tutti: “Dove rui,
E non restò di ruinare a valle
fino a Minòs che ciascheduno afferra.
perché volle veder troppo davante,
di retro guarda e fa retroso calle.
quando di maschio femmina divenne,
cangiandosi le membra tutte quante;
li duo serpenti avvolti, con la verga,
che rïavesse le maschili penne.
che ne’ monti di Luni, dove ronca
lo Carrarese che di sotto alberga,
per sua dimora; onde a guardar le stelle
e ’l mar non li era la veduta tronca.
che tu non vedi, con le trecce sciolte,
e ha di là ogne pilosa pelle,
poscia si puose là dove nacqu’ io;
onde un poco mi piace che m’ascolte.
e venne serva la città di Baco,
questa gran tempo per lo mondo gio.
a piè de l’Alpe che serra Lamagna
sovra Tiralli, c’ha nome Benaco.
tra Garda e Val Camonica e Pennino
de l’acqua che nel detto laco stagna.
pastore e quel di Brescia e ’l veronese
segnar poria, s’e’ fesse quel cammino.
da fronteggiar Bresciani e Bergamaschi,
ove la riva ’ntorno più discese.
ciò che ’n grembo a Benaco star non può,
e fassi fiume giù per verdi paschi.
non più Benaco, ma Mencio si chiama
fino a Governol, dove cade in Po.
ne la qual si distende e la ’mpaluda;
e suol di state talor essere grama.
vide terra, nel mezzo del pantano,
sanza coltura e d’abitanti nuda.
ristette con suoi servi a far sue arti,
e visse, e vi lasciò suo corpo vano.
s’accolsero a quel loco, ch’era forte
per lo pantan ch’avea da tutte parti.
e per colei che ’l loco prima elesse,
Mantüa l’appellar sanz’ altra sorte.
prima che la mattia da Casalodi
da Pinamonte inganno ricevesse.
originar la mia terra altrimenti,
la verità nulla menzogna frodi».
mi son sì certi e prendon sì mia fede,
che li altri mi sarien carboni spenti.
se tu ne vedi alcun degno di nota;
ché solo a ciò la mia mente rifiede».
porge la barba in su le spalle brune,
fu—quando Grecia fu di maschi vòta,
augure, e diede ’l punto con Calcanta
in Aulide a tagliar la prima fune.
l’alta mia tragedìa in alcun loco:
ben lo sai tu che la sai tutta quanta.
Michele Scotto fu, che veramente
de le magiche frode seppe ’l gioco.
ch’avere inteso al cuoio e a lo spago
ora vorrebbe, ma tardi si pente.
la spuola e ’l fuso, e fecersi ’ndivine;
fecer malie con erbe e con imago.
d’amendue li emisperi e tocca l’onda
sotto Sobilia Caino e le spine;
ben ten de’ ricordar, ché non ti nocque
alcuna volta per la selva fonda».Inferno
Canto XXI
che la mia comedìa cantar non cura,
venimmo; e tenavamo ’l colmo, quando
di Malebolge e li altri pianti vani;
e vidila mirabilmente oscura.
bolle l’inverno la tenace pece
a rimpalmare i legni lor non sani,
chi fa suo legno novo e chi ristoppa
le coste a quel che più vïaggi fece;
altri fa remi e altri volge sarte;
chi terzeruolo e artimon rintoppa—:
bollia là giuso una pegola spessa,
che ’nviscava la ripa d’ogne parte.
mai che le bolle che ’l bollor levava,
e gonfiar tutta, e riseder compressa.
lo duca mio, dicendo «Guarda, guarda!»,
mi trasse a sé del loco dov’ io stava.
di veder quel che li convien fuggire
e cui paura sùbita sgagliarda,
e vidi dietro a noi un diavol nero
correndo su per lo scoglio venire.
e quanto mi parea ne l’atto acerbo,
con l’ali aperte e sovra i piè leggero!
carcava un peccator con ambo l’anche,
e quei tenea de’ piè ghermito ’l nerbo.
ecco un de li anzïan di Santa Zita!
Mettetel sotto, ch’i’ torno per anche
ogn’ uom v’è barattier, fuor che Bonturo;
del no, per li denar, vi si fa ita».
si volse; e mai non fu mastino sciolto
con tanta fretta a seguitar lo furo.
ma i demon che del ponte avean coperchio,
gridar: «Qui non ha loco il Santo Volto!
Però, se tu non vuo’ di nostri graffi,
non far sopra la pegola soverchio».
disser: «Coverto convien che qui balli,
sì che, se puoi, nascosamente accaffi».
fanno attuffare in mezzo la caldaia
la carne con li uncin, perché non galli.
che tu ci sia», mi disse, «giù t’acquatta
dopo uno scheggio, ch’alcun schermo t’aia;
non temer tu, ch’i’ ho le cose conte,
perch’ altra volta fui a tal baratta».
e com’ el giunse in su la ripa sesta,
mestier li fu d’aver sicura fronte.
ch’escono i cani a dosso al poverello
che di sùbito chiede ove s’arresta,
e volser contra lui tutt’ i runcigli;
ma el gridò: «Nessun di voi sia fello!
traggasi avante l’un di voi che m’oda,
e poi d’arruncigliarmi si consigli».
per ch’un si mosse—e li altri stetter fermi—
e venne a lui dicendo: «Che li approda?».
esser venuto», disse ’l mio maestro,
«sicuro già da tutti vostri schermi,
Lascian’ andar, ché nel cielo è voluto
ch’i’ mostri altrui questo cammin silvestro».
ch’e’ si lasciò cascar l’uncino a’ piedi,
e disse a li altri: «Omai non sia feruto».
tra li scheggion del ponte quatto quatto,
sicuramente omai a me ti riedi».
e i diavoli si fecer tutti avanti,
sì ch’io temetti ch’ei tenesser patto;
ch’uscivan patteggiati di Caprona,
veggendo sé tra nemici cotanti.
lungo ’l mio duca, e non torceva li occhi
da la sembianza lor ch’era non buona.
diceva l’un con l’altro, «in sul groppone?».
E rispondien: «Sì, fa che gliel’ accocchi».
col duca mio, si volse tutto presto
e disse: «Posa, posa, Scarmiglione!».
iscoglio non si può, però che giace
tutto spezzato al fondo l’arco sesto.
andatevene su per questa grotta;
presso è un altro scoglio che via face.
mille dugento con sessanta sei
anni compié che qui la via fu rotta.
a riguardar s’alcun se ne sciorina;
gite con lor, che non saranno rei».
cominciò elli a dire, «e tu, Cagnazzo;
e Barbariccia guidi la decina.
Cirïatto sannuto e Graffiacane
e Farfarello e Rubicante pazzo.
costor sian salvi infino a l’altro scheggio
che tutto intero va sovra le tane».
diss’ io, «deh, sanza scorta andianci soli,
se tu sa’ ir; ch’i’ per me non la cheggio.
non vedi tu ch’e’ digrignan li denti
e con le ciglia ne minaccian duoli?».
lasciali digrignar pur a lor senno,
ch’e’ fanno ciò per li lessi dolenti».
ma prima avea ciascun la lingua stretta
coi denti, verso lor duca, per cenno;Inferno
Canto XXII
e cominciare stormo e far lor mostra,
e talvolta partir per loro scampo;
o Aretini, e vidi gir gualdane,
fedir torneamenti e correr giostra;
con tamburi e con cenni di castella,
e con cose nostrali e con istrane;
cavalier vidi muover né pedoni,
né nave a segno di terra o di stella.
Ahi fiera compagnia! ma ne la chiesa
coi santi, e in taverna coi ghiottoni.
per veder de la bolgia ogne contegno
e de la gente ch’entro v’era incesa.
a’ marinar con l’arco de la schiena
che s’argomentin di campar lor legno,
mostrav’ alcun de’ peccatori ’l dosso
e nascondea in men che non balena.
stanno i ranocchi pur col muso fuori,
sì che celano i piedi e l’altro grosso,
ma come s’appressava Barbariccia,
così si ritraén sotto i bollori.
uno aspettar così, com’ elli ’ncontra
ch’una rana rimane e l’altra spiccia;
li arruncigliò le ’mpegolate chiome
e trassel sù, che mi parve una lontra.
sì li notai quando fuorono eletti,
e poi ch’e’ si chiamaro, attesi come.
li unghioni a dosso, sì che tu lo scuoi!»,
gridavan tutti insieme i maladetti.
che tu sappi chi è lo sciagurato
venuto a man de li avversari suoi».
domandollo ond’ ei fosse, e quei rispuose:
«I’ fui del regno di Navarra nato.
che m’avea generato d’un ribaldo,
distruggitor di sé e di sue cose.
quivi mi misi a far baratteria,
di ch’io rendo ragione in questo caldo».
d’ogne parte una sanna come a porco,
li fé sentir come l’una sdruscia.
ma Barbariccia il chiuse con le braccia
e disse: «State in là, mentr’ io lo ’nforco».
«Domanda», disse, «ancor, se più disii
saper da lui, prima ch’altri ’l disfaccia».
conosci tu alcun che sia latino
sotto la pece?». E quelli: «I’ mi partii,
Così foss’ io ancor con lui coperto,
ch’i’ non temerei unghia né uncino!».
disse; e preseli ’l braccio col runciglio,
sì che, stracciando, ne portò un lacerto.
giuso a le gambe; onde ’l decurio loro
si volse intorno intorno con mal piglio.
a lui, ch’ancor mirava sua ferita,
domandò ’l duca mio sanza dimoro:
di’ che facesti per venire a proda?».
Ed ei rispuose: «Fu frate Gomita,
ch’ebbe i nemici di suo donno in mano,
e fé sì lor, che ciascun se ne loda.
sì com’ e’ dice; e ne li altri offici anche
barattier fu non picciol, ma sovrano.
di Logodoro; e a dir di Sardigna
le lingue lor non si sentono stanche.
i’ direi anche, ma i’ temo ch’ello
non s’apparecchi a grattarmi la tigna».
che stralunava li occhi per fedire,
disse: «Fatti ’n costà, malvagio uccello!».
ricominciò lo spaürato appresso,
«Toschi o Lombardi, io ne farò venire;
sì ch’ei non teman de le lor vendette;
e io, seggendo in questo loco stesso,
quand’ io suffolerò, com’ è nostro uso
di fare allor che fori alcun si mette».
crollando ’l capo, e disse: «Odi malizia
ch’elli ha pensata per gittarsi giuso!».
rispuose: «Malizioso son io troppo,
quand’ io procuro a’ mia maggior trestizia».
a li altri, disse a lui: «Se tu ti cali,
io non ti verrò dietro di gualoppo,
Lascisi ’l collo, e sia la ripa scudo,
a veder se tu sol più di noi vali».
ciascun da l’altra costa li occhi volse,
quel prima, ch’a ciò fare era più crudo.
fermò le piante a terra, e in un punto
saltò e dal proposto lor si sciolse.
ma quei più che cagion fu del difetto;
però si mosse e gridò: «Tu se’ giunto!».
non potero avanzar; quelli andò sotto,
e quei drizzò volando suso il petto:
quando ’l falcon s’appressa, giù s’attuffa,
ed ei ritorna sù crucciato e rotto.
volando dietro li tenne, invaghito
che quei campasse per aver la zuffa;
così volse li artigli al suo compagno,
e fu con lui sopra ’l fosso ghermito.
ad artigliar ben lui, e amendue
cadder nel mezzo del bogliente stagno.
ma però di levarsi era neente,
sì avieno inviscate l’ali sue.
quattro ne fé volar da l’altra costa
con tutt’ i raffi, e assai prestamente
porser li uncini verso li ’mpaniati,
ch’eran già cotti dentro da la crosta.Inferno
Canto XXIII
n’andavam l’un dinanzi e l’altro dopo,
come frati minor vanno per via.
lo mio pensier per la presente rissa,
dov’ el parlò de la rana e del topo;
che l’un con l’altro fa, se ben s’accoppia
principio e fine con la mente fissa.
così nacque di quello un altro poi,
che la prima paura mi fé doppia.
sono scherniti con danno e con beffa
sì fatta, ch’assai credo che lor nòi.
ei ne verranno dietro più crudeli
che ’l cane a quella lievre ch’elli acceffa’.
de la paura e stava in dietro intento,
quand’ io dissi: «Maestro, se non celi
d’i Malebranche. Noi li avem già dietro;
io li ’magino sì, che già li sento».
l’imagine di fuor tua non trarrei
più tosto a me, che quella dentro ’mpetro.
con simile atto e con simile faccia,
sì che d’intrambi un sol consiglio fei.
che noi possiam ne l’altra bolgia scendere,
noi fuggirem l’imaginata caccia».
ch’io li vidi venir con l’ali tese
non molto lungi, per volerne prendere.
come la madre ch’al romore è desta
e vede presso a sé le fiamme accese,
avendo più di lui che di sé cura,
tanto che solo una camiscia vesta;
supin si diede a la pendente roccia,
che l’un de’ lati a l’altra bolgia tura.
a volger ruota di molin terragno,
quand’ ella più verso le pale approccia,
portandosene me sovra ’l suo petto,
come suo figlio, non come compagno.
del fondo giù, ch’e’ furon in sul colle
sovresso noi; ma non lì era sospetto:
porre ministri de la fossa quinta,
poder di partirs’ indi a tutti tolle.
che giva intorno assai con lenti passi,
piangendo e nel sembiante stanca e vinta.
dinanzi a li occhi, fatte de la taglia
che in Clugnì per li monaci fassi.
ma dentro tutte piombo, e gravi tanto,
che Federigo le mettea di paglia.
Noi ci volgemmo ancor pur a man manca
con loro insieme, intenti al tristo pianto;
venìa sì pian, che noi eravam nuovi
di compagnia ad ogne mover d’anca.
alcun ch’al fatto o al nome si conosca,
e li occhi, sì andando, intorno movi».
di retro a noi gridò: «Tenete i piedi,
voi che correte sì per l’aura fosca!
Onde ’l duca si volse e disse: «Aspetta,
e poi secondo il suo passo procedi».
de l’animo, col viso, d’esser meco;
ma tardavali ’l carco e la via stretta.
mi rimiraron sanza far parola;
poi si volsero in sé, e dicean seco:
e s’e’ son morti, per qual privilegio
vanno scoperti de la grave stola?».
de l’ipocriti tristi se’ venuto,
dir chi tu se’ non avere in dispregio».
sovra ’l bel fiume d’Arno a la gran villa,
e son col corpo ch’i’ ho sempre avuto.
quant’ i’ veggio dolor giù per le guance?
e che pena è in voi che sì sfavilla?».
son di piombo sì grosse, che li pesi
fan così cigolar le lor bilance.
io Catalano e questi Loderingo
nomati, e da tua terra insieme presi
per conservar sua pace; e fummo tali,
ch’ancor si pare intorno dal Gardingo».
ma più non dissi, ch’a l’occhio mi corse
un, crucifisso in terra con tre pali.
soffiando ne la barba con sospiri;
e ’l frate Catalan, ch’a ciò s’accorse,
consigliò i Farisei che convenia
porre un uom per lo popolo a’ martìri.
come tu vedi, ed è mestier ch’el senta
qualunque passa, come pesa, pria.
in questa fossa, e li altri dal concilio
che fu per li Giudei mala sementa».
sovra colui ch’era disteso in croce
tanto vilmente ne l’etterno essilio.
«Non vi dispiaccia, se vi lece, dirci
s’a la man destra giace alcuna foce
sanza costrigner de li angeli neri
che vegnan d’esto fondo a dipartirci».
s’appressa un sasso che da la gran cerchia
si move e varca tutt’ i vallon feri,
montar potrete su per la ruina,
che giace in costa e nel fondo soperchia».
poi disse: «Mal contava la bisogna
colui che i peccator di qua uncina».
del diavol vizi assai, tra ’ quali udi’
ch’elli è bugiardo, e padre di menzogna».
turbato un poco d’ira nel sembiante;
ond’ io da li ’ncarcati mi parti’Inferno
Canto XXIV
che ’l sole i crin sotto l’Aquario tempra
e già le notti al mezzo dì sen vanno,
l’imagine di sua sorella bianca,
ma poco dura a la sua penna tempra,
si leva, e guarda, e vede la campagna
biancheggiar tutta; ond’ ei si batte l’anca,
come ’l tapin che non sa che si faccia;
poi riede, e la speranza ringavagna,
in poco d’ora, e prende suo vincastro
e fuor le pecorelle a pascer caccia.
quand’ io li vidi sì turbar la fronte,
e così tosto al mal giunse lo ’mpiastro;
lo duca a me si volse con quel piglio
dolce ch’io vidi prima a piè del monte.
eletto seco riguardando prima
ben la ruina, e diedemi di piglio.
che sempre par che ’nnanzi si proveggia,
così, levando me sù ver’ la cima
dicendo: «Sovra quella poi t’aggrappa;
ma tenta pria s’è tal ch’ella ti reggia».
ché noi a pena, ei lieve e io sospinto,
potavam sù montar di chiappa in chiappa.
più che da l’altro era la costa corta,
non so di lui, ma io sarei ben vinto.
del bassissimo pozzo tutta pende,
lo sito di ciascuna valle porta
noi pur venimmo al fine in su la punta
onde l’ultima pietra si scoscende.
quand’ io fui sù, ch’i’ non potea più oltre,
anzi m’assisi ne la prima giunta.
disse ’l maestro; «ché, seggendo in piuma,
in fama non si vien, né sotto coltre;
cotal vestigio in terra di sé lascia,
qual fummo in aere e in acqua la schiuma.
con l’animo che vince ogne battaglia,
se col suo grave corpo non s’accascia.
non basta da costoro esser partito.
Se tu mi ’ntendi, or fa sì che ti vaglia».
meglio di lena ch’i’ non mi sentia,
e dissi: «Va, ch’i’ son forte e ardito».
ch’era ronchioso, stretto e malagevole,
ed erto più assai che quel di pria.
onde una voce uscì de l’altro fosso,
a parole formar disconvenevole.
fossi de l’arco già che varca quivi;
ma chi parlava ad ire parea mosso.
non poteano ire al fondo per lo scuro;
per ch’io: «Maestro, fa che tu arrivi
ché, com’ i’ odo quinci e non intendo,
così giù veggio e neente affiguro».
se non lo far; ché la dimanda onesta
si de’ seguir con l’opera tacendo».
dove s’aggiugne con l’ottava ripa,
e poi mi fu la bolgia manifesta:
di serpenti, e di sì diversa mena
che la memoria il sangue ancor mi scipa.
ché se chelidri, iaculi e faree
produce, e cencri con anfisibena,
mostrò già mai con tutta l’Etïopia
né con ciò che di sopra al Mar Rosso èe.
corrëan genti nude e spaventate,
sanza sperar pertugio o elitropia:
quelle ficcavan per le ren la coda
e ’l capo, ed eran dinanzi aggroppate.
s’avventò un serpente che ’l trafisse
là dove ’l collo a le spalle s’annoda.
com’ el s’accese e arse, e cener tutto
convenne che cascando divenisse;
la polver si raccolse per sé stessa
e ’n quel medesmo ritornò di butto.
che la fenice more e poi rinasce,
quando al cinquecentesimo anno appressa;
ma sol d’incenso lagrime e d’amomo,
e nardo e mirra son l’ultime fasce.
per forza di demon ch’a terra il tira,
o d’altra oppilazion che lega l’omo,
tutto smarrito de la grande angoscia
ch’elli ha sofferta, e guardando sospira:
Oh potenza di Dio, quant’ è severa,
che cotai colpi per vendetta croscia!
per ch’ei rispuose: «Io piovvi di Toscana,
poco tempo è, in questa gola fiera.
sì come a mul ch’i’ fui; son Vanni Fucci
bestia, e Pistoia mi fu degna tana».
e domanda che colpa qua giù ’l pinse;
ch’io ’l vidi uomo di sangue e di crucci».
ma drizzò verso me l’animo e ’l volto,
e di trista vergogna si dipinse;
ne la miseria dove tu mi vedi,
che quando fui de l’altra vita tolto.
in giù son messo tanto perch’ io fui
ladro a la sagrestia d’i belli arredi,
Ma perché di tal vista tu non godi,
se mai sarai di fuor da’ luoghi bui,
Pistoia in pria d’i Neri si dimagra;
poi Fiorenza rinova gente e modi.
ch’è di torbidi nuvoli involuto;
e con tempesta impetüosa e agra
ond’ ei repente spezzerà la nebbia,
sì ch’ogne Bianco ne sarà feruto.Inferno
Canto XXV
le mani alzò con amendue le fiche,
gridando: «Togli, Dio, ch’a te le squadro!».
perch’ una li s’avvolse allora al collo,
come dicesse ‘Non vo’ che più diche’;
ribadendo sé stessa sì dinanzi,
che non potea con esse dare un crollo.
d’incenerarti sì che più non duri,
poi che ’n mal fare il seme tuo avanzi?
non vidi spirto in Dio tanto superbo,
non quel che cadde a Tebe giù da’ muri.
e io vidi un centauro pien di rabbia
venir chiamando: «Ov’ è, ov’ è l’acerbo?».
quante bisce elli avea su per la groppa
infin ove comincia nostra labbia.
con l’ali aperte li giacea un draco;
e quello affuoca qualunque s’intoppa.
che, sotto ’l sasso di monte Aventino,
di sangue fece spesse volte laco.
per lo furto che frodolente fece
del grande armento ch’elli ebbe a vicino;
sotto la mazza d’Ercule, che forse
gliene diè cento, e non sentì le diece».
e tre spiriti venner sotto noi,
de’ quai né io né ’l duca mio s’accorse,
per che nostra novella si ristette,
e intendemmo pur ad essi poi.
come suol seguitar per alcun caso,
che l’un nomar un altro convenette,
per ch’io, acciò che ’l duca stesse attento,
mi puosi ’l dito su dal mento al naso.
ciò ch’io dirò, non sarà maraviglia,
ché io che ’l vidi, a pena il mi consento.
e un serpente con sei piè si lancia
dinanzi a l’uno, e tutto a lui s’appiglia.
e con li anterïor le braccia prese;
poi li addentò e l’una e l’altra guancia;
e miseli la coda tra ’mbedue
e dietro per le ren sù la ritese.
ad alber sì, come l’orribil fiera
per l’altrui membra avviticchiò le sue.
fossero stati, e mischiar lor colore,
né l’un né l’altro già parea quel ch’era:
per lo papiro suso, un color bruno
che non è nero ancora e ’l bianco more.
gridava: «Omè, Agnel, come ti muti!
Vedi che già non se’ né due né uno».
quando n’apparver due figure miste
in una faccia, ov’ eran due perduti.
le cosce con le gambe e ’l ventre e ’l casso
divenner membra che non fuor mai viste.
due e nessun l’imagine perversa
parea; e tal sen gio con lento passo.
dei dì canicular, cangiando sepe,
folgore par se la via attraversa,
de li altri due, un serpentello acceso,
livido e nero come gran di pepe;
nostro alimento, a l’un di lor trafisse;
poi cadde giuso innanzi lui disteso.
anzi, co’ piè fermati, sbadigliava
pur come sonno o febbre l’assalisse.
l’un per la piaga e l’altro per la bocca
fummavan forte, e ’l fummo si scontrava.
del misero Sabello e di Nasidio,
e attenda a udir quel ch’or si scocca.
ché se quello in serpente e quella in fonte
converte poetando, io non lo ’nvidio;
non trasmutò sì ch’amendue le forme
a cambiar lor matera fosser pronte.
che ’l serpente la coda in forca fesse,
e ’l feruto ristrinse insieme l’orme.
s’appiccar sì, che ’n poco la giuntura
non facea segno alcun che si paresse.
che si perdeva là, e la sua pelle
si facea molle, e quella di là dura.
e i due piè de la fiera, ch’eran corti,
tanto allungar quanto accorciavan quelle.
diventaron lo membro che l’uom cela,
e ’l misero del suo n’avea due porti.
di color novo, e genera ’l pel suso
per l’una parte e da l’altra il dipela,
non torcendo però le lucerne empie,
sotto le quai ciascun cambiava muso.
e di troppa matera ch’in là venne
uscir li orecchi de le gote scempie;
di quel soverchio, fé naso a la faccia
e le labbra ingrossò quanto convenne.
e li orecchi ritira per la testa
come face le corna la lumaccia;
prima a parlar, si fende, e la forcuta
ne l’altro si richiude; e ’l fummo resta.
suffolando si fugge per la valle,
e l’altro dietro a lui parlando sputa.
e disse a l’altro: «I’ vo’ che Buoso corra,
com’ ho fatt’ io, carpon per questo calle».
mutare e trasmutare; e qui mi scusi
la novità se fior la penna abborra.
fossero alquanto e l’animo smagato,
non poter quei fuggirsi tanto chiusi,
ed era quel che sol, di tre compagni
che venner prima, non era mutato;Inferno
Canto XXVI
che per mare e per terra batti l’ali,
e per lo ’nferno tuo nome si spande!
tuoi cittadini onde mi ven vergogna,
e tu in grande orranza non ne sali.
tu sentirai, di qua da picciol tempo,
di quel che Prato, non ch’altri, t’agogna.
Così foss’ ei, da che pur esser dee!
ché più mi graverà, com’ più m’attempo.
che n’avea fatto iborni a scender pria,
rimontò ’l duca mio e trasse mee;
tra le schegge e tra ’ rocchi de lo scoglio
lo piè sanza la man non si spedia.
quando drizzo la mente a ciò ch’io vidi,
e più lo ’ngegno affreno ch’i’ non soglio,
sì che, se stella bona o miglior cosa
m’ha dato ’l ben, ch’io stessi nol m’invidi.
nel tempo che colui che ’l mondo schiara
la faccia sua a noi tien meno ascosa,
vede lucciole giù per la vallea,
forse colà dov’ e’ vendemmia e ara:
l’ottava bolgia, sì com’ io m’accorsi
tosto che fui là ’ve ’l fondo parea.
vide ’l carro d’Elia al dipartire,
quando i cavalli al cielo erti levorsi,
ch’el vedesse altro che la fiamma sola,
sì come nuvoletta, in sù salire:
del fosso, ché nessuna mostra ’l furto,
e ogne fiamma un peccatore invola.
sì che s’io non avessi un ronchion preso,
caduto sarei giù sanz’ esser urto.
disse: «Dentro dai fuochi son li spirti;
catun si fascia di quel ch’elli è inceso».
son io più certo; ma già m’era avviso
che così fosse, e già voleva dirti:
di sopra, che par surger de la pira
dov’ Eteòcle col fratel fu miso?».
Ulisse e Dïomede, e così insieme
a la vendetta vanno come a l’ira;
l’agguato del caval che fé la porta
onde uscì de’ Romani il gentil seme.
Deïdamìa ancor si duol d’Achille,
e del Palladio pena vi si porta».
parlar», diss’ io, «maestro, assai ten priego
e ripriego, che ’l priego vaglia mille,
fin che la fiamma cornuta qua vegna;
vedi che del disio ver’ lei mi piego!».
di molta loda, e io però l’accetto;
ma fa che la tua lingua si sostegna.
ciò che tu vuoi; ch’ei sarebbero schivi,
perch’ e’ fuor greci, forse del tuo detto».
dove parve al mio duca tempo e loco,
in questa forma lui parlare audivi:
s’io meritai di voi mentre ch’io vissi,
s’io meritai di voi assai o poco
non vi movete; ma l’un di voi dica
dove, per lui, perduto a morir gissi».
cominciò a crollarsi mormorando,
pur come quella cui vento affatica;
come fosse la lingua che parlasse,
gittò voce di fuori e disse: «Quando
me più d’un anno là presso a Gaeta,
prima che sì Enëa la nomasse,
del vecchio padre, né ’l debito amore
lo qual dovea Penelopè far lieta,
ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto
e de li vizi umani e del valore;
sol con un legno e con quella compagna
picciola da la qual non fui diserto.
fin nel Morrocco, e l’isola d’i Sardi,
e l’altre che quel mare intorno bagna.
quando venimmo a quella foce stretta
dov’ Ercule segnò li suoi riguardi
da la man destra mi lasciai Sibilia,
da l’altra già m’avea lasciata Setta.
perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigilia
non vogliate negar l’esperïenza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza”.
con questa orazion picciola, al cammino,
che a pena poscia li avrei ritenuti;
de’ remi facemmo ali al folle volo,
sempre acquistando dal lato mancino.
vedea la notte, e ’l nostro tanto basso,
che non surgëa fuor del marin suolo.
lo lume era di sotto da la luna,
poi che ’ntrati eravam ne l’alto passo,
per la distanza, e parvemi alta tanto
quanto veduta non avëa alcuna.
ché de la nova terra un turbo nacque
e percosse del legno il primo canto.
a la quarta levar la poppa in suso
e la prora ire in giù, com’ altrui piacque,Inferno
Canto XXVII
per non dir più, e già da noi sen gia
con la licenza del dolce poeta,
ne fece volger li occhi a la sua cima
per un confuso suon che fuor n’uscia.
col pianto di colui, e ciò fu dritto,
che l’avea temperato con sua lima,
sì che, con tutto che fosse di rame,
pur el pareva dal dolor trafitto;
dal principio nel foco, in suo linguaggio
si convertïan le parole grame.
su per la punta, dandole quel guizzo
che dato avea la lingua in lor passaggio,
la voce e che parlavi mo lombardo,
dicendo “Istra ten va, più non t’adizzo”,
non t’incresca restare a parlar meco;
vedi che non incresce a me, e ardo!
caduto se’ di quella dolce terra
latina ond’ io mia colpa tutta reco,
ch’io fui d’i monti là intra Orbino
e ’l giogo di che Tever si diserra».
quando il mio duca mi tentò di costa,
dicendo: «Parla tu; questi è latino».
sanza indugio a parlare incominciai:
«O anima che se’ là giù nascosta,
sanza guerra ne’ cuor de’ suoi tiranni;
ma ’n palese nessuna or vi lasciai.
l’aguglia da Polenta la si cova,
sì che Cervia ricuopre co’ suoi vanni.
e di Franceschi sanguinoso mucchio,
sotto le branche verdi si ritrova.
che fecer di Montagna il mal governo,
là dove soglion fan d’i denti succhio.
conduce il lïoncel dal nido bianco,
che muta parte da la state al verno.
così com’ ella sie’ tra ’l piano e ’l monte,
tra tirannia si vive e stato franco.
non esser duro più ch’altri sia stato,
se ’l nome tuo nel mondo tegna fronte».
al modo suo, l’aguta punta mosse
di qua, di là, e poi diè cotal fiato:
a persona che mai tornasse al mondo,
questa fiamma staria sanza più scosse;
non tornò vivo alcun, s’i’ odo il vero,
sanza tema d’infamia ti rispondo.
credendomi, sì cinto, fare ammenda;
e certo il creder mio venìa intero,
che mi rimise ne le prime colpe;
e come e quare, voglio che m’intenda.
che la madre mi diè, l’opere mie
non furon leonine, ma di volpe.
io seppi tutte, e sì menai lor arte,
ch’al fine de la terra il suono uscie.
di mia etade ove ciascun dovrebbe
calar le vele e raccoglier le sarte,
e pentuto e confesso mi rendei;
ahi miser lasso! e giovato sarebbe.
avendo guerra presso a Laterano,
e non con Saracin né con Giudei,
e nessun era stato a vincer Acri
né mercatante in terra di Soldano,
guardò in sé, né in me quel capestro
che solea fare i suoi cinti più macri.
d’entro Siratti a guerir de la lebbre,
così mi chiese questi per maestro
domandommi consiglio, e io tacetti
perché le sue parole parver ebbre.
finor t’assolvo, e tu m’insegna fare
sì come Penestrino in terra getti.
come tu sai; però son due le chiavi
che ’l mio antecessor non ebbe care”.
là ’ve ’l tacer mi fu avviso ’l peggio,
e dissi: “Padre, da che tu mi lavi
lunga promessa con l’attender corto
ti farà trïunfar ne l’alto seggio”.
per me; ma un d’i neri cherubini
li disse: “Non portar: non mi far torto.
perché diede ’l consiglio frodolente,
dal quale in qua stato li sono a’ crini;
né pentere e volere insieme puossi
per la contradizion che nol consente”.
quando mi prese dicendomi: “Forse
tu non pensavi ch’io löico fossi!”.
otto volte la coda al dosso duro;
e poi che per gran rabbia la si morse,
per ch’io là dove vedi son perduto,
e sì vestito, andando, mi rancuro».
la fiamma dolorando si partio,
torcendo e dibattendo ’l corno aguto.
su per lo scoglio infino in su l’altr’ arco
che cuopre ’l fosso in che si paga il fioInferno
Canto XXVIII
dicer del sangue e de le piaghe a pieno
ch’i’ ora vidi, per narrar più volte?
per lo nostro sermone e per la mente
c’hanno a tanto comprender poco seno.
che già, in su la fortunata terra
di Puglia, fu del suo sangue dolente
che de l’anella fé sì alte spoglie,
come Livïo scrive, che non erra,
per contastare a Ruberto Guiscardo;
e l’altra il cui ossame ancor s’accoglie
ciascun Pugliese, e là da Tagliacozzo,
dove sanz’ arme vinse il vecchio Alardo;
mostrasse, d’aequar sarebbe nulla
il modo de la nona bolgia sozzo.
com’ io vidi un, così non si pertugia,
rotto dal mento infin dove si trulla.
la corata pareva e ’l tristo sacco
che merda fa di quel che si trangugia.
guardommi e con le man s’aperse il petto,
dicendo: «Or vedi com’ io mi dilacco!
Dinanzi a me sen va piangendo Alì,
fesso nel volto dal mento al ciuffetto.
seminator di scandalo e di scisma
fuor vivi, e però son fessi così.
sì crudelmente, al taglio de la spada
rimettendo ciascun di questa risma,
però che le ferite son richiuse
prima ch’altri dinanzi li rivada.
forse per indugiar d’ire a la pena
ch’è giudicata in su le tue accuse?».
rispuose ’l mio maestro, «a tormentarlo;
ma per dar lui esperïenza piena,
per lo ’nferno qua giù di giro in giro;
e quest’ è ver così com’ io ti parlo».
s’arrestaron nel fosso a riguardarmi
per maraviglia, oblïando il martiro.
tu che forse vedra’ il sole in breve,
s’ello non vuol qui tosto seguitarmi,
non rechi la vittoria al Noarese,
ch’altrimenti acquistar non saria leve».
Mäometto mi disse esta parola;
indi a partirsi in terra lo distese.
e tronco ’l naso infin sotto le ciglia,
e non avea mai ch’una orecchia sola,
con li altri, innanzi a li altri aprì la canna,
ch’era di fuor d’ogne parte vermiglia,
e cu’ io vidi su in terra latina,
se troppa simiglianza non m’inganna,
se mai torni a veder lo dolce piano
che da Vercelli a Marcabò dichina.
a messer Guido e anco ad Angiolello,
che, se l’antiveder qui non è vano,
e mazzerati presso a la Cattolica
per tradimento d’un tiranno fello.
non vide mai sì gran fallo Nettuno,
non da pirate, non da gente argolica.
e tien la terra che tale qui meco
vorrebbe di vedere esser digiuno,
poi farà sì, ch’al vento di Focara
non sarà lor mestier voto né preco».
se vuo’ ch’i’ porti sù di te novella,
chi è colui da la veduta amara».
d’un suo compagno e la bocca li aperse,
gridando: «Questi è desso, e non favella.
in Cesare, affermando che ’l fornito
sempre con danno l’attender sofferse».
con la lingua tagliata ne la strozza
Curïo, ch’a dir fu così ardito!
levando i moncherin per l’aura fosca,
sì che ’l sangue facea la faccia sozza,
che disse, lasso!, “Capo ha cosa fatta”,
che fu mal seme per la gente tosca».
per ch’elli, accumulando duol con duolo,
sen gio come persona trista e matta.
e vidi cosa ch’io avrei paura,
sanza più prova, di contarla solo;
la buona compagnia che l’uom francheggia
sotto l’asbergo del sentirsi pura.
un busto sanza capo andar sì come
andavan li altri de la trista greggia;
pesol con mano a guisa di lanterna:
e quel mirava noi e dicea: «Oh me!».
ed eran due in uno e uno in due;
com’ esser può, quei sa che sì governa.
levò ’l braccio alto con tutta la testa
per appressarne le parole sue,
tu che, spirando, vai veggendo i morti:
vedi s’alcuna è grande come questa.
sappi ch’i’ son Bertram dal Bornio, quelli
che diedi al re giovane i ma’ conforti.
Achitofèl non fé più d’Absalone
e di Davìd coi malvagi punzelli.
partito porto il mio cerebro, lasso!,
dal suo principio ch’è in questo troncone.Inferno
Canto XXIX
avean le luci mie sì inebrïate,
che de lo stare a piangere eran vaghe.
perché la vista tua pur si soffolge
là giù tra l’ombre triste smozzicate?
pensa, se tu annoverar le credi,
che miglia ventidue la valle volge.
lo tempo è poco omai che n’è concesso,
e altro è da veder che tu non vedi».
«atteso a la cagion per ch’io guardava,
forse m’avresti ancor lo star dimesso».
lo duca, già faccendo la risposta,
e soggiugnendo: «Dentro a quella cava
credo ch’un spirto del mio sangue pianga
la colpa che là giù cotanto costa».
lo tuo pensier da qui innanzi sovr’ ello.
Attendi ad altro, ed ei là si rimanga;
mostrarti e minacciar forte col dito,
e udi’ ’l nominar Geri del Bello.
sovra colui che già tenne Altaforte,
che non guardasti in là, sì fu partito».
che non li è vendicata ancor», diss’ io,
«per alcun che de l’onta sia consorte,
sanza parlarmi, sì com’ ïo estimo:
e in ciò m’ha el fatto a sé più pio».
che de lo scoglio l’altra valle mostra,
se più lume vi fosse, tutto ad imo.
di Malebolge, sì che i suoi conversi
potean parere a la veduta nostra,
che di pietà ferrati avean li strali;
ond’ io li orecchi con le man copersi.
di Valdichiana tra ’l luglio e ’l settembre
e di Maremma e di Sardigna i mali
tal era quivi, e tal puzzo n’usciva
qual suol venir de le marcite membre.
del lungo scoglio, pur da man sinistra;
e allor fu la mia vista più viva
de l’alto Sire infallibil giustizia
punisce i falsador che qui registra.
fosse in Egina il popol tutto infermo,
quando fu l’aere sì pien di malizia,
cascaron tutti, e poi le genti antiche,
secondo che i poeti hanno per fermo,
ch’era a veder per quella oscura valle
languir li spirti per diverse biche.
l’un de l’altro giacea, e qual carpone
si trasmutava per lo tristo calle.
guardando e ascoltando li ammalati,
che non potean levar le lor persone.
com’ a scaldar si poggia tegghia a tegghia,
dal capo al piè di schianze macolati;
a ragazzo aspettato dal segnorso,
né a colui che mal volontier vegghia,
de l’unghie sopra sé per la gran rabbia
del pizzicor, che non ha più soccorso;
come coltel di scardova le scaglie
o d’altro pesce che più larghe l’abbia.
cominciò ’l duca mio a l’un di loro,
«e che fai d’esse talvolta tanaglie,
che son quinc’ entro, se l’unghia ti basti
etternalmente a cotesto lavoro».
qui ambedue», rispuose l’un piangendo;
«ma tu chi se’ che di noi dimandasti?».
con questo vivo giù di balzo in balzo,
e di mostrar lo ’nferno a lui intendo».
e tremando ciascuno a me si volse
con altri che l’udiron di rimbalzo.
dicendo: «Dì a lor ciò che tu vuoli»;
e io incominciai, poscia ch’ei volse:
nel primo mondo da l’umane menti,
ma s’ella viva sotto molti soli,
la vostra sconcia e fastidiosa pena
di palesarvi a me non vi spaventi».
rispuose l’un, «mi fé mettere al foco;
ma quel per ch’io mori’ qui non mi mena.
“I’ mi saprei levar per l’aere a volo”;
e quei, ch’avea vaghezza e senno poco,
perch’ io nol feci Dedalo, mi fece
ardere a tal che l’avea per figliuolo.
me per l’alchìmia che nel mondo usai
dannò Minòs, a cui fallar non lece».
gente sì vana come la sanese?
Certo non la francesca sì d’assai!».
rispuose al detto mio: «Tra’mene Stricca
che seppe far le temperate spese,
del garofano prima discoverse
ne l’orto dove tal seme s’appicca;
Caccia d’Ascian la vigna e la gran fonda,
e l’Abbagliato suo senno proferse.
contra i Sanesi, aguzza ver’ me l’occhio,
sì che la faccia mia ben ti risponda:
che falsai li metalli con l’alchìmia;
e te dee ricordar, se ben t’adocchio,Inferno
Canto XXX
per Semelè contra ’l sangue tebano,
come mostrò una e altra fïata,
che veggendo la moglie con due figli
andar carcata da ciascuna mano,
la leonessa e ’ leoncini al varco»;
e poi distese i dispietati artigli,
e rotollo e percosselo ad un sasso;
e quella s’annegò con l’altro carco.
l’altezza de’ Troian che tutto ardiva,
sì che ’nsieme col regno il re fu casso,
poscia che vide Polissena morta,
e del suo Polidoro in su la riva
forsennata latrò sì come cane;
tanto il dolor le fé la mente torta.
si vider mäi in alcun tanto crude,
non punger bestie, nonché membra umane,
che mordendo correvan di quel modo
che ’l porco quando del porcil si schiude.
del collo l’assannò, sì che, tirando,
grattar li fece il ventre al fondo sodo.
mi disse: «Quel folletto è Gianni Schicchi,
e va rabbioso altrui così conciando».
li denti a dosso, non ti sia fatica
a dir chi è, pria che di qui si spicchi».
di Mirra scellerata, che divenne
al padre, fuor del dritto amore, amica.
falsificando sé in altrui forma,
come l’altro che là sen va, sostenne,
falsificare in sé Buoso Donati,
testando e dando al testamento norma».
sovra cu’ io avea l’occhio tenuto,
rivolsilo a guardar li altri mal nati.
pur ch’elli avesse avuta l’anguinaia
tronca da l’altro che l’uomo ha forcuto.
le membra con l’omor che mal converte,
che ’l viso non risponde a la ventraia,
come l’etico fa, che per la sete
l’un verso ’l mento e l’altro in sù rinverte.
e non so io perché, nel mondo gramo»,
diss’ elli a noi, «guardate e attendete
io ebbi, vivo, assai di quel ch’i’ volli,
e ora, lasso!, un gocciol d’acqua bramo.
del Casentin discendon giuso in Arno,
faccendo i lor canali freddi e molli,
ché l’imagine lor vie più m’asciuga
che ’l male ond’ io nel volto mi discarno.
tragge cagion del loco ov’ io peccai
a metter più li miei sospiri in fuga.
la lega suggellata del Batista;
per ch’io il corpo sù arso lasciai.
di Guido o d’Alessandro o di lor frate,
per Fonte Branda non darei la vista.
ombre che vanno intorno dicon vero;
ma che mi val, c’ho le membra legate?
ch’i’ potessi in cent’ anni andare un’oncia,
io sarei messo già per lo sentiero,
con tutto ch’ella volge undici miglia,
e men d’un mezzo di traverso non ci ha.
e’ m’indussero a batter li fiorini
ch’avevan tre carati di mondiglia».
che fumman come man bagnate ’l verno,
giacendo stretti a’ tuoi destri confini?».
rispuose, «quando piovvi in questo greppo,
e non credo che dieno in sempiterno.
l’altr’ è ’l falso Sinon greco di Troia:
per febbre aguta gittan tanto leppo».
forse d’esser nomato sì oscuro,
col pugno li percosse l’epa croia.
e mastro Adamo li percosse il volto
col braccio suo, che non parve men duro,
lo muover per le membra che son gravi,
ho io il braccio a tal mestiere sciolto».
al fuoco, non l’avei tu così presto;
ma sì e più l’avei quando coniavi».
ma tu non fosti sì ver testimonio
là ’ve del ver fosti a Troia richesto».
disse Sinon; «e son qui per un fallo,
e tu per più ch’alcun altro demonio!».
rispuose quel ch’avëa infiata l’epa;
«e sieti reo che tutto il mondo sallo!».
disse ’l Greco, «la lingua, e l’acqua marcia
che ’l ventre innanzi a li occhi sì t’assiepa!».
la bocca tua per tuo mal come suole;
ché, s’i’ ho sete e omor mi rinfarcia,
e per leccar lo specchio di Narcisso,
non vorresti a ’nvitar molte parole».
quando ’l maestro mi disse: «Or pur mira,
che per poco che teco non mi risso!».
volsimi verso lui con tal vergogna,
ch’ancor per la memoria mi si gira.
che sognando desidera sognare,
sì che quel ch’è, come non fosse, agogna,
che disïava scusarmi, e scusava
me tuttavia, e nol mi credea fare.
disse ’l maestro, «che ’l tuo non è stato;
però d’ogne trestizia ti disgrava.
se più avvien che fortuna t’accoglia
dove sien genti in simigliante piato:Inferno
Canto XXXI
sì che mi tinse l’una e l’altra guancia,
e poi la medicina mi riporse;
d’Achille e del suo padre esser cagione
prima di trista e poi di buona mancia.
su per la ripa che ’l cinge dintorno,
attraversando sanza alcun sermone.
sì che ’l viso m’andava innanzi poco;
ma io senti’ sonare un alto corno,
che, contra sé la sua via seguitando,
dirizzò li occhi miei tutti ad un loco.
Carlo Magno perdé la santa gesta,
non sonò sì terribilmente Orlando.
che me parve veder molte alte torri;
ond’ io: «Maestro, dì, che terra è questa?».
per le tenebre troppo da la lungi,
avvien che poi nel maginare abborri.
quanto ’l senso s’inganna di lontano;
però alquanto più te stesso pungi».
e disse: «Pria che noi siam più avanti,
acciò che ’l fatto men ti paia strano,
e son nel pozzo intorno da la ripa
da l’umbilico in giuso tutti quanti».
lo sguardo a poco a poco raffigura
ciò che cela ’l vapor che l’aere stipa,
più e più appressando ver’ la sponda,
fuggiemi errore e cresciemi paura;
Montereggion di torri si corona,
così la proda che ’l pozzo circonda
li orribili giganti, cui minaccia
Giove del cielo ancora quando tuona.
le spalle e ’l petto e del ventre gran parte,
e per le coste giù ambo le braccia.
di sì fatti animali, assai fé bene
per tòrre tali essecutori a Marte.
non si pente, chi guarda sottilmente,
più giusta e più discreta la ne tene;
s’aggiugne al mal volere e a la possa,
nessun riparo vi può far la gente.
come la pina di San Pietro a Roma,
e a sua proporzione eran l’altre ossa;
dal mezzo in giù, ne mostrava ben tanto
di sovra, che di giugnere a la chioma
però ch’i’ ne vedea trenta gran palmi
dal loco in giù dov’ omo affibbia ’l manto.
cominciò a gridar la fiera bocca,
cui non si convenia più dolci salmi.
tienti col corno, e con quel ti disfoga
quand’ ira o altra passïon ti tocca!
che ’l tien legato, o anima confusa,
e vedi lui che ’l gran petto ti doga».
questi è Nembrotto per lo cui mal coto
pur un linguaggio nel mondo non s’usa.
ché così è a lui ciascun linguaggio
come ’l suo ad altrui, ch’a nullo è noto».
vòlti a sinistra; e al trar d’un balestro
trovammo l’altro assai più fero e maggio.
non so io dir, ma el tenea soccinto
dinanzi l’altro e dietro il braccio destro
dal collo in giù, sì che ’n su lo scoperto
si ravvolgëa infino al giro quinto.
di sua potenza contra ’l sommo Giove»,
disse ’l mio duca, «ond’ elli ha cotal merto.
quando i giganti fer paura a’ dèi;
le braccia ch’el menò, già mai non move».
che de lo smisurato Brïareo
esperïenza avesser li occhi mei».
presso di qui che parla ed è disciolto,
che ne porrà nel fondo d’ogne reo.
ed è legato e fatto come questo,
salvo che più feroce par nel volto».
che scotesse una torre così forte,
come Fïalte a scuotersi fu presto.
e non v’era mestier più che la dotta,
s’io non avessi viste le ritorte.
e venimmo ad Anteo, che ben cinque alle,
sanza la testa, uscia fuor de la grotta.
che fece Scipïon di gloria reda,
quand’ Anibàl co’ suoi diede le spalle,
e che, se fossi stato a l’alta guerra
de’ tuoi fratelli, ancor par che si creda
mettine giù, e non ten vegna schifo,
dove Cocito la freddura serra.
questi può dar di quel che qui si brama;
però ti china e non torcer lo grifo.
ch’el vive, e lunga vita ancor aspetta
se ’nnanzi tempo grazia a sé nol chiama».
le man distese, e prese ’l duca mio,
ond’ Ercule sentì già grande stretta.
disse a me: «Fatti qua, sì ch’io ti prenda»;
poi fece sì ch’un fascio era elli e io.
sotto ’l chinato, quando un nuvol vada
sovr’ essa sì, ched ella incontro penda:
di vederlo chinare, e fu tal ora
ch’i’ avrei voluto ir per altra strada.
Lucifero con Giuda, ci sposò;
né, sì chinato, lì fece dimora,Inferno
Canto XXXII
come si converrebbe al tristo buco
sovra ’l qual pontan tutte l’altre rocce,
più pienamente; ma perch’ io non l’abbo,
non sanza tema a dicer mi conduco;
discriver fondo a tutto l’universo,
né da lingua che chiami mamma o babbo.
ch’aiutaro Anfïone a chiuder Tebe,
sì che dal fatto il dir non sia diverso.
che stai nel loco onde parlare è duro,
mei foste state qui pecore o zebe!
sotto i piè del gigante assai più bassi,
e io mirava ancora a l’alto muro,
va sì, che tu non calchi con le piante
le teste de’ fratei miseri lassi».
e sotto i piedi un lago che per gelo
avea di vetro e non d’acqua sembiante.
di verno la Danoia in Osterlicchi,
né Tanaï là sotto ’l freddo cielo,
vi fosse sù caduto, o Pietrapana,
non avria pur da l’orlo fatto cricchi.
col muso fuor de l’acqua, quando sogna
di spigolar sovente la villana,
eran l’ombre dolenti ne la ghiaccia,
mettendo i denti in nota di cicogna.
da bocca il freddo, e da li occhi il cor tristo
tra lor testimonianza si procaccia.
volsimi a’ piedi, e vidi due sì stretti,
che ’l pel del capo avieno insieme misto.
diss’ io, «chi siete?». E quei piegaro i colli;
e poi ch’ebber li visi a me eretti,
gocciar su per le labbra, e ’l gelo strinse
le lagrime tra essi e riserrolli.
forte così; ond’ ei come due becchi
cozzaro insieme, tanta ira li vinse.
per la freddura, pur col viso in giùe,
disse: «Perché cotanto in noi ti specchi?
la valle onde Bisenzo si dichina
del padre loro Alberto e di lor fue.
potrai cercare, e non troverai ombra
degna più d’esser fitta in gelatina:
con esso un colpo per la man d’Artù;
non Focaccia; non questi che m’ingombra
e fu nomato Sassol Mascheroni;
se tosco se’, ben sai omai chi fu.
sappi ch’i’ fu’ il Camiscion de’ Pazzi;
e aspetto Carlin che mi scagioni».
fatti per freddo; onde mi vien riprezzo,
e verrà sempre, de’ gelati guazzi.
al quale ogne gravezza si rauna,
e io tremava ne l’etterno rezzo;
non so; ma, passeggiando tra le teste,
forte percossi ’l piè nel viso ad una.
se tu non vieni a crescer la vendetta
di Montaperti, perché mi moleste?».
sì ch’io esca d’un dubbio per costui;
poi mi farai, quantunque vorrai, fretta».
che bestemmiava duramente ancora:
«Qual se’ tu che così rampogni altrui?».
percotendo», rispuose, «altrui le gote,
sì che, se fossi vivo, troppo fora?».
fu mia risposta, «se dimandi fama,
ch’io metta il nome tuo tra l’altre note».
Lèvati quinci e non mi dar più lagna,
ché mal sai lusingar per questa lama!».
e dissi: «El converrà che tu ti nomi,
o che capel qui sù non ti rimagna».
né ti dirò ch’io sia, né mosterrolti,
se mille fiate in sul capo mi tomi».
e tratti glien’ avea più d’una ciocca,
latrando lui con li occhi in giù raccolti,
non ti basta sonar con le mascelle,
se tu non latri? qual diavol ti tocca?».
malvagio traditor; ch’a la tua onta
io porterò di te vere novelle».
ma non tacer, se tu di qua entro eschi,
di quel ch’ebbe or così la lingua pronta.
“Io vidi”, potrai dir, “quel da Duera
là dove i peccatori stanno freschi”.
tu hai dallato quel di Beccheria
di cui segò Fiorenza la gorgiera.
più là con Ganellone e Tebaldello,
ch’aprì Faenza quando si dormia».
ch’io vidi due ghiacciati in una buca,
sì che l’un capo a l’altro era cappello;
così ’l sovran li denti a l’altro pose
là ’ve ’l cervel s’aggiugne con la nuca:
le tempie a Menalippo per disdegno,
che quei faceva il teschio e l’altre cose.
odio sovra colui che tu ti mangi,
dimmi ’l perché», diss’ io, «per tal convegno,
sappiendo chi voi siete e la sua pecca,
nel mondo suso ancora io te ne cangi,Inferno
Canto XXXIII
quel peccator, forbendola a’ capelli
del capo ch’elli avea di retro guasto.
disperato dolor che ’l cor mi preme
già pur pensando, pria ch’io ne favelli.
che frutti infamia al traditor ch’i’ rodo,
parlar e lagrimar vedrai insieme.
venuto se’ qua giù; ma fiorentino
mi sembri veramente quand’ io t’odo.
e questi è l’arcivescovo Ruggieri:
or ti dirò perché i son tal vicino.
fidandomi di lui, io fossi preso
e poscia morto, dir non è mestieri;
cioè come la morte mia fu cruda,
udirai, e saprai s’e’ m’ha offeso.
la qual per me ha ’l titol de la fame,
e che conviene ancor ch’altrui si chiuda,
più lune già, quand’ io feci ’l mal sonno
che del futuro mi squarciò ’l velame.
cacciando il lupo e ’ lupicini al monte
per che i Pisan veder Lucca non ponno.
Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi
s’avea messi dinanzi da la fronte.
lo padre e ’ figli, e con l’agute scane
mi parea lor veder fender li fianchi.
pianger senti’ fra ’l sonno i miei figliuoli
ch’eran con meco, e dimandar del pane.
pensando ciò che ’l mio cor s’annunziava;
e se non piangi, di che pianger suoli?
che ’l cibo ne solëa essere addotto,
e per suo sogno ciascun dubitava;
a l’orribile torre; ond’ io guardai
nel viso a’ mie’ figliuoi sanza far motto.
piangevan elli; e Anselmuccio mio
disse: “Tu guardi sì, padre! che hai?”.
tutto quel giorno né la notte appresso,
infin che l’altro sol nel mondo uscìo.
nel doloroso carcere, e io scorsi
per quattro visi il mio aspetto stesso,
ed ei, pensando ch’io ’l fessi per voglia
di manicar, di sùbito levorsi
se tu mangi di noi: tu ne vestisti
queste misere carni, e tu le spoglia”.
lo dì e l’altro stemmo tutti muti;
ahi dura terra, perché non t’apristi?
Gaddo mi si gittò disteso a’ piedi,
dicendo: “Padre mio, ché non m’aiuti?”.
vid’ io cascar li tre ad uno ad uno
tra ’l quinto dì e ’l sesto; ond’ io mi diedi,
e due dì li chiamai, poi che fur morti.
Poscia, più che ’l dolor, poté ’l digiuno».
riprese ’l teschio misero co’ denti,
che furo a l’osso, come d’un can, forti.
del bel paese là dove ’l sì suona,
poi che i vicini a te punir son lenti,
e faccian siepe ad Arno in su la foce,
sì ch’elli annieghi in te ogne persona!
d’aver tradita te de le castella,
non dovei tu i figliuoi porre a tal croce.
novella Tebe, Uguiccione e ’l Brigata
e li altri due che ’l canto suso appella.
ruvidamente un’altra gente fascia,
non volta in giù, ma tutta riversata.
e ’l duol che truova in su li occhi rintoppo,
si volge in entro a far crescer l’ambascia;
e sì come visiere di cristallo,
rïempion sotto ’l ciglio tutto il coppo.
per la freddura ciascun sentimento
cessato avesse del mio viso stallo,
per ch’io: «Maestro mio, questo chi move?
non è qua giù ogne vapore spento?».
di ciò ti farà l’occhio la risposta,
veggendo la cagion che ’l fiato piove».
gridò a noi: «O anime crudeli
tanto che data v’è l’ultima posta,
sì ch’ïo sfoghi ’l duol che ’l cor m’impregna,
un poco, pria che ’l pianto si raggeli».
dimmi chi se’, e s’io non ti disbrigo,
al fondo de la ghiaccia ir mi convegna».
i’ son quel da le frutta del mal orto,
che qui riprendo dattero per figo».
Ed elli a me: «Come ’l mio corpo stea
nel mondo sù, nulla scïenza porto.
che spesse volte l’anima ci cade
innanzi ch’Atropòs mossa le dea.
le ’nvetrïate lagrime dal volto,
sappie che, tosto che l’anima trade
da un demonio, che poscia il governa
mentre che ’l tempo suo tutto sia vòlto.
e forse pare ancor lo corpo suso
de l’ombra che di qua dietro mi verna.
elli è ser Branca Doria, e son più anni
poscia passati ch’el fu sì racchiuso».
ché Branca Doria non morì unquanche,
e mangia e bee e dorme e veste panni».
là dove bolle la tenace pece,
non era ancora giunto Michel Zanche,
nel corpo suo, ed un suo prossimano
che ’l tradimento insieme con lui fece.
aprimi li occhi». E io non gliel’ apersi;
e cortesia fu lui esser villano.
d’ogne costume e pien d’ogne magagna,
perché non siete voi del mondo spersi?
trovai di voi un tal, che per sua opra
in anima in Cocito già si bagna,Inferno
Canto XXXIV
verso di noi; però dinanzi mira»,
disse ’l maestro mio, «se tu ’l discerni».
o quando l’emisperio nostro annotta,
par di lungi un molin che ’l vento gira,
poi per lo vento mi ristrinsi retro
al duca mio, ché non lì era altra grotta.
là dove l’ombre tutte eran coperte,
e trasparien come festuca in vetro.
quella col capo e quella con le piante;
altra, com’ arco, il volto a’ piè rinverte.
ch’al mio maestro piacque di mostrarmi
la creatura ch’ebbe il bel sembiante,
«Ecco Dite», dicendo, «ed ecco il loco
ove convien che di fortezza t’armi».
nol dimandar, lettor, ch’i’ non lo scrivo,
però ch’ogne parlar sarebbe poco.
pensa oggimai per te, s’hai fior d’ingegno,
qual io divenni, d’uno e d’altro privo.
da mezzo ’l petto uscia fuor de la ghiaccia;
e più con un gigante io mi convegno,
vedi oggimai quant’ esser dee quel tutto
ch’a così fatta parte si confaccia.
e contra ’l suo fattore alzò le ciglia,
ben dee da lui procedere ogne lutto.
quand’ io vidi tre facce a la sua testa!
L’una dinanzi, e quella era vermiglia;
sovresso ’l mezzo di ciascuna spalla,
e sé giugnieno al loco de la cresta:
la sinistra a vedere era tal, quali
vegnon di là onde ’l Nilo s’avvalla.
quanto si convenia a tanto uccello:
vele di mar non vid’ io mai cotali.
era lor modo; e quelle svolazzava,
sì che tre venti si movean da ello:
Con sei occhi piangëa, e per tre menti
gocciava ’l pianto e sanguinosa bava.
un peccatore, a guisa di maciulla,
sì che tre ne facea così dolenti.
verso ’l graffiar, che talvolta la schiena
rimanea de la pelle tutta brulla.
disse ’l maestro, «è Giuda Scarïotto,
che ’l capo ha dentro e fuor le gambe mena.
quel che pende dal nero ceffo è Bruto:
vedi come si storce, e non fa motto!;
Ma la notte risurge, e oramai
è da partir, ché tutto avem veduto».
ed el prese di tempo e loco poste,
e quando l’ali fuoro aperte assai,
di vello in vello giù discese poscia
tra ’l folto pelo e le gelate croste.
si volge, a punto in sul grosso de l’anche,
lo duca, con fatica e con angoscia,
e aggrappossi al pel com’ om che sale,
sì che ’n inferno i’ credea tornar anche.
disse ’l maestro, ansando com’ uom lasso,
«conviensi dipartir da tanto male».
e puose me in su l’orlo a sedere;
appresso porse a me l’accorto passo.
Lucifero com’ io l’avea lasciato,
e vidili le gambe in sù tenere;
la gente grossa il pensi, che non vede
qual è quel punto ch’io avea passato.
la via è lunga e ’l cammino è malvagio,
e già il sole a mezza terza riede».
là ’v’ eravam, ma natural burella
ch’avea mal suolo e di lume disagio.
maestro mio», diss’ io quando fui dritto,
«a trarmi d’erro un poco mi favella:
sì sottosopra? e come, in sì poc’ ora,
da sera a mane ha fatto il sol tragitto?».
d’esser di là dal centro, ov’ io mi presi
al pel del vermo reo che ’l mondo fóra.
quand’ io mi volsi, tu passasti ’l punto
al qual si traggon d’ogne parte i pesi.
ch’è contraposto a quel che la gran secca
coverchia, e sotto ’l cui colmo consunto
tu haï i piedi in su picciola spera
che l’altra faccia fa de la Giudecca.
e questi, che ne fé scala col pelo,
fitto è ancora sì come prim’ era.
e la terra, che pria di qua si sporse,
per paura di lui fé del mar velo,
per fuggir lui lasciò qui loco vòto
quella ch’appar di qua, e sù ricorse».
tanto quanto la tomba si distende,
che non per vista, ma per suono è noto
per la buca d’un sasso, ch’elli ha roso,
col corso ch’elli avvolge, e poco pende.
intrammo a ritornar nel chiaro mondo;
e sanza cura aver d’alcun riposo,
tanto ch’i’ vidi de le cose belle
che porta ’l ciel, per un pertugio tondo.PURGATORIO
Purgatorio
Canto I
omai la navicella del mio ingegno,
che lascia dietro a sé mar sì crudele;
dove l’umano spirito si purga
e di salire al ciel diventa degno.
o sante Muse, poi che vostro sono;
e qui Calïopè alquanto surga,
di cui le Piche misere sentiro
lo colpo tal, che disperar perdono.
che s’accoglieva nel sereno aspetto
del mezzo, puro infino al primo giro,
tosto ch’io usci’ fuor de l’aura morta
che m’avea contristati li occhi e ’l petto.
faceva tutto rider l’orïente,
velando i Pesci ch’erano in sua scorta.
a l’altro polo, e vidi quattro stelle
non viste mai fuor ch’a la prima gente.
oh settentrïonal vedovo sito,
poi che privato se’ di mirar quelle!
un poco me volgendo a l ’altro polo,
là onde ’l Carro già era sparito,
degno di tanta reverenza in vista,
che più non dee a padre alcun figliuolo.
portava, a’ suoi capelli simigliante,
de’ quai cadeva al petto doppia lista.
fregiavan sì la sua faccia di lume,
ch’i’ ’l vedea come ’l sol fosse davante.
fuggita avete la pregione etterna?»,
diss’ el, movendo quelle oneste piume.
uscendo fuor de la profonda notte
che sempre nera fa la valle inferna?
o è mutato in ciel novo consiglio,
che, dannati, venite a le mie grotte?».
e con parole e con mani e con cenni
reverenti mi fé le gambe e ’l ciglio.
donna scese del ciel, per li cui prieghi
de la mia compagnia costui sovvenni.
di nostra condizion com’ ell’ è vera,
esser non puote il mio che a te si nieghi.
ma per la sua follia le fu sì presso,
che molto poco tempo a volger era.
per lui campare; e non lì era altra via
che questa per la quale i’ mi son messo.
e ora intendo mostrar quelli spirti
che purgan sé sotto la tua balìa.
de l’alto scende virtù che m’aiuta
conducerlo a vederti e a udirti.
libertà va cercando, ch’è sì cara,
come sa chi per lei vita rifiuta.
in Utica la morte, ove lasciasti
la vesta ch’al gran dì sarà sì chiara.
ché questi vive e Minòs me non lega;
ma son del cerchio ove son li occhi casti
o santo petto, che per tua la tegni:
per lo suo amore adunque a noi ti piega.
grazie riporterò di te a lei,
se d’esser mentovato là giù degni».
mentre ch’i’ fu’ di là», diss’ elli allora,
«che quante grazie volse da me, fei.
più muover non mi può, per quella legge
che fatta fu quando me n’usci’ fora.
come tu di’, non c’è mestier lusinghe:
bastisi ben che per lei mi richegge.
d’un giunco schietto e che li lavi ’l viso,
sì ch’ogne sucidume quindi stinghe;
d’alcuna nebbia, andar dinanzi al primo
ministro, ch’è di quei di paradiso.
là giù colà dove la batte l’onda,
porta di giunchi sovra ’l molle limo:
o indurasse, vi puote aver vita,
però ch’a le percosse non seconda.
lo sol vi mosterrà, che surge omai,
prendere il monte a più lieve salita».
sanza parlare, e tutto mi ritrassi
al duca mio, e li occhi a lui drizzai.
volgianci in dietro, ché di qua dichina
questa pianura a’ suoi termini bassi».
che fuggia innanzi, sì che di lontano
conobbi il tremolar de la marina.
com’ om che torna a la perduta strada,
che ’nfino ad essa li pare ire in vano.
pugna col sole, per essere in parte
dove, ad orezza, poco si dirada,
soavemente ’l mio maestro pose:
ond’ io, che fui accorto di sua arte,
ivi mi fece tutto discoverto
quel color che l’inferno mi nascose.
che mai non vide navicar sue acque
omo, che di tornar sia poscia esperto.
oh maraviglia! ché qual elli scelse
l’umile pianta, cotal si rinacquePurgatorio
Canto II
lo cui meridïan cerchio coverchia
Ierusalèm col suo più alto punto;
uscia di Gange fuor con le Bilance,
che le caggion di man quando soverchia;
là dov’ i’ era, de la bella Aurora
per troppa etate divenivan rance.
come gente che pensa a suo cammino,
che va col cuore e col corpo dimora.
per li grossi vapor Marte rosseggia
giù nel ponente sovra ’l suol marino,
un lume per lo mar venir sì ratto,
che ’l muover suo nessun volar pareggia.
l’occhio per domandar lo duca mio,
rividil più lucente e maggior fatto.
un non sapeva che bianco, e di sotto
a poco a poco un altro a lui uscìo.
mentre che i primi bianchi apparver ali;
allor che ben conobbe il galeotto,
Ecco l’angel di Dio: piega le mani;
omai vedrai di sì fatti officiali.
sì che remo non vuol, né altro velo
che l’ali sue, tra liti sì lontani.
trattando l’aere con l’etterne penne,
che non si mutan come mortal pelo».
l’uccel divino, più chiaro appariva:
per che l’occhio da presso nol sostenne,
con un vasello snelletto e leggero,
tanto che l’acqua nulla ne ’nghiottiva.
tal che faria beato pur descripto;
e più di cento spirti entro sediero.
cantavan tutti insieme ad una voce
con quanto di quel salmo è poscia scripto.
ond’ ei si gittar tutti in su la piaggia:
ed el sen gì, come venne, veloce.
parea del loco, rimirando intorno
come colui che nove cose assaggia.
lo sol, ch’avea con le saette conte
di mezzo ’l ciel cacciato Capricorno,
ver’ noi, dicendo a noi: «Se voi sapete,
mostratene la via di gire al monte».
forse che siamo esperti d’esto loco;
ma noi siam peregrin come voi siete.
per altra via, che fu sì aspra e forte,
che lo salire omai ne parrà gioco».
per lo spirare, ch’i’ era ancor vivo,
maravigliando diventaro smorte.
tragge la gente per udir novelle,
e di calcar nessun si mostra schivo,
anime fortunate tutte quante,
quasi oblïando d’ire a farsi belle.
per abbracciarmi con sì grande affetto,
che mosse me a far lo somigliante.
tre volte dietro a lei le mani avvinsi,
e tante mi tornai con esse al petto.
per che l’ombra sorrise e si ritrasse,
e io, seguendo lei, oltre mi pinsi.
allor conobbi chi era, e pregai
che, per parlarmi, un poco s’arrestasse.
nel mortal corpo, così t’amo sciolta:
però m’arresto; ma tu perché vai?».
là dov’ io son, fo io questo vïaggio»,
diss’ io; «ma a te com’ è tanta ora tolta?».
se quei che leva quando e cui li piace,
più volte m’ha negato esto passaggio;
veramente da tre mesi elli ha tolto
chi ha voluto intrar, con tutta pace.
dove l’acqua di Tevero s’insala,
benignamente fu’ da lui ricolto.
però che sempre quivi si ricoglie
qual verso Acheronte non si cala».
memoria o uso a l’amoroso canto
che mi solea quetar tutte mie doglie,
l’anima mia, che, con la sua persona
venendo qui, è affannata tanto!».
cominciò elli allor sì dolcemente,
che la dolcezza ancor dentro mi suona.
ch’eran con lui parevan sì contenti,
come a nessun toccasse altro la mente.
a le sue note; ed ecco il veglio onesto
gridando: «Che è ciò, spiriti lenti?
Correte al monte a spogliarvi lo scoglio
ch’esser non lascia a voi Dio manifesto».
li colombi adunati a la pastura,
queti, sanza mostrar l’usato orgoglio,
subitamente lasciano star l’esca,
perch’ assaliti son da maggior cura;
lasciar lo canto, e fuggir ver’ la costa,
com’ om che va, né sa dove rïesca;Purgatorio
Canto III
dispergesse color per la campagna,
rivolti al monte ove ragion ne fruga,
e come sare’ io sanza lui corso?
chi m’avria tratto su per la montagna?
o dignitosa coscïenza e netta,
come t’è picciol fallo amaro morso!
che l’onestade ad ogn’ atto dismaga,
la mente mia, che prima era ristretta,
e diedi ’l viso mio incontr’ al poggio
che ’nverso ’l ciel più alto si dislaga.
rotto m’era dinanzi a la figura,
ch’avëa in me de’ suoi raggi l’appoggio.
d’essere abbandonato, quand’ io vidi
solo dinanzi a me la terra oscura;
a dir mi cominciò tutto rivolto;
«non credi tu me teco e ch’io ti guidi?
lo corpo dentro al quale io facea ombra;
Napoli l’ha, e da Brandizio è tolto.
non ti maravigliar più che d’i cieli
che l’uno a l’altro raggio non ingombra.
simili corpi la Virtù dispone
che, come fa, non vuol ch’a noi si sveli.
possa trascorrer la infinita via
che tiene una sustanza in tre persone.
ché, se potuto aveste veder tutto,
mestier non era parturir Maria;
tai che sarebbe lor disio quetato,
ch’etternalmente è dato lor per lutto:
e di molt’ altri»; e qui chinò la fronte,
e più non disse, e rimase turbato.
quivi trovammo la roccia sì erta,
che ’ndarno vi sarien le gambe pronte.
la più rotta ruina è una scala,
verso di quella, agevole e aperta.
disse ’l maestro mio fermando ’l passo,
«sì che possa salir chi va sanz’ ala?».
essaminava del cammin la mente,
e io mirava suso intorno al sasso,
d’anime, che movieno i piè ver’ noi,
e non pareva, sì venïan lente.
ecco di qua chi ne darà consiglio,
se tu da te medesmo aver nol puoi».
rispuose: «Andiamo in là, ch’ei vegnon piano;
e tu ferma la spene, dolce figlio».
i’ dico dopo i nostri mille passi,
quanto un buon gittator trarria con mano,
de l’alta ripa, e stetter fermi e stretti
com’ a guardar, chi va dubbiando, stassi.
Virgilio incominciò, «per quella pace
ch’i’ credo che per voi tutti s’aspetti,
sì che possibil sia l’andare in suso;
ché perder tempo a chi più sa più spiace».
a una, a due, a tre, e l’altre stanno
timidette atterrando l’occhio e ’l muso;
addossandosi a lei, s’ella s’arresta,
semplici e quete, e lo ’mperché non sanno;
di quella mandra fortunata allotta,
pudica in faccia e ne l’andare onesta.
la luce in terra dal mio destro canto,
sì che l’ombra era da me a la grotta,
e tutti li altri che venieno appresso,
non sappiendo ’l perché, fenno altrettanto.
che questo è corpo uman che voi vedete;
per che ’l lume del sole in terra è fesso.
che non sanza virtù che da ciel vegna
cerchi di soverchiar questa parete».
«Tornate», disse, «intrate innanzi dunque»,
coi dossi de le man faccendo insegna.
tu se’, così andando, volgi ’l viso:
pon mente se di là mi vedesti unque».
biondo era e bello e di gentile aspetto,
ma l’un de’ cigli un colpo avea diviso.
d’averlo visto mai, el disse: «Or vedi»;
e mostrommi una piaga a sommo ’l petto.
nepote di Costanza imperadrice;
ond’ io ti priego che, quando tu riedi,
de l’onor di Cicilia e d’Aragona,
e dichi ’l vero a lei, s’altro si dice.
di due punte mortali, io mi rendei,
piangendo, a quei che volontier perdona.
ma la bontà infinita ha sì gran braccia,
che prende ciò che si rivolge a lei.
di me fu messo per Clemente allora,
avesse in Dio ben letta questa faccia,
in co del ponte presso a Benevento,
sotto la guardia de la grave mora.
di fuor dal regno, quasi lungo ’l Verde,
dov’ e’ le trasmutò a lume spento.
che non possa tornar, l’etterno amore,
mentre che la speranza ha fior del verde.
di Santa Chiesa, ancor ch’al fin si penta,
star li convien da questa ripa in fore,
in sua presunzïon, se tal decreto
più corto per buon prieghi non diventa.
revelando a la mia buona Costanza
come m’hai visto, e anco esto divieto;Purgatorio
Canto IV
che alcuna virtù nostra comprenda,
l’anima bene ad essa si raccoglie,
e questo è contra quello error che crede
ch’un’anima sovr’ altra in noi s’accenda.
che tegna forte a sé l’anima volta,
vassene ’l tempo e l’uom non se n’avvede;
e altra è quella c’ha l’anima intera:
questa è quasi legata e quella è sciolta.
udendo quello spirto e ammirando;
ché ben cinquanta gradi salito era
venimmo ove quell’ anime ad una
gridaro a noi: «Qui è vostro dimando».
con una forcatella di sue spine
l’uom de la villa quando l’uva imbruna,
lo duca mio, e io appresso, soli,
come da noi la schiera si partìne.
montasi su in Bismantova e ’n Cacume
con esso i piè; ma qui convien ch’om voli;
del gran disio, di retro a quel condotto
che speranza mi dava e facea lume.
e d’ogne lato ne stringea lo stremo,
e piedi e man volea il suol di sotto.
de l’alta ripa, a la scoperta piaggia,
«Maestro mio», diss’ io, «che via faremo?».
pur su al monte dietro a me acquista,
fin che n’appaia alcuna scorta saggia».
e la costa superba più assai
che da mezzo quadrante a centro lista.
«O dolce padre, volgiti, e rimira
com’ io rimango sol, se non restai».
additandomi un balzo poco in sùe
che da quel lato il poggio tutto gira.
ch’i’ mi sforzai carpando appresso lui,
tanto che ’l cinghio sotto i piè mi fue.
vòlti a levante ond’ eravam saliti,
che suole a riguardar giovare altrui.
poscia li alzai al sole, e ammirava
che da sinistra n’eravam feriti.
stupido tutto al carro de la luce,
ove tra noi e Aquilone intrava.
fossero in compagnia di quello specchio
che sù e giù del suo lume conduce,
ancora a l’Orse più stretto rotare,
se non uscisse fuor del cammin vecchio.
dentro raccolto, imagina Sïòn
con questo monte in su la terra stare
e diversi emisperi; onde la strada
che mal non seppe carreggiar Fetòn,
da l’un, quando a colui da l’altro fianco,
se lo ’ntelletto tuo ben chiaro bada».
non vid’ io chiaro sì com’ io discerno
là dove mio ingegno parea manco,
che si chiama Equatore in alcun’ arte,
e che sempre riman tra ’l sole e ’l verno,
verso settentrïon, quanto li Ebrei
vedevan lui verso la calda parte.
quanto avemo ad andar; ché ’l poggio sale
più che salir non posson li occhi miei».
che sempre al cominciar di sotto è grave;
e quant’ om più va sù, e men fa male.
tanto, che sù andar ti fia leggero
com’ a seconda giù andar per nave,
quivi di riposar l’affanno aspetta.
Più non rispondo, e questo so per vero».
una voce di presso sonò: «Forse
che di sedere in pria avrai distretta!».
e vedemmo a mancina un gran petrone,
del qual né io né ei prima s’accorse.
che si stavano a l’ombra dietro al sasso
come l’uom per negghienza a star si pone.
sedeva e abbracciava le ginocchia,
tenendo ’l viso giù tra esse basso.
colui che mostra sé più negligente
che se pigrizia fosse sua serocchia».
movendo ’l viso pur su per la coscia,
e disse: «Or va tu sù, che se’ valente!».
che m’avacciava un poco ancor la lena,
non m’impedì l’andare a lui; e poscia
dicendo: «Hai ben veduto come ’l sole
da l’omero sinistro il carro mena?».
mosser le labbra mie un poco a riso;
poi cominciai: «Belacqua, a me non dole
quiritto se’? attendi tu iscorta,
o pur lo modo usato t’ha’ ripriso?».
ché non mi lascerebbe ire a’ martìri
l’angel di Dio che siede in su la porta.
di fuor da essa, quanto fece in vita,
per ch’io ’ndugiai al fine i buon sospiri,
che surga sù di cuor che in grazia viva;
l’altra che val, che ’n ciel non è udita?».
e dicea: «Vienne omai; vedi ch’è tocco
meridïan dal sole e a la rivaPurgatorio
Canto V
e seguitava l’orme del mio duca,
quando di retro a me, drizzando ’l dito,
lo raggio da sinistra a quel di sotto,
e come vivo par che si conduca!».
e vidile guardar per maraviglia
pur me, pur me, e ’l lume ch’era rotto.
disse ’l maestro, «che l’andare allenti?
che ti fa ciò che quivi si pispiglia?
sta come torre ferma, che non crolla
già mai la cima per soffiar di venti;
sovra pensier, da sé dilunga il segno,
perché la foga l’un de l’altro insolla».
Dissilo, alquanto del color consperso
che fa l’uom di perdon talvolta degno.
venivan genti innanzi a noi un poco,
cantando ‘Miserere’ a verso a verso.
per lo mio corpo al trapassar d’i raggi,
mutar lor canto in un «oh!» lungo e roco;
corsero incontr’ a noi e dimandarne:
«Di vostra condizion fatene saggi».
e ritrarre a color che vi mandaro
che ’l corpo di costui è vera carne.
com’ io avviso, assai è lor risposto:
fàccianli onore, ed esser può lor caro».
di prima notte mai fender sereno,
né, sol calando, nuvole d’agosto,
e, giunti là, con li altri a noi dier volta,
come schiera che scorre sanza freno.
e vegnonti a pregar», disse ’l poeta:
«però pur va, e in andando ascolta».
con quelle membra con le quai nascesti»,
venian gridando, «un poco il passo queta.
sì che di lui di là novella porti:
deh, perché vai? deh, perché non t’arresti?
e peccatori infino a l’ultima ora;
quivi lume del ciel ne fece accorti,
di vita uscimmo a Dio pacificati,
che del disio di sé veder n’accora».
non riconosco alcun; ma s’a voi piace
cosa ch’io possa, spiriti ben nati,
che, dietro a’ piedi di sì fatta guida,
di mondo in mondo cercar mi si face».
del beneficio tuo sanza giurarlo,
pur che ’l voler nonpossa non ricida.
ti priego, se mai vedi quel paese
che siede tra Romagna e quel di Carlo,
in Fano, sì che ben per me s’adori
pur ch’i’ possa purgar le gravi offese.
ond’ uscì ’l sangue in sul quale io sedea,
fatti mi fuoro in grembo a li Antenori,
quel da Esti il fé far, che m’avea in ira
assai più là che dritto non volea.
quando fu’ sovragiunto ad Orïaco,
ancor sarei di là dove si spira.
m’impigliar sì ch’i’ caddi; e lì vid’ io
de le mie vene farsi in terra laco».
si compia che ti tragge a l’alto monte,
con buona pïetate aiuta il mio!
Giovanna o altri non ha di me cura;
per ch’io vo tra costor con bassa fronte».
ti travïò sì fuor di Campaldino,
che non si seppe mai tua sepultura?».
traversa un’acqua c’ha nome l’Archiano,
che sovra l’Ermo nasce in Apennino.
arriva’ io forato ne la gola,
fuggendo a piede e sanguinando il piano.
nel nome di Maria fini’, e quivi
caddi, e rimase la mia carne sola.
l’angel di Dio mi prese, e quel d’inferno
gridava: “O tu del ciel, perché mi privi?
per una lagrimetta che ’l mi toglie;
ma io farò de l’altro altro governo!”.
quell’ umido vapor che in acqua riede,
tosto che sale dove ’l freddo il coglie.
con lo ’ntelletto, e mosse il fummo e ’l vento
per la virtù che sua natura diede.
da Pratomagno al gran giogo coperse
di nebbia; e ’l ciel di sopra fece intento,
la pioggia cadde, e a’ fossati venne
di lei ciò che la terra non sofferse;
ver’ lo fiume real tanto veloce
si ruinò, che nulla la ritenne.
trovò l’Archian rubesto; e quel sospinse
ne l’Arno, e sciolse al mio petto la croce
voltòmmi per le ripe e per lo fondo,
poi di sua preda mi coperse e cinse».
e riposato de la lunga via»,
seguitò ’l terzo spirito al secondo,
Siena mi fé, disfecemi Maremma:
salsi colui che ’nnanellata priaPurgatorio
Canto VI
colui che perde si riman dolente,
repetendo le volte, e tristo impara;
qual va dinanzi, e qual di dietro il prende,
e qual dallato li si reca a mente;
a cui porge la man, più non fa pressa;
e così da la calca si difende.
volgendo a loro, e qua e là, la faccia,
e promettendo mi sciogliea da essa.
fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte,
e l’altro ch’annegò correndo in caccia.
Federigo Novello, e quel da Pisa
che fé parer lo buon Marzucco forte.
dal corpo suo per astio e per inveggia,
com’ e’ dicea, non per colpa commisa;
mentr’ è di qua, la donna di Brabante,
sì che però non sia di peggior greggia.
quell’ ombre che pregar pur ch’altri prieghi,
sì che s’avacci lor divenir sante,
o luce mia, espresso in alcun testo
che decreto del cielo orazion pieghi;
sarebbe dunque loro speme vana,
o non m’è ’l detto tuo ben manifesto?».
e la speranza di costor non falla,
se ben si guarda con la mente sana;
perché foco d’amor compia in un punto
ciò che de’ sodisfar chi qui s’astalla;
non s’ammendava, per pregar, difetto,
perché ’l priego da Dio era disgiunto.
non ti fermar, se quella nol ti dice
che lume fia tra ’l vero e lo ’ntelletto.
tu la vedrai di sopra, in su la vetta
di questo monte, ridere e felice».
ché già non m’affatico come dianzi,
e vedi omai che ’l poggio l’ombra getta».
rispuose, «quanto più potremo omai;
ma ’l fatto è d’altra forma che non stanzi.
colui che già si cuopre de la costa,
sì che ’ suoi raggi tu romper non fai.
sola soletta, inverso noi riguarda:
quella ne ’nsegnerà la via più tosta».
come ti stavi altera e disdegnosa
e nel mover de li occhi onesta e tarda!
ma lasciavane gir, solo sguardando
a guisa di leon quando si posa.
che ne mostrasse la miglior salita;
e quella non rispuose al suo dimando,
ci ’nchiese; e ’l dolce duca incominciava
«Mantüa . . . », e l’ombra, tutta in sé romita,
dicendo: «O Mantoano, io son Sordello
de la tua terra!»; e l’un l’altro abbracciava.
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di province, ma bordello!
sol per lo dolce suon de la sua terra,
di fare al cittadin suo quivi festa;
li vivi tuoi, e l’un l’altro si rode
di quei ch’un muro e una fossa serra.
le tue marine, e poi ti guarda in seno,
s’alcuna parte in te di pace gode.
Iustinïano, se la sella è vòta?
Sanz’ esso fora la vergogna meno.
e lasciar seder Cesare in la sella,
se bene intendi ciò che Dio ti nota,
per non esser corretta da li sproni,
poi che ponesti mano a la predella.
costei ch’è fatta indomita e selvaggia,
e dovresti inforcar li suoi arcioni,
sovra ’l tuo sangue, e sia novo e aperto,
tal che ’l tuo successor temenza n’aggia!
per cupidigia di costà distretti,
che ’l giardin de lo ’mperio sia diserto.
Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura:
color già tristi, e questi con sospetti!
d’i tuoi gentili, e cura lor magagne;
e vedrai Santafior com’ è oscura!
vedova e sola, e dì e notte chiama:
«Cesare mio, perché non m’accompagne?».
e se nulla di noi pietà ti move,
a vergognar ti vien de la tua fama.
che fosti in terra per noi crucifisso,
son li giusti occhi tuoi rivolti altrove?
del tuo consiglio fai per alcun bene
in tutto de l’accorger nostro scisso?
son di tiranni, e un Marcel diventa
ogne villan che parteggiando viene.
di questa digression che non ti tocca,
mercé del popol tuo che si argomenta.
per non venir sanza consiglio a l’arco;
ma il popol tuo l’ha in sommo de la bocca.
ma il popol tuo solicito risponde
sanza chiamare, e grida: «I’ mi sobbarco!».
tu ricca, tu con pace e tu con senno!
S’io dico ’l ver, l’effetto nol nasconde.
l’antiche leggi e furon sì civili,
fecero al viver bene un picciol cenno
provedimenti, ch’a mezzo novembre
non giugne quel che tu d’ottobre fili.
legge, moneta, officio e costume
hai tu mutato, e rinovate membre!
vedrai te somigliante a quella inferma
che non può trovar posa in su le piume,Purgatorio
Canto VII
furo iterate tre e quattro volte,
Sordel si trasse, e disse: «Voi, chi siete?».
l’anime degne di salire a Dio,
fur l’ossa mie per Ottavian sepolte.
lo ciel perdei che per non aver fé».
Così rispuose allora il duca mio.
sùbita vede ond’ e’ si maraviglia,
che crede e non, dicendo «Ella è . . . non è . . . »,
e umilmente ritornò ver’ lui,
e abbracciòl là ’ve ’l minor s’appiglia.
mostrò ciò che potea la lingua nostra,
o pregio etterno del loco ond’ io fui,
S’io son d’udir le tue parole degno,
dimmi se vien d’inferno, e di qual chiostra».
rispuose lui, «son io di qua venuto;
virtù del ciel mi mosse, e con lei vegno.
a veder l’alto Sol che tu disiri
e che fu tardi per me conosciuto.
ma di tenebre solo, ove i lamenti
non suonan come guai, ma son sospiri.
dai denti morsi de la morte avante
che fosser da l’umana colpa essenti;
virtù non si vestiro, e sanza vizio
conobber l’altre e seguir tutte quante.
dà noi per che venir possiam più tosto
là dove purgatorio ha dritto inizio».
licito m’è andar suso e intorno;
per quanto ir posso, a guida mi t’accosto.
e andar sù di notte non si puote;
però è buon pensar di bel soggiorno.
se mi consenti, io ti merrò ad esse,
e non sanza diletto ti fier note».
salir di notte, fora elli impedito
d’altrui, o non sarria ché non potesse?».
dicendo: «Vedi? sola questa riga
non varcheresti dopo ’l sol partito:
che la notturna tenebra, ad ir suso;
quella col nonpoder la voglia intriga.
e passeggiar la costa intorno errando,
mentre che l’orizzonte il dì tien chiuso».
«Menane», disse, «dunque là ’ve dici
ch’aver si può diletto dimorando».
quand’ io m’accorsi che ’l monte era scemo,
a guisa che i vallon li sceman quici.
dove la costa face di sé grembo;
e là il novo giorno attenderemo».
che ne condusse in fianco de la lacca,
là dove più ch’a mezzo muore il lembo.
indaco, legno lucido e sereno,
fresco smeraldo in l’ora che si fiacca,
posti, ciascun saria di color vinto,
come dal suo maggiore è vinto il meno.
ma di soavità di mille odori
vi facea uno incognito e indistinto.
quindi seder cantando anime vidi,
che per la valle non parean di fuori.
cominciò ’l Mantoan che ci avea vòlti,
«tra color non vogliate ch’io vi guidi.
conoscerete voi di tutti quanti,
che ne la lama giù tra essi accolti.
d’aver negletto ciò che far dovea,
e che non move bocca a li altrui canti,
sanar le piaghe c’hanno Italia morta,
sì che tardi per altri si ricrea.
resse la terra dove l’acqua nasce
che Molta in Albia, e Albia in mar ne porta:
fu meglio assai che Vincislao suo figlio
barbuto, cui lussuria e ozio pasce.
par con colui c’ha sì benigno aspetto,
morì fuggendo e disfiorando il giglio:
L’altro vedete c’ha fatto a la guancia
de la sua palma, sospirando, letto.
sanno la vita sua viziata e lorda,
e quindi viene il duol che sì li lancia.
cantando, con colui dal maschio naso,
d’ogne valor portò cinta la corda;
lo giovanetto che retro a lui siede,
ben andava il valor di vaso in vaso,
Iacomo e Federigo hanno i reami;
del retaggio miglior nessun possiede.
l’umana probitate; e questo vole
quei che la dà, perché da lui si chiami.
non men ch’a l’altro, Pier, che con lui canta,
onde Puglia e Proenza già si dole.
quanto, più che Beatrice e Margherita,
Costanza di marito ancor si vanta.
seder là solo, Arrigo d’Inghilterra:
questi ha ne’ rami suoi migliore uscita.
guardando in suso, è Guiglielmo marchese,
per cui e Alessandria e la sua guerraPurgatorio
Canto VIII
ai navicanti e ’ntenerisce il core
lo dì c’han detto ai dolci amici addio;
punge, se ode squilla di lontano
che paia il giorno pianger che si more;
l’udire e a mirare una de l’alme
surta, che l’ascoltar chiedea con mano.
ficcando li occhi verso l’orïente,
come dicesse a Dio: ‘D’altro non calme’.
le uscìo di bocca e con sì dolci note,
che fece me a me uscir di mente;
seguitar lei per tutto l’inno intero,
avendo li occhi a le superne rote.
ché ’l velo è ora ben tanto sottile,
certo che ’l trapassar dentro è leggero.
tacito poscia riguardare in sùe,
quasi aspettando, palido e umìle;
due angeli con due spade affocate,
tronche e private de le punte sue.
erano in veste, che da verdi penne
percosse traean dietro e ventilate.
e l’altro scese in l’opposita sponda,
sì che la gente in mezzo si contenne.
ma ne la faccia l’occhio si smarria,
come virtù ch’a troppo si confonda.
disse Sordello, «a guardia de la valle,
per lo serpente che verrà vie via».
mi volsi intorno, e stretto m’accostai,
tutto gelato, a le fidate spalle.
tra le grandi ombre, e parleremo ad esse;
grazïoso fia lor vedervi assai».
e fui di sotto, e vidi un che mirava
pur me, come conoscer mi volesse.
ma non sì che tra li occhi suoi e ’ miei
non dichiarisse ciò che pria serrava.
giudice Nin gentil, quanto mi piacque
quando ti vidi non esser tra ’ rei!
poi dimandò: «Quant’ è che tu venisti
a piè del monte per le lontane acque?».
venni stamane, e sono in prima vita,
ancor che l’altra, sì andando, acquisti».
Sordello ed elli in dietro si raccolse
come gente di sùbito smarrita.
che sedea lì, gridando: «Sù, Currado!
vieni a veder che Dio per grazia volse».
che tu dei a colui che sì nasconde
lo suo primo perché, che non lì è guado,
dì a Giovanna mia che per me chiami
là dove a li ’nnocenti si risponde.
poscia che trasmutò le bianche bende,
le quai convien che, misera!, ancor brami.
quanto in femmina foco d’amor dura,
se l’occhio o ’l tatto spesso non l’accende.
la vipera che Melanesi accampa,
com’ avria fatto il gallo di Gallura».
nel suo aspetto, di quel dritto zelo
che misuratamente in core avvampa.
pur là dove le stelle son più tarde,
sì come rota più presso a lo stelo.
E io a lui: «A quelle tre facelle
di che ’l polo di qua tutto quanto arde».
che vedevi staman, son di là basse,
e queste son salite ov’ eran quelle».
dicendo: «Vedi là ’l nostro avversaro»;
e drizzò il dito perché ’n là guardasse.
la picciola vallea, era una biscia,
forse qual diede ad Eva il cibo amaro.
volgendo ad ora ad or la testa, e ’l dosso
leccando come bestia che si liscia.
come mosser li astor celestïali;
ma vidi bene e l’uno e l’altro mosso.
fuggì ’l serpente, e li angeli dier volta,
suso a le poste rivolando iguali.
quando chiamò, per tutto quello assalto
punto non fu da me guardare sciolta.
truovi nel tuo arbitrio tanta cera
quant’ è mestiere infino al sommo smalto»,
di Val di Magra o di parte vicina
sai, dillo a me, che già grande là era.
non son l’antico, ma di lui discesi;
a’ miei portai l’amor che qui raffina».
già mai non fui; ma dove si dimora
per tutta Europa ch’ei non sien palesi?
grida i segnori e grida la contrada,
sì che ne sa chi non vi fu ancora;
che vostra gente onrata non si sfregia
del pregio de la borsa e de la spada.
che, perché il capo reo il mondo torca,
sola va dritta e ’l mal cammin dispregia».
sette volte nel letto che ’l Montone
con tutti e quattro i piè cuopre e inforca,
ti fia chiavata in mezzo de la testa
con maggior chiovi che d’altrui sermone,Purgatorio
Canto IX
già s’imbiancava al balco d’orïente,
fuor de le braccia del suo dolce amico;
poste in figura del freddo animale
che con la coda percuote la gente;
fatti avea due nel loco ov’ eravamo,
e ’l terzo già chinava in giuso l’ale;
vinto dal sonno, in su l’erba inchinai
là ’ve già tutti e cinque sedavamo.
la rondinella presso a la mattina,
forse a memoria de’ suo’ primi guai,
più da la carne e men da’ pensier presa,
a le sue visïon quasi è divina,
un’aguglia nel ciel con penne d’oro,
con l’ali aperte e a calare intesa;
abbandonati i suoi da Ganimede,
quando fu ratto al sommo consistoro.
pur qui per uso, e forse d’altro loco
disdegna di portarne suso in piede’.
terribil come folgor discendesse,
e me rapisse suso infino al foco.
e sì lo ’ncendio imaginato cosse,
che convenne che ’l sonno si rompesse.
li occhi svegliati rivolgendo in giro
e non sappiendo là dove si fosse,
trafuggò lui dormendo in le sue braccia,
là onde poi li Greci il dipartiro;
mi fuggì ’l sonno, e diventa’ ismorto,
come fa l’uom che, spaventato, agghiaccia.
e ’l sole er’ alto già più che due ore,
e ’l viso m’era a la marina torto.
«fatti sicur, ché noi semo a buon punto;
non stringer, ma rallarga ogne vigore.
vedi là il balzo che ’l chiude dintorno;
vedi l’entrata là ’ve par digiunto.
quando l’anima tua dentro dormia,
sovra li fiori ond’ è là giù addorno
lasciatemi pigliar costui che dorme;
sì l’agevolerò per la sua via”.
ella ti tolse, e come ’l dì fu chiaro,
sen venne suso; e io per le sue orme.
li occhi suoi belli quella intrata aperta;
poi ella e ’l sonno ad una se n’andaro».
e che muta in conforto sua paura,
poi che la verità li è discoperta,
vide me ’l duca mio, su per lo balzo
si mosse, e io di rietro inver’ l’altura.
la mia matera, e però con più arte
non ti maravigliar s’io la rincalzo.
che là dove pareami prima rotto,
pur come un fesso che muro diparte,
per gire ad essa, di color diversi,
e un portier ch’ancor non facea motto.
vidil seder sovra ’l grado sovrano,
tal ne la faccia ch’io non lo soffersi;
che reflettëa i raggi sì ver’ noi,
ch’io drizzava spesso il viso in vano.
cominciò elli a dire, «ov’ è la scorta?
Guardate che ’l venir sù non vi nòi».
rispuose ’l mio maestro a lui, «pur dianzi
ne disse: “Andate là: quivi è la porta”».
ricominciò il cortese portinaio:
«Venite dunque a’ nostri gradi innanzi».
bianco marmo era sì pulito e terso,
ch’io mi specchiai in esso qual io paio.
d’una petrina ruvida e arsiccia,
crepata per lo lungo e per traverso.
porfido mi parea, sì fiammeggiante
come sangue che fuor di vena spiccia.
l’angel di Dio sedendo in su la soglia
che mi sembiava pietra di diamante.
mi trasse il duca mio, dicendo: «Chiedi
umilemente che ’l serrame scioglia».
misericordia chiesi e ch’el m’aprisse,
ma tre volte nel petto pria mi diedi.
col punton de la spada, e «Fa che lavi,
quando se’ dentro, queste piaghe» disse.
d’un color fora col suo vestimento;
e di sotto da quel trasse due chiavi.
pria con la bianca e poscia con la gialla
fece a la porta sì, ch’i’ fu’ contento.
che non si volga dritta per la toppa»,
diss’ elli a noi, «non s’apre questa calla.
d’arte e d’ingegno avanti che diserri,
perch’ ella è quella che ’l nodo digroppa.
anzi ad aprir ch’a tenerla serrata,
pur che la gente a’ piedi mi s’atterri».
dicendo: «Intrate; ma facciovi accorti
che di fuor torna chi ’n dietro si guata».
li spigoli di quella regge sacra,
che di metallo son sonanti e forti,
Tarpëa, come tolto le fu il buono
Metello, per che poi rimase macra.
e ‘Te Deum laudamus’ mi parea
udire in voce mista al dolce suono.
ciò ch’io udiva, qual prender si suole
quando a cantar con organi si stea;Purgatorio
Canto X
che ’l mal amor de l’anime disusa,
perché fa parer dritta la via torta,
e s’io avesse li occhi vòlti ad essa,
qual fora stata al fallo degna scusa?
che si moveva e d’una e d’altra parte,
sì come l’onda che fugge e s’appressa.
cominciò ’l duca mio, «in accostarsi
or quinci, or quindi al lato che si parte».
tanto che pria lo scemo de la luna
rigiunse al letto suo per ricorcarsi,
ma quando fummo liberi e aperti
sù dove il monte in dietro si rauna,
di nostra via, restammo in su un piano
solingo più che strade per diserti.
al piè de l’alta ripa che pur sale,
misurrebbe in tre volte un corpo umano;
or dal sinistro e or dal destro fianco,
questa cornice mi parea cotale.
quand’ io conobbi quella ripa intorno
che dritto di salita aveva manco,
d’intagli sì, che non pur Policleto,
ma la natura lì avrebbe scorno.
de la molt’ anni lagrimata pace,
ch’aperse il ciel del suo lungo divieto,
quivi intagliato in un atto soave,
che non sembiava imagine che tace.
perché iv’ era imaginata quella
ch’ad aprir l’alto amor volse la chiave;
‘Ecce ancilla Deï’, propriamente
come figura in cera si suggella.
disse ’l dolce maestro, che m’avea
da quella parte onde ’l cuore ha la gente.
di retro da Maria, da quella costa
onde m’era colui che mi movea,
per ch’io varcai Virgilio, e fe’mi presso,
acciò che fosse a li occhi miei disposta.
lo carro e ’ buoi, traendo l’arca santa,
per che si teme officio non commesso.
partita in sette cori, a’ due mie’ sensi
faceva dir l’un ‘No’, l’altro ‘Sì, canta’.
che v’era imaginato, li occhi e ’l naso
e al sì e al no discordi fensi.
trescando alzato, l’umile salmista,
e più e men che re era in quel caso.
d’un gran palazzo, Micòl ammirava
sì come donna dispettosa e trista.
per avvisar da presso un’altra istoria,
che di dietro a Micòl mi biancheggiava.
del roman principato, il cui valore
mosse Gregorio a la sua gran vittoria;
e una vedovella li era al freno,
di lagrime atteggiata e di dolore.
di cavalieri, e l’aguglie ne l’oro
sovr’ essi in vista al vento si movieno.
pareva dir: «Segnor, fammi vendetta
di mio figliuol ch’è morto, ond’ io m’accoro»;
tanto ch’i’ torni»; e quella: «Segnor mio»,
come persona in cui dolor s’affretta,
la ti farà»; ed ella: «L’altrui bene
a te che fia, se ’l tuo metti in oblio?»;
ch’i’ solva il mio dovere anzi ch’i’ mova:
giustizia vuole e pietà mi ritene».
produsse esto visibile parlare,
novello a noi perché qui non si trova.
l’imagini di tante umilitadi,
e per lo fabbro loro a veder care,
mormorava il poeta, «molte genti:
questi ne ’nvïeranno a li alti gradi».
per veder novitadi ond’ e’ son vaghi,
volgendosi ver’ lui non furon lenti.
di buon proponimento per udire
come Dio vuol che ’l debito si paghi.
pensa la succession; pensa ch’al peggio
oltre la gran sentenza non può ire.
muovere a noi, non mi sembian persone,
e non so che, sì nel veder vaneggio».
di lor tormento a terra li rannicchia,
sì che ’ miei occhi pria n’ebber tencione.
col viso quel che vien sotto a quei sassi:
già scorger puoi come ciascun si picchia».
che, de la vista de la mente infermi,
fidanza avete ne’ retrosi passi,
nati a formar l’angelica farfalla,
che vola a la giustizia sanza schermi?
poi siete quasi antomata in difetto,
sì come vermo in cui formazion falla?
per mensola talvolta una figura
si vede giugner le ginocchia al petto,
nascere ’n chi la vede; così fatti
vid’ io color, quando puosi ben cura.
secondo ch’avien più e meno a dosso;
e qual più pazïenza avea ne li atti,Purgatorio
Canto XI
non circunscritto, ma per più amore
ch’ai primi effetti di là sù tu hai,
da ogne creatura, com’ è degno
di render grazie al tuo dolce vapore.
ché noi ad essa non potem da noi,
s’ella non vien, con tutto nostro ingegno.
fan sacrificio a te, cantando osanna,
così facciano li uomini de’ suoi.
sanza la qual per questo aspro diserto
a retro va chi più di gir s’affanna.
perdoniamo a ciascuno, e tu perdona
benigno, e non guardar lo nostro merto.
non spermentar con l’antico avversaro,
ma libera da lui che sì la sprona.
già non si fa per noi, ché non bisogna,
ma per color che dietro a noi restaro».
quell’ ombre orando, andavan sotto ’l pondo,
simile a quel che talvolta si sogna,
e lasse su per la prima cornice,
purgando la caligine del mondo.
di qua che dire e far per lor si puote
da quei c’hanno al voler buona radice?
che portar quinci, sì che, mondi e lievi,
possano uscire a le stellate ruote.
tosto, sì che possiate muover l’ala,
che secondo il disio vostro vi lievi,
si va più corto; e se c’è più d’un varco,
quel ne ’nsegnate che men erto cala;
de la carne d’Adamo onde si veste,
al montar sù, contra sua voglia, è parco».
che dette avea colui cu’ io seguiva,
non fur da cui venisser manifeste;
con noi venite, e troverete il passo
possibile a salir persona viva.
che la cervice mia superba doma,
onde portar convienmi il viso basso,
guardere’ io, per veder s’i’ ’l conosco,
e per farlo pietoso a questa soma.
Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre;
non so se ’l nome suo già mai fu vosco.
d’i miei maggior mi fer sì arrogante,
che, non pensando a la comune madre,
ch’io ne mori’, come i Sanesi sanno,
e sallo in Campagnatico ogne fante.
superbia fa, ché tutti miei consorti
ha ella tratti seco nel malanno.
per lei, tanto che a Dio si sodisfaccia,
poi ch’io nol fe’ tra ’ vivi, qui tra ’ morti».
e un di lor, non questi che parlava,
si torse sotto il peso che li ’mpaccia,
tenendo li occhi con fatica fisi
a me che tutto chin con loro andava.
l’onor d’Agobbio e l’onor di quell’ arte
ch’alluminar chiamata è in Parisi?».
che pennelleggia Franco Bolognese;
l’onore è tutto or suo, e mio in parte.
mentre ch’io vissi, per lo gran disio
de l’eccellenza ove mio core intese.
e ancor non sarei qui, se non fosse
che, possendo peccar, mi volsi a Dio.
com’ poco verde in su la cima dura,
se non è giunta da l’etati grosse!
tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,
sì che la fama di colui è scura.
la gloria de la lingua; e forse è nato
chi l’uno e l’altro caccerà del nido.
di vento, ch’or vien quinci e or vien quindi,
e muta nome perché muta lato.
da te la carne, che se fossi morto
anzi che tu lasciassi il ‘pappo’ e ’l ‘dindi’,
spazio a l’etterno, ch’un muover di ciglia
al cerchio che più tardi in cielo è torto.
dinanzi a me, Toscana sonò tutta;
e ora a pena in Siena sen pispiglia,
la rabbia fiorentina, che superba
fu a quel tempo sì com’ ora è putta.
che viene e va, e quei la discolora
per cui ella esce de la terra acerba».
bona umiltà, e gran tumor m’appiani;
ma chi è quei di cui tu parlavi ora?».
ed è qui perché fu presuntüoso
a recar Siena tutta a le sue mani.
poi che morì; cotal moneta rende
a sodisfar chi è di là troppo oso».
pria che si penta, l’orlo de la vita,
qua giù dimora e qua sù non ascende,
prima che passi tempo quanto visse,
come fu la venuta lui largita?».
«liberamente nel Campo di Siena,
ogne vergogna diposta, s’affisse;
ch’e’ sostenea ne la prigion di Carlo,
si condusse a tremar per ogne vena.
ma poco tempo andrà, che ’ tuoi vicini
faranno sì che tu potrai chiosarlo.Purgatorio
Canto XII
m’andava io con quell’ anima carca,
fin che ’l sofferse il dolce pedagogo.
ché qui è buono con l’ali e coi remi,
quantunque può, ciascun pinger sua barca»;
con la persona, avvegna che i pensieri
mi rimanessero e chinati e scemi.
del mio maestro i passi, e amendue
già mostravam com’ eravam leggeri;
buon ti sarà, per tranquillar la via,
veder lo letto de le piante tue».
sovra i sepolti le tombe terragne
portan segnato quel ch’elli eran pria,
per la puntura de la rimembranza,
che solo a’ pïi dà de le calcagne;
secondo l’artificio, figurato
quanto per via di fuor del monte avanza.
più ch’altra creatura, giù dal cielo
folgoreggiando scender, da l’un lato.
celestïal giacer, da l’altra parte,
grave a la terra per lo mortal gelo.
armati ancora, intorno al padre loro,
mirar le membra d’i Giganti sparte.
quasi smarrito, e riguardar le genti
che ’n Sennaàr con lui superbi fuoro.
vedea io te segnata in su la strada,
tra sette e sette tuoi figliuoli spenti!
quivi parevi morto in Gelboè,
che poi non sentì pioggia né rugiada!
già mezza ragna, trista in su li stracci
de l’opera che mal per te si fé.
quivi ’l tuo segno; ma pien di spavento
nel porta un carro, sanza ch’altri il cacci.
come Almeon a sua madre fé caro
parer lo sventurato addornamento.
sovra Sennacherìb dentro dal tempio,
e come, morto lui, quivi il lasciaro.
che fé Tamiri, quando disse a Ciro:
«Sangue sitisti, e io di sangue t’empio».
li Assiri, poi che fu morto Oloferne,
e anche le reliquie del martiro.
o Ilïón, come te basso e vile
mostrava il segno che lì si discerne!
che ritraesse l’ombre e ’ tratti ch’ivi
mirar farieno uno ingegno sottile?
non vide mei di me chi vide il vero,
quant’ io calcai, fin che chinato givi.
figliuoli d’Eva, e non chinate il volto
sì che veggiate il vostro mal sentero!
e del cammin del sole assai più speso
che non stimava l’animo non sciolto,
andava, cominciò: «Drizza la testa;
non è più tempo di gir sì sospeso.
per venir verso noi; vedi che torna
dal servigio del dì l’ancella sesta.
sì che i diletti lo ’nvïarci in suso;
pensa che questo dì mai non raggiorna!».
pur di non perder tempo, sì che ’n quella
materia non potea parlarmi chiuso.
biancovestito e ne la faccia quale
par tremolando mattutina stella.
disse: «Venite: qui son presso i gradi,
e agevolemente omai si sale.
o gente umana, per volar sù nata,
perché a poco vento così cadi?».
quivi mi batté l’ali per la fronte;
poi mi promise sicura l’andata.
dove siede la chiesa che soggioga
la ben guidata sopra Rubaconte,
per le scalee che si fero ad etade
ch’era sicuro il quaderno e la doga;
quivi ben ratta da l’altro girone;
ma quinci e quindi l’alta pietra rade.
‘Beati pauperes spiritu!’ voci
cantaron sì, che nol diria sermone.
da l’infernali! ché quivi per canti
s’entra, e là giù per lamenti feroci.
ed esser mi parea troppo più lieve
che per lo pian non mi parea davanti.
levata s’è da me, che nulla quasi
per me fatica, andando, si riceve?».
ancor nel volto tuo presso che stinti,
saranno, com’ è l’un, del tutto rasi,
che non pur non fatica sentiranno,
ma fia diletto loro esser sù pinti».
con cosa in capo non da lor saputa,
se non che ’ cenni altrui sospecciar fanno;
e cerca e truova e quello officio adempie
che non si può fornir per la veduta;
trovai pur sei le lettere che ’ncise
quel da le chiavi a me sovra le tempie:Purgatorio
Canto XIII
dove secondamente si risega
lo monte che salendo altrui dismala.
dintorno il poggio, come la primaia;
se non che l’arco suo più tosto piega.
parsi la ripa e parsi la via schietta
col livido color de la petraia.
ragionava il poeta, «io temo forse
che troppo avrà d’indugio nostra eletta».
fece del destro lato a muover centro,
e la sinistra parte di sé torse.
per lo novo cammin, tu ne conduci»,
dicea, «come condur si vuol quinc’ entro.
s’altra ragione in contrario non ponta,
esser dien sempre li tuoi raggi duci».
tanto di là eravam noi già iti,
con poco tempo, per la voglia pronta;
non però visti, spiriti parlando
a la mensa d’amor cortesi inviti.
‘Vinum non habent’ altamente disse,
e dietro a noi l’andò reïterando.
per allungarsi, un’altra ‘I’ sono Oreste’
passò gridando, e anco non s’affisse.
E com’ io domandai, ecco la terza
dicendo: ‘Amate da cui male aveste’.
la colpa de la invidia, e però sono
tratte d’amor le corde de la ferza.
credo che l’udirai, per mio avviso,
prima che giunghi al passo del perdono.
e vedrai gente innanzi a noi sedersi,
e ciascun è lungo la grotta assiso».
guarda’mi innanzi, e vidi ombre con manti
al color de la pietra non diversi.
udia gridar: ‘Maria, òra per noi’:
gridar ‘Michele’ e ‘Pietro’ e ‘Tutti santi’.
omo sì duro, che non fosse punto
per compassion di quel ch’i’ vidi poi;
che li atti loro a me venivan certi,
per li occhi fui di grave dolor munto.
e l’un sofferia l’altro con la spalla,
e tutti da la ripa eran sofferti.
stanno a’ perdoni a chieder lor bisogna,
e l’uno il capo sopra l’altro avvalla,
non pur per lo sonar de le parole,
ma per la vista che non meno agogna.
così a l’ombre quivi, ond’ io parlo ora,
luce del ciel di sé largir non vole;
e cusce sì, come a sparvier selvaggio
si fa però che queto non dimora.
veggendo altrui, non essendo veduto:
per ch’io mi volsi al mio consiglio saggio.
e però non attese mia dimanda,
ma disse: «Parla, e sie breve e arguto».
de la cornice onde cader si puote,
perché da nulla sponda s’inghirlanda;
ombre, che per l’orribile costura
premevan sì, che bagnavan le gote.
incominciai, «di veder l’alto lume
che ’l disio vostro solo ha in sua cura,
di vostra coscïenza sì che chiaro
per essa scenda de la mente il fiume,
s’anima è qui tra voi che sia latina;
e forse lei sarà buon s’i’ l’apparo».
d’una vera città; ma tu vuo’ dire
che vivesse in Italia peregrina».
più innanzi alquanto che là dov’ io stava,
ond’ io mi feci ancor più là sentire.
in vista; e se volesse alcun dir ‘Come?’,
lo mento a guisa d’orbo in sù levava.
se tu se’ quelli che mi rispondesti,
fammiti conto o per luogo o per nome».
altri rimendo qui la vita ria,
lagrimando a colui che sé ne presti.
fossi chiamata, e fui de li altrui danni
più lieta assai che di ventura mia.
odi s’i’ fui, com’ io ti dico, folle,
già discendendo l’arco d’i miei anni.
in campo giunti co’ loro avversari,
e io pregava Iddio di quel ch’e’ volle.
passi di fuga; e veggendo la caccia,
letizia presi a tutte altre dispari,
gridando a Dio: “Omai più non ti temo!”,
come fé ’l merlo per poca bonaccia.
de la mia vita; e ancor non sarebbe
lo mio dover per penitenza scemo,
Pier Pettinaio in sue sante orazioni,
a cui di me per caritate increbbe.
vai dimandando, e porti li occhi sciolti,
sì com’ io credo, e spirando ragioni?».
ma picciol tempo, ché poca è l’offesa
fatta per esser con invidia vòlti.
l’anima mia del tormento di sotto,
che già lo ’ncarco di là giù mi pesa».
qua sù tra noi, se giù ritornar credi?».
E io: «Costui ch’è meco e non fa motto.
spirito eletto, se tu vuo’ ch’i’ mova
di là per te ancor li mortai piedi».
rispuose, «che gran segno è che Dio t’ami;
però col priego tuo talor mi giova.
se mai calchi la terra di Toscana,
che a’ miei propinqui tu ben mi rinfami.
che spera in Talamone, e perderagli
più di speranza ch’a trovar la Diana;Purgatorio
Canto XIV
prima che morte li abbia dato il volo,
e apre li occhi a sua voglia e coverchia?».
domandal tu che più li t’avvicini,
e dolcemente, sì che parli, acco’lo».
ragionavan di me ivi a man dritta;
poi fer li visi, per dirmi, supini;
nel corpo ancora inver’ lo ciel ten vai,
per carità ne consola e ne ditta
tanto maravigliar de la tua grazia,
quanto vuol cosa che non fu più mai».
un fiumicel che nasce in Falterona,
e cento miglia di corso nol sazia.
dirvi ch’i’ sia, saria parlare indarno,
ché ’l nome mio ancor molto non suona».
con lo ’ntelletto», allora mi rispuose
quei che diceva pria, «tu parli d’Arno».
questi il vocabol di quella riviera,
pur com’ om fa de l’orribili cose?».
si sdebitò così: «Non so; ma degno
ben è che ’l nome di tal valle pèra;
l’alpestro monte ond’ è tronco Peloro,
che ’n pochi luoghi passa oltra quel segno,
di quel che ’l ciel de la marina asciuga,
ond’ hanno i fiumi ciò che va con loro,
da tutti come biscia, o per sventura
del luogo, o per mal uso che li fruga:
li abitator de la misera valle,
che par che Circe li avesse in pastura.
che d’altro cibo fatto in uman uso,
dirizza prima il suo povero calle.
ringhiosi più che non chiede lor possa,
e da lor disdegnosa torce il muso.
tanto più trova di can farsi lupi
la maladetta e sventurata fossa.
trova le volpi sì piene di froda,
che non temono ingegno che le occùpi.
e buon sarà costui, s’ancor s’ammenta
di ciò che vero spirto mi disnoda.
cacciator di quei lupi in su la riva
del fiero fiume, e tutti li sgomenta.
poscia li ancide come antica belva;
molti di vita e sé di pregio priva.
lasciala tal, che di qui a mille anni
ne lo stato primaio non si rinselva».
si turba il viso di colui ch’ascolta,
da qual che parte il periglio l’assanni,
stava a udir, turbarsi e farsi trista,
poi ch’ebbe la parola a sé raccolta.
mi fer voglioso di saper lor nomi,
e dimanda ne fei con prieghi mista;
ricominciò: «Tu vuo’ ch’io mi deduca
nel fare a te ciò che tu far non vuo’mi.
tanto sua grazia, non ti sarò scarso;
però sappi ch’io fui Guido del Duca.
che se veduto avesse uom farsi lieto,
visto m’avresti di livore sparso.
o gente umana, perché poni ’l core
là ’v’ è mestier di consorte divieto?
de la casa da Calboli, ove nullo
fatto s’è reda poi del suo valore.
tra ’l Po e ’l monte e la marina e ’l Reno,
del ben richesto al vero e al trastullo;
di venenosi sterpi, sì che tardi
per coltivare omai verrebber meno.
Pier Traversaro e Guido di Carpigna?
Oh Romagnuoli tornati in bastardi!
quando in Faenza un Bernardin di Fosco,
verga gentil di picciola gramigna?
quando rimembro, con Guido da Prata,
Ugolin d’Azzo che vivette nosco,
la casa Traversara e li Anastagi
(e l’una gente e l’altra è diretata),
che ne ’nvogliava amore e cortesia
là dove i cuor son fatti sì malvagi.
poi che gita se n’è la tua famiglia
e molta gente per non esser ria?
e mal fa Castrocaro, e peggio Conio,
che di figliar tai conti più s’impiglia.
lor sen girà; ma non però che puro
già mai rimagna d’essi testimonio.
è ’l nome tuo, da che più non s’aspetta
chi far lo possa, tralignando, scuro.
troppo di pianger più che di parlare,
sì m’ha nostra ragion la mente stretta».
ci sentivano andar; però, tacendo,
facëan noi del cammin confidare.
folgore parve quando l’aere fende,
voce che giunse di contra dicendo:
e fuggì come tuon che si dilegua,
se sùbito la nuvola scoscende.
ed ecco l’altra con sì gran fracasso,
che somigliò tonar che tosto segua:
e allor, per ristrignermi al poeta,
in destro feci, e non innanzi, il passo.
ed el mi disse: «Quel fu ’l duro camo
che dovria l’uom tener dentro a sua meta.
de l’antico avversaro a sé vi tira;
e però poco val freno o richiamo.
mostrandovi le sue bellezze etterne,
e l’occhio vostro pur a terra mira;Purgatorio
Canto XV
e ’l principio del dì par de la spera
che sempre a guisa di fanciullo scherza,
essere al sol del suo corso rimaso;
vespero là, e qui mezza notte era.
perché per noi girato era sì ’l monte,
che già dritti andavamo inver’ l’occaso,
a lo splendore assai più che di prima,
e stupor m’eran le cose non conte;
de le mie ciglia, e fecimi ’l solecchio,
che del soverchio visibile lima.
salta lo raggio a l’opposita parte,
salendo su per lo modo parecchio
dal cader de la pietra in igual tratta,
sì come mostra esperïenza e arte;
quivi dinanzi a me esser percosso;
per che a fuggir la mia vista fu ratta.
schermar lo viso tanto che mi vaglia»,
diss’ io, «e pare inver’ noi esser mosso?».
la famiglia del cielo», a me rispuose:
«messo è che viene ad invitar ch’om saglia.
non ti fia grave, ma fieti diletto
quanto natura a sentir ti dispuose».
con lieta voce disse: «Intrate quinci
ad un scaleo vie men che li altri eretto».
e ‘Beati misericordes!’ fue
cantato retro, e ‘Godi tu che vinci!’.
suso andavamo; e io pensai, andando,
prode acquistar ne le parole sue;
«Che volse dir lo spirto di Romagna,
e ‘divieto’ e ‘consorte’ menzionando?».
conosce il danno; e però non s’ammiri
se ne riprende perché men si piagna.
dove per compagnia parte si scema,
invidia move il mantaco a’ sospiri.
torcesse in suso il disiderio vostro,
non vi sarebbe al petto quella tema;
tanto possiede più di ben ciascuno,
e più di caritate arde in quel chiostro».
diss’ io, «che se mi fosse pria taciuto,
e più di dubbio ne la mente aduno.
in più posseditor, faccia più ricchi
di sé che se da pochi è posseduto?».
la mente pur a le cose terrene,
di vera luce tenebre dispicchi.
che là sù è, così corre ad amore
com’ a lucido corpo raggio vene.
sì che, quantunque carità si stende,
cresce sovr’ essa l’etterno valore.
più v’è da bene amare, e più vi s’ama,
e come specchio l’uno a l’altro rende.
vedrai Beatrice, ed ella pienamente
ti torrà questa e ciascun’ altra brama.
come son già le due, le cinque piaghe,
che si richiudon per esser dolente».
vidimi giunto in su l’altro girone,
sì che tacer mi fer le luci vaghe.
estatica di sùbito esser tratto,
e vedere in un tempio più persone;
dolce di madre dicer: «Figliuol mio,
perché hai tu così verso noi fatto?
ti cercavamo». E come qui si tacque,
ciò che pareva prima, dispario.
giù per le gote che ’l dolor distilla
quando di gran dispetto in altrui nacque,
del cui nome ne’ dèi fu tanta lite,
e onde ogne scïenza disfavilla,
ch’abbracciar nostra figlia, o Pisistràto».
E ’l segnor mi parea, benigno e mite,
«Che farem noi a chi mal ne disira,
se quei che ci ama è per noi condannato?»,
con pietre un giovinetto ancider, forte
gridando a sé pur: «Martira, martira!».
che l’aggravava già, inver’ la terra,
ma de li occhi facea sempre al ciel porte,
che perdonasse a’ suoi persecutori,
con quello aspetto che pietà diserra.
a le cose che son fuor di lei vere,
io riconobbi i miei non falsi errori.
far sì com’ om che dal sonno si slega,
disse: «Che hai che non ti puoi tenere,
velando li occhi e con le gambe avvolte,
a guisa di cui vino o sonno piega?».
io ti dirò», diss’ io, «ciò che m’apparve
quando le gambe mi furon sì tolte».
sovra la faccia, non mi sarian chiuse
le tue cogitazion, quantunque parve.
d’aprir lo core a l’acque de la pace
che da l’etterno fonte son diffuse.
chi guarda pur con l’occhio che non vede,
quando disanimato il corpo giace;
così frugar conviensi i pigri, lenti
ad usar lor vigilia quando riede».
oltre quanto potean li occhi allungarsi
contra i raggi serotini e lucenti.
verso di noi come la notte oscuro;
né da quello era loco da cansarsi.Purgatorio
Canto XVI
d’ogne pianeto, sotto pover cielo,
quant’ esser può di nuvol tenebrata,
come quel fummo ch’ivi ci coperse,
né a sentir di così aspro pelo,
onde la scorta mia saputa e fida
mi s’accostò e l’omero m’offerse.
per non smarrirsi e per non dar di cozzo
in cosa che ’l molesti, o forse ancida,
ascoltando il mio duca che diceva
pur: «Guarda che da me tu non sia mozzo».
pregar per pace e per misericordia
l’Agnel di Dio che le peccata leva.
una parola in tutte era e un modo,
sì che parea tra esse ogne concordia.
diss’ io. Ed elli a me: «Tu vero apprendi,
e d’iracundia van solvendo il nodo».
e di noi parli pur come se tue
partissi ancor lo tempo per calendi?».
onde ’l maestro mio disse: «Rispondi,
e domanda se quinci si va sùe».
per tornar bella a colui che ti fece,
maraviglia udirai, se mi secondi».
rispuose; «e se veder fummo non lascia,
l’udir ci terrà giunti in quella vece».
che la morte dissolve men vo suso,
e venni qui per l’infernale ambascia.
tanto che vuol ch’i’ veggia la sua corte
per modo tutto fuor del moderno uso,
ma dilmi, e dimmi s’i’ vo bene al varco;
e tue parole fier le nostre scorte».
del mondo seppi, e quel valore amai
al quale ha or ciascun disteso l’arco.
Così rispuose, e soggiunse: «I’ ti prego
che per me prieghi quando sù sarai».
di far ciò che mi chiedi; ma io scoppio
dentro ad un dubbio, s’io non me ne spiego.
ne la sentenza tua, che mi fa certo
qui, e altrove, quello ov’ io l’accoppio.
d’ogne virtute, come tu mi sone,
e di malizia gravido e coverto;
sì ch’i’ la veggia e ch’i’ la mostri altrui;
ché nel cielo uno, e un qua giù la pone».
mise fuor prima; e poi cominciò: «Frate,
lo mondo è cieco, e tu vien ben da lui.
pur suso al cielo, pur come se tutto
movesse seco di necessitate.
libero arbitrio, e non fora giustizia
per ben letizia, e per male aver lutto.
non dico tutti, ma, posto ch’i’ ’l dica,
lume v’è dato a bene e a malizia,
ne le prime battaglie col ciel dura,
poi vince tutto, se ben si notrica.
liberi soggiacete; e quella cria
la mente in voi, che ’l ciel non ha in sua cura.
in voi è la cagione, in voi si cheggia;
e io te ne sarò or vera spia.
prima che sia, a guisa di fanciulla
che piangendo e ridendo pargoleggia,
salvo che, mossa da lieto fattore,
volontier torna a ciò che la trastulla.
quivi s’inganna, e dietro ad esso corre,
se guida o fren non torce suo amore.
convenne rege aver, che discernesse
de la vera cittade almen la torre.
Nullo, però che ’l pastor che procede,
rugumar può, ma non ha l’unghie fesse;
pur a quel ben fedire ond’ ella è ghiotta,
di quel si pasce, e più oltre non chiede.
è la cagion che ’l mondo ha fatto reo,
e non natura che ’n voi sia corrotta.
due soli aver, che l’una e l’altra strada
facean vedere, e del mondo e di Deo.
col pasturale, e l’un con l’altro insieme
per viva forza mal convien che vada;
se non mi credi, pon mente a la spiga,
ch’ogn’ erba si conosce per lo seme.
solea valore e cortesia trovarsi,
prima che Federigo avesse briga;
per qualunque lasciasse, per vergogna
di ragionar coi buoni o d’appressarsi.
l’antica età la nova, e par lor tardo
che Dio a miglior vita li ripogna:
e Guido da Castel, che mei si noma,
francescamente, il semplice Lombardo.
per confondere in sé due reggimenti,
cade nel fango, e sé brutta e la soma».
e or discerno perché dal retaggio
li figli di Levì furono essenti.
di’ ch’è rimaso de la gente spenta,
in rimprovèro del secol selvaggio?».
rispuose a me; «ché, parlandomi tosco,
par che del buon Gherardo nulla senta.
s’io nol togliessi da sua figlia Gaia.
Dio sia con voi, ché più non vegno vosco.
già biancheggiare, e me convien partirmi
(l’angelo è ivi) prima ch’io li paia».Purgatorio
Canto XVII
ti colse nebbia per la qual vedessi
non altrimenti che per pelle talpe,
a diradar cominciansi, la spera
del sol debilemente entra per essi;
in giugnere a veder com’ io rividi
lo sole in pria, che già nel corcar era.
del mio maestro, usci’ fuor di tal nube
ai raggi morti già ne’ bassi lidi.
talvolta sì di fuor, ch’om non s’accorge
perché dintorno suonin mille tube,
Moveti lume che nel ciel s’informa,
per sé o per voler che giù lo scorge.
ne l’uccel ch’a cantar più si diletta,
ne l’imagine mia apparve l’orma;
dentro da sé, che di fuor non venìa
cosa che fosse allor da lei ricetta.
un crucifisso, dispettoso e fero
ne la sua vista, e cotal si moria;
Estèr sua sposa e ’l giusto Mardoceo,
che fu al dire e al far così intero.
sé per sé stessa, a guisa d’una bulla
cui manca l’acqua sotto qual si feo,
piangendo forte, e dicea: «O regina,
perché per ira hai voluto esser nulla?
or m’hai perduta! Io son essa che lutto,
madre, a la tua pria ch’a l’altrui ruina».
nova luce percuote il viso chiuso,
che fratto guizza pria che muoia tutto;
tosto che lume il volto mi percosse,
maggior assai che quel ch’è in nostro uso.
quando una voce disse «Qui si monta»,
che da ogne altro intento mi rimosse;
di riguardar chi era che parlava,
che mai non posa, se non si raffronta.
e per soverchio sua figura vela,
così la mia virtù quivi mancava.
via da ir sù ne drizza sanza prego,
e col suo lume sé medesmo cela.
ché quale aspetta prego e l’uopo vede,
malignamente già si mette al nego.
procacciam di salir pria che s’abbui,
ché poi non si poria, se ’l dì non riede».
volgemmo i nostri passi ad una scala;
e tosto ch’io al primo grado fui,
e ventarmi nel viso e dir: ‘Beati
pacifici, che son sanz’ ira mala!’.
li ultimi raggi che la notte segue,
che le stelle apparivan da più lati.
fra me stesso dicea, ché mi sentiva
la possa de le gambe posta in triegue.
la scala sù, ed eravamo affissi,
pur come nave ch’a la piaggia arriva.
alcuna cosa nel novo girone;
poi mi volsi al maestro mio, e dissi:
si purga qui nel giro dove semo?
Se i piè si stanno, non stea tuo sermone».
del suo dover, quiritta si ristora;
qui si ribatte il mal tardato remo.
volgi la mente a me, e prenderai
alcun buon frutto di nostra dimora».
cominciò el, «figliuol, fu sanza amore,
o naturale o d’animo; e tu ’l sai.
ma l’altro puote errar per malo obietto
o per troppo o per poco di vigore.
e ne’ secondi sé stesso misura,
esser non può cagion di mal diletto;
o con men che non dee corre nel bene,
contra ’l fattore adovra sua fattura.
amor sementa in voi d’ogne virtute
e d’ogne operazion che merta pene.
amor del suo subietto volger viso,
da l’odio proprio son le cose tute;
e per sé stante, alcuno esser dal primo,
da quello odiare ogne effetto è deciso.
che ’l mal che s’ama è del prossimo; ed esso
amor nasce in tre modi in vostro limo.
spera eccellenza, e sol per questo brama
ch’el sia di sua grandezza in basso messo;
teme di perder perch’ altri sormonti,
onde s’attrista sì che ’l contrario ama;
sì che si fa de la vendetta ghiotto,
e tal convien che ’l male altrui impronti.
si piange: or vo’ che tu de l’altro intende,
che corre al ben con ordine corrotto.
nel qual si queti l’animo, e disira;
per che di giugner lui ciascun contende.
o a lui acquistar, questa cornice,
dopo giusto penter, ve ne martira.
non è felicità, non è la buona
essenza, d’ogne ben frutto e radice.
di sovr’ a noi si piange per tre cerchi;
ma come tripartito si ragiona,Purgatorio
Canto XVIII
l’alto dottore, e attento guardava
ne la mia vista s’io parea contento;
di fuor tacea, e dentro dicea: ‘Forse
lo troppo dimandar ch’io fo li grava’.
del timido voler che non s’apriva,
parlando, di parlare ardir mi porse.
sì nel tuo lume, ch’io discerno chiaro
quanto la tua ragion parta o descriva.
che mi dimostri amore, a cui reduci
ogne buono operare e ’l suo contraro».
de lo ’ntelletto, e fieti manifesto
l’error de’ ciechi che si fanno duci.
ad ogne cosa è mobile che piace,
tosto che dal piacere in atto è desto.
tragge intenzione, e dentro a voi la spiega,
sì che l’animo ad essa volger face;
quel piegare è amor, quell’ è natura
che per piacer di novo in voi si lega.
per la sua forma ch’è nata a salire
là dove più in sua matera dura,
ch’è moto spiritale, e mai non posa
fin che la cosa amata il fa gioire.
la veritate a la gente ch’avvera
ciascun amore in sé laudabil cosa;
sempre esser buona, ma non ciascun segno
è buono, ancor che buona sia la cera».
rispuos’ io lui, «m’hanno amor discoverto,
ma ciò m’ha fatto di dubbiar più pregno;
e l’anima non va con altro piede,
se dritta o torta va, non è suo merto».
dir ti poss’ io; da indi in là t’aspetta
pur a Beatrice, ch’è opra di fede.
è da matera ed è con lei unita,
specifica vertute ha in sé colletta,
né si dimostra mai che per effetto,
come per verdi fronde in pianta vita.
de le prime notizie, omo non sape,
e de’ primi appetibili l’affetto,
di far lo mele; e questa prima voglia
merto di lode o di biasmo non cape.
innata v’è la virtù che consiglia,
e de l’assenso de’ tener la soglia.
ragion di meritare in voi, secondo
che buoni e rei amori accoglie e viglia.
s’accorser d’esta innata libertate;
però moralità lasciaro al mondo.
surga ogne amor che dentro a voi s’accende,
di ritenerlo è in voi la podestate.
per lo libero arbitrio, e però guarda
che l’abbi a mente, s’a parlar ten prende».
facea le stelle a noi parer più rade,
fatta com’ un secchion che tuttor arda;
che ’l sole infiamma allor che quel da Roma
tra ’ Sardi e ’ Corsi il vede quando cade.
Pietola più che villa mantoana,
del mio carcar diposta avea la soma;
sovra le mie quistioni avea ricolta,
stava com’ om che sonnolento vana.
subitamente da gente che dopo
le nostre spalle a noi era già volta.
lungo di sè di notte furia e calca,
pur che i Teban di Bacco avesser uopo,
per quel ch’io vidi di color, venendo,
cui buon volere e giusto amor cavalca.
si movea tutta quella turba magna;
e due dinanzi gridavan piangendo:
e Cesare, per soggiogare Ilerda,
punse Marsilia e poi corse in Ispagna».
per poco amor», gridavan li altri appresso,
«che studio di ben far grazia rinverda».
ricompie forse negligenza e indugio
da voi per tepidezza in ben far messo,
vuole andar sù, pur che ’l sol ne riluca;
però ne dite ond’ è presso il pertugio».
e un di quelli spirti disse: «Vieni
di retro a noi, e troverai la buca.
che restar non potem; però perdona,
se villania nostra giustizia tieni.
sotto lo ’mperio del buon Barbarossa,
di cui dolente ancor Milan ragiona.
che tosto piangerà quel monastero,
e tristo fia d’avere avuta possa;
e de la mente peggio, e che mal nacque,
ha posto in loco di suo pastor vero».
tant’ era già di là da noi trascorso;
ma questo intesi, e ritener mi piacque.
disse: «Volgiti qua: vedine due
venir dando a l’accidïa di morso».
morta la gente a cui il mar s’aperse,
che vedesse Iordan le rede sue.
fino a la fine col figlio d’Anchise,
sé stessa a vita sanza gloria offerse».
quell’ ombre, che veder più non potiersi,
novo pensiero dentro a me si mise,
e tanto d’uno in altro vaneggiai,
che li occhi per vaghezza ricopersi,Purgatorio
Canto XIX
intepidar più ’l freddo de la luna,
vinto da terra, e talor da Saturno
veggiono in orïente, innanzi a l’alba,
surger per via che poco le sta bruna—,
ne li occhi guercia, e sovra i piè distorta,
con le man monche, e di colore scialba.
le fredde membra che la notte aggrava,
così lo sguardo mio le facea scorta
in poco d’ora, e lo smarrito volto,
com’ amor vuol, così le colorava.
cominciava a cantar sì, che con pena
da lei avrei mio intento rivolto.
che ’ marinari in mezzo mar dismago;
tanto son di piacere a sentir piena!
al canto mio; e qual meco s’ausa,
rado sen parte; sì tutto l’appago!».
quand’ una donna apparve santa e presta
lunghesso me per far colei confusa.
fieramente dicea; ed el venìa
con li occhi fitti pur in quella onesta.
fendendo i drappi, e mostravami ’l ventre;
quel mi svegliò col puzzo che n’uscia.
voci t’ho messe!», dicea, «Surgi e vieni;
troviam l’aperta per la qual tu entre».
de l’alto dì i giron del sacro monte,
e andavam col sol novo a le reni.
come colui che l’ha di pensier carca,
che fa di sé un mezzo arco di ponte;
parlare in modo soave e benigno,
qual non si sente in questa mortal marca.
volseci in sù colui che sì parlonne
tra due pareti del duro macigno.
‘Qui lugent’ affermando esser beati,
ch’avran di consolar l’anime donne.
la guida mia incominciò a dirmi,
poco amendue da l’angel sormontati.
novella visïon ch’a sé mi piega,
sì ch’io non posso dal pensar partirmi».
che sola sovr’ a noi omai si piagne;
vedesti come l’uom da lei si slega.
li occhi rivolgi al logoro che gira
lo rege etterno con le rote magne».
indi si volge al grido e si protende
per lo disio del pasto che là il tira,
la roccia per dar via a chi va suso,
n’andai infin dove ’l cerchiar si prende.
vidi gente per esso che piangea,
giacendo a terra tutta volta in giuso.
sentia dir lor con sì alti sospiri,
che la parola a pena s’intendea.
e giustizia e speranza fa men duri,
drizzate noi verso li alti saliri».
e volete trovar la via più tosto,
le vostre destre sien sempre di fori».
poco dinanzi a noi ne fu; per ch’io
nel parlare avvisai l’altro nascosto,
ond’ elli m’assentì con lieto cenno
ciò che chiedea la vista del disio.
trassimi sovra quella creatura
le cui parole pria notar mi fenno,
quel sanza ’l quale a Dio tornar non pòssi,
sosta un poco per me tua maggior cura.
al sù, mi dì, e se vuo’ ch’io t’impetri
cosa di là ond’ io vivendo mossi».
rivolga il cielo a sé, saprai; ma prima
scias quod ego fui successor Petri.
una fiumana bella, e del suo nome
lo titol del mio sangue fa sua cima.
pesa il gran manto a chi dal fango il guarda,
che piuma sembran tutte l’altre some.
ma, come fatto fui roman pastore,
così scopersi la vita bugiarda.
né più salir potiesi in quella vita;
per che di questa in me s’accese amore.
da Dio anima fui, del tutto avara;
or, come vedi, qui ne son punita.
in purgazion de l’anime converse;
e nulla pena il monte ha più amara.
in alto, fisso a le cose terrene,
così giustizia qui a terra il merse.
lo nostro amore, onde operar perdési,
così giustizia qui stretti ne tene,
e quanto fia piacer del giusto Sire,
tanto staremo immobili e distesi».
ma com’ io cominciai ed el s’accorse,
solo ascoltando, del mio reverire,
E io a lui: «Per vostra dignitate
mia coscïenza dritto mi rimorse».
rispuose; «non errar: conservo sono
teco e con li altri ad una podestate.
che dice ‘Neque nubent’ intendesti,
ben puoi veder perch’ io così ragiono.
ché la tua stanza mio pianger disagia,
col qual maturo ciò che tu dicesti.
buona da sé, pur che la nostra casa
non faccia lei per essempro malvagia;Purgatorio
Canto XX
onde contra ’l piacer mio, per piacerli,
trassi de l’acqua non sazia la spugna.
luoghi spediti pur lungo la roccia,
come si va per muro stretto a’ merli;
per li occhi il mal che tutto ’l mondo occupa,
da l’altra parte in fuor troppo s’approccia.
che più che tutte l’altre bestie hai preda
per la tua fame sanza fine cupa!
le condizion di qua giù trasmutarsi,
quando verrà per cui questa disceda?
e io attento a l’ombre, ch’i’ sentia
pietosamente piangere e lagnarsi;
dinanzi a noi chiamar così nel pianto
come fa donna che in parturir sia;
quanto veder si può per quello ospizio
dove sponesti il tuo portato santo».
con povertà volesti anzi virtute
che gran ricchezza posseder con vizio».
ch’io mi trassi oltre per aver contezza
di quello spirto onde parean venute.
che fece Niccolò a le pulcelle,
per condurre ad onor lor giovinezza.
dimmi chi fosti», dissi, «e perché sola
tu queste degne lode rinovelle.
s’io ritorno a compiér lo cammin corto
di quella vita ch’al termine vola».
ch’io attenda di là, ma perché tanta
grazia in te luce prima che sie morto.
che la terra cristiana tutta aduggia,
sì che buon frutto rado se ne schianta.
potesser, tosto ne saria vendetta;
e io la cheggio a lui che tutto giuggia.
di me son nati i Filippi e i Luigi
per cui novellamente è Francia retta.
quando li regi antichi venner meno
tutti, fuor ch’un renduto in panni bigi,
del governo del regno, e tanta possa
di nuovo acquisto, e sì d’amici pieno,
la testa di mio figlio fu, dal quale
cominciar di costor le sacrate ossa.
al sangue mio non tolse la vergogna,
poco valea, ma pur non facea male.
la sua rapina; e poscia, per ammenda,
Pontì e Normandia prese e Guascogna.
vittima fé di Curradino; e poi
ripinse al ciel Tommaso, per ammenda.
che tragge un altro Carlo fuor di Francia,
per far conoscer meglio e sé e ’ suoi.
con la qual giostrò Giuda, e quella ponta
sì, ch’a Fiorenza fa scoppiar la pancia.
guadagnerà, per sé tanto più grave,
quanto più lieve simil danno conta.
veggio vender sua figlia e patteggiarne
come fanno i corsar de l’altre schiave.
poscia c’ha’ il mio sangue a te sì tratto,
che non si cura de la propria carne?
veggio in Alagna intrar lo fiordaliso,
e nel vicario suo Cristo esser catto.
veggio rinovellar l’aceto e ’l fiele,
e tra vivi ladroni esser anciso.
che ciò nol sazia, ma sanza decreto
portar nel Tempio le cupide vele.
a veder la vendetta che, nascosa,
fa dolce l’ira tua nel tuo secreto?
de lo Spirito Santo e che ti fece
verso me volger per alcuna chiosa,
quanto ’l dì dura; ma com’ el s’annotta,
contrario suon prendemo in quella vece.
cui traditore e ladro e paricida
fece la voglia sua de l’oro ghiotta;
che seguì a la sua dimanda gorda,
per la qual sempre convien che si rida.
come furò le spoglie, sì che l’ira
di Iosüè qui par ch’ancor lo morda.
lodiam i calci ch’ebbe Elïodoro;
e in infamia tutto ’l monte gira
ultimamente ci si grida: “Crasso,
dilci, che ’l sai: di che sapore è l’oro?”.
secondo l’affezion ch’ad ir ci sprona
ora a maggiore e ora a minor passo:
dianzi non era io sol; ma qui da presso
non alzava la voce altra persona».
e brigavam di soverchiar la strada
tanto quanto al poder n’era permesso,
tremar lo monte; onde mi prese un gelo
qual prender suol colui ch’a morte vada.
pria che Latona in lei facesse ’l nido
a parturir li due occhi del cielo.
tal, che ’l maestro inverso me si feo,
dicendo: «Non dubbiar, mentr’ io ti guido».
dicean, per quel ch’io da’ vicin compresi,
onde intender lo grido si poteo.
come i pastor che prima udir quel canto,
fin che ’l tremar cessò ed el compiési.
guardando l’ombre che giacean per terra,
tornate già in su l’usato pianto.
mi fé desideroso di sapere,
se la memoria mia in ciò non erra,
né per la fretta dimandare er’ oso,
né per me lì potea cosa vedere:Purgatorio
Canto XXI
se non con l’acqua onde la femminetta
samaritana domandò la grazia,
per la ’mpacciata via dietro al mio duca,
e condoleami a la giusta vendetta.
che Cristo apparve a’ due ch’erano in via,
già surto fuor de la sepulcral buca,
dal piè guardando la turba che giace;
né ci addemmo di lei, sì parlò pria,
Noi ci volgemmo sùbiti, e Virgilio
rendéli ’l cenno ch’a ciò si conface.
ti ponga in pace la verace corte
che me rilega ne l’etterno essilio».
«se voi siete ombre che Dio sù non degni,
chi v’ha per la sua scala tanto scorte?».
che questi porta e che l’angel profila,
ben vedrai che coi buon convien ch’e’ regni.
non li avea tratta ancora la conocchia
che Cloto impone a ciascuno e compila,
venendo sù, non potea venir sola,
però ch’al nostro modo non adocchia.
d’inferno per mostrarli, e mosterrolli
oltre, quanto ’l potrà menar mia scola.
diè dianzi ’l monte, e perché tutto ad una
parve gridare infino a’ suoi piè molli».
del mio disio, che pur con la speranza
si fece la mia sete men digiuna.
ordine senta la religïone
de la montagna, o che sia fuor d’usanza.
di quel che ’l ciel da sé in sé riceve
esser ci puote, e non d’altro, cagione.
non rugiada, non brina più sù cade
che la scaletta di tre gradi breve;
né coruscar, né figlia di Taumante,
che di là cangia sovente contrade;
ch’al sommo d’i tre gradi ch’io parlai,
dov’ ha ’l vicario di Pietro le piante.
ma per vento che ’n terra si nasconda,
non so come, qua sù non tremò mai.
sentesi, sì che surga o che si mova
per salir sù; e tal grido seconda.
che, tutto libero a mutar convento,
l’alma sorprende, e di voler le giova.
che divina giustizia, contra voglia,
come fu al peccar, pone al tormento.
cinquecent’ anni e più, pur mo sentii
libera volontà di miglior soglia:
spiriti per lo monte render lode
a quel Segnor, che tosto sù li ’nvii».
tanto del ber quant’ è grande la sete,
non saprei dir quant’ el mi fece prode.
che qui vi ’mpiglia e come si scalappia,
perché ci trema e di che congaudete.
e perché tanti secoli giaciuto
qui se’, ne le parole tue mi cappia».
del sommo rege, vendicò le fóra
ond’ uscì ’l sangue per Giuda venduto,
era io di là», rispuose quello spirto,
«famoso assai, ma non con fede ancora.
che, tolosano, a sé mi trasse Roma,
dove mertai le tempie ornar di mirto.
cantai di Tebe, e poi del grande Achille;
ma caddi in via con la seconda soma.
che mi scaldar, de la divina fiamma
onde sono allumati più di mille;
fummi, e fummi nutrice, poetando:
sanz’ essa non fermai peso di dramma.
visse Virgilio, assentirei un sole
più che non deggio al mio uscir di bando».
con viso che, tacendo, disse ‘Taci’;
ma non può tutto la virtù che vuole;
a la passion di che ciascun si spicca,
che men seguon voler ne’ più veraci.
per che l’ombra si tacque, e riguardommi
ne li occhi ove ’l sembiante più si ficca;
disse, «perché la tua faccia testeso
un lampeggiar di riso dimostrommi?».
l’una mi fa tacer, l’altra scongiura
ch’io dica; ond’ io sospiro, e sono inteso
mi dice, «di parlar; ma parla e digli
quel ch’e’ dimanda con cotanta cura».
antico spirto, del rider ch’io fei;
ma più d’ammirazion vo’ che ti pigli.
è quel Virgilio dal qual tu togliesti
forte a cantar de li uomini e d’i dèi.
lasciala per non vera, ed esser credi
quelle parole che di lui dicesti».
al mio dottor, ma el li disse: «Frate,
non far, ché tu se’ ombra e ombra vedi».
comprender de l’amor ch’a te mi scalda,
quand’ io dismento nostra vanitate,Purgatorio
Canto XXII
l’angel che n’avea vòlti al sesto giro,
avendomi dal viso un colpo raso;
detto n’avea beati, e le sue voci
con ‘sitiunt’, sanz’ altro, ciò forniro.
m’andava, sì che sanz’ alcun labore
seguiva in sù li spiriti veloci;
acceso di virtù, sempre altro accese,
pur che la fiamma sua paresse fore;
nel limbo de lo ’nferno Giovenale,
che la tua affezion mi fé palese,
più strinse mai di non vista persona,
sì ch’or mi parran corte queste scale.
se troppa sicurtà m’allarga il freno,
e come amico omai meco ragiona:
loco avarizia, tra cotanto senno
di quanto per tua cura fosti pieno?».
un poco a riso pria; poscia rispuose:
«Ogne tuo dir d’amor m’è caro cenno.
che danno a dubitar falsa matera
per le vere ragion che son nascose.
esser ch’i’ fossi avaro in l’altra vita,
forse per quella cerchia dov’ io era.
troppo da me, e questa dismisura
migliaia di lunari hanno punita.
quand’ io intesi là dove tu chiame,
crucciato quasi a l’umana natura:
de l’oro, l’appetito de’ mortali?’,
voltando sentirei le giostre grame.
potean le mani a spendere, e pente’mi
così di quel come de li altri mali.
per ignoranza, che di questa pecca
toglie ’l penter vivendo e ne li stremi!
per dritta opposizione alcun peccato,
con esso insieme qui suo verde secca;
che piange l’avarizia, per purgarmi,
per lo contrario suo m’è incontrato».
de la doppia trestizia di Giocasta»,
disse ’l cantor de’ buccolici carmi,
non par che ti facesse ancor fedele
la fede, sanza qual ben far non basta.
ti stenebraron sì, che tu drizzasti
poscia di retro al pescator le vele?».
verso Parnaso a ber ne le sue grotte,
e prima appresso Dio m’alluminasti.
che porta il lume dietro e sé non giova,
ma dopo sé fa le persone dotte,
torna giustizia e primo tempo umano,
e progenïe scende da ciel nova’.
ma perché veggi mei ciò ch’io disegno,
a colorare stenderò la mano.
de la vera credenza, seminata
per li messaggi de l’etterno regno;
si consonava a’ nuovi predicanti;
ond’ io a visitarli presi usata.
che, quando Domizian li perseguette,
sanza mio lagrimar non fur lor pianti;
io li sovvenni, e i lor dritti costumi
fer dispregiare a me tutte altre sette.
di Tebe poetando, ebb’ io battesmo;
ma per paura chiuso cristian fu’mi,
e questa tepidezza il quarto cerchio
cerchiar mi fé più che ’l quarto centesmo.
che m’ascondeva quanto bene io dico,
mentre che del salire avem soverchio,
Cecilio e Plauto e Varro, se lo sai:
dimmi se son dannati, e in qual vico».
rispuose il duca mio, «siam con quel Greco
che le Muse lattar più ch’altri mai,
spesse fïate ragioniam del monte
che sempre ha le nutrice nostre seco.
Simonide, Agatone e altri piùe
Greci che già di lauro ornar la fronte.
Antigone, Deïfile e Argia,
e Ismene sì trista come fue.
èvvi la figlia di Tiresia, e Teti,
e con le suore sue Deïdamia».
di novo attenti a riguardar dintorno,
liberi da saliri e da pareti;
rimase a dietro, e la quinta era al temo,
drizzando pur in sù l’ardente corno,
le destre spalle volger ne convegna,
girando il monte come far solemo».
e prendemmo la via con men sospetto
per l’assentir di quell’ anima degna.
di retro, e ascoltava i lor sermoni,
ch’a poetar mi davano intelletto.
un alber che trovammo in mezza strada,
con pomi a odorar soavi e buoni;
di ramo in ramo, così quello in giuso,
cred’ io, perché persona sù non vada.
cadea de l’alta roccia un liquor chiaro
e si spandeva per le foglie suso.
e una voce per entro le fronde
gridò: «Di questo cibo avrete caro».
fosser le nozze orrevoli e intere,
ch’a la sua bocca, ch’or per voi risponde.
contente furon d’acqua; e Danïello
dispregiò cibo e acquistò savere.
fé savorose con fame le ghiande,
e nettare con sete ogne ruscello.
che nodriro il Batista nel diserto;
per ch’elli è glorïoso e tanto grandePurgatorio
Canto XXIII
ficcava ïo sì come far suole
chi dietro a li uccellin sua vita perde,
vienne oramai, ché ’l tempo che n’è imposto
più utilmente compartir si vuole».
appresso i savi, che parlavan sìe,
che l’andar mi facean di nullo costo.
‘Labïa mëa, Domine’ per modo
tal, che diletto e doglia parturìe.
comincia’ io; ed elli: «Ombre che vanno
forse di lor dover solvendo il nodo».
giugnendo per cammin gente non nota,
che si volgono ad essa e non restanno,
venendo e trapassando ci ammirava
d’anime turba tacita e devota.
palida ne la faccia, e tanto scema
che da l’ossa la pelle s’informava.
Erisittone fosse fatto secco,
per digiunar, quando più n’ebbe tema.
la gente che perdé Ierusalemme,
quando Maria nel figlio diè di becco!’
chi nel viso de li uomini legge ‘omo’
ben avria quivi conosciuta l’emme.
sì governasse, generando brama,
e quel d’un’acqua, non sappiendo como?
per la cagione ancor non manifesta
di lor magrezza e di lor trista squama,
volse a me li occhi un’ombra e guardò fiso;
poi gridò forte: «Qual grazia m’è questa?».
ma ne la voce sua mi fu palese
ciò che l’aspetto in sé avea conquiso.
mia conoscenza a la cangiata labbia,
e ravvisai la faccia di Forese.
che mi scolora», pregava, «la pelle,
né a difetto di carne ch’io abbia;
due anime che là ti fanno scorta;
non rimaner che tu non mi favelle!».
mi dà di pianger mo non minor doglia»,
rispuos’ io lui, «veggendola sì torta.
non mi far dir mentr’ io mi maraviglio,
ché mal può dir chi è pien d’altra voglia».
cade vertù ne l’acqua e ne la pianta
rimasa dietro ond’ io sì m’assottiglio.
per seguitar la gola oltra misura,
in fame e ’n sete qui si rifà santa.
l’odor ch’esce del pomo e de lo sprazzo
che si distende su per sua verdura.
girando, si rinfresca nostra pena:
io dico pena, e dovria dir sollazzo,
che menò Cristo lieto a dire ‘Elì’,
quando ne liberò con la sua vena».
nel qual mutasti mondo a miglior vita,
cinqu’ anni non son vòlti infino a qui.
di peccar più, che sovvenisse l’ora
del buon dolor ch’a Dio ne rimarita,
Io ti credea trovar là giù di sotto,
dove tempo per tempo si ristora».
a ber lo dolce assenzo d’i martìri
la Nella mia con suo pianger dirotto.
tratto m’ha de la costa ove s’aspetta,
e liberato m’ha de li altri giri.
la vedovella mia, che molto amai,
quanto in bene operare è più soletta;
ne le femmine sue più è pudica
che la Barbagia dov’ io la lasciai.
Tempo futuro m’è già nel cospetto,
cui non sarà quest’ ora molto antica,
a le sfacciate donne fiorentine
l’andar mostrando con le poppe il petto.
cui bisognasse, per farle ir coperte,
o spiritali o altre discipline?
di quel che ’l ciel veloce loro ammanna,
già per urlare avrian le bocche aperte;
prima fien triste che le guance impeli
colui che mo si consola con nanna.
vedi che non pur io, ma questa gente
tutta rimira là dove ’l sol veli».
qual fosti meco, e qual io teco fui,
ancor fia grave il memorar presente.
che mi va innanzi, l’altr’ ier, quando tonda
vi si mostrò la suora di colui»,
notte menato m’ha d’i veri morti
con questa vera carne che ’l seconda.
salendo e rigirando la montagna
che drizza voi che ’l mondo fece torti.
che io sarò là dove fia Beatrice;
quivi convien che sanza lui rimagna.
e addita’lo; «e quest’ altro è quell’ ombra
per cuï scosse dianzi ogne pendicePurgatorio
Canto XXIV
facea, ma ragionando andavam forte,
sì come nave pinta da buon vento;
per le fosse de li occhi ammirazione
traean di me, di mio vivere accorte.
dissi: «Ella sen va sù forse più tarda
che non farebbe, per altrui cagione.
dimmi s’io veggio da notar persona
tra questa gente che sì mi riguarda».
non so qual fosse più, trïunfa lieta
ne l’alto Olimpo già di sua corona».
di nominar ciascun, da ch’è sì munta
nostra sembianza via per la dïeta.
Bonagiunta da Lucca; e quella faccia
di là da lui più che l’altre trapunta
dal Torso fu, e purga per digiuno
l’anguille di Bolsena e la vernaccia».
e del nomar parean tutti contenti,
sì ch’io però non vidi un atto bruno.
Ubaldin da la Pila e Bonifazio
che pasturò col rocco molte genti.
già di bere a Forlì con men secchezza,
e sì fu tal, che non si sentì sazio.
più d’un che d’altro, fei a quel da Lucca,
che più parea di me aver contezza.
sentiv’ io là, ov’ el sentia la piaga
de la giustizia che sì li pilucca.
di parlar meco, fa sì ch’io t’intenda,
e te e me col tuo parlare appaga».
cominciò el, «che ti farà piacere
la mia città, come ch’om la riprenda.
se nel mio mormorar prendesti errore,
dichiareranti ancor le cose vere.
trasse le nove rime, cominciando
‘Donne ch’avete intelletto d’amore’».
Amor mi spira, noto, e a quel modo
ch’e’ ditta dentro vo significando».
che ’l Notaro e Guittone e me ritenne
di qua dal dolce stil novo ch’i’ odo!
di retro al dittator sen vanno strette,
che de le nostre certo non avvenne;
non vede più da l’uno a l’altro stilo»;
e, quasi contentato, si tacette.
alcuna volta in aere fanno schiera,
poi volan più a fretta e vanno in filo,
volgendo ’l viso, raffrettò suo passo,
e per magrezza e per voler leggera.
lascia andar li compagni, e sì passeggia
fin che si sfoghi l’affollar del casso,
Forese, e dietro meco sen veniva,
dicendo: «Quando fia ch’io ti riveggia?».
ma già non fïa il tornar mio tantosto,
ch’io non sia col voler prima a la riva;
di giorno in giorno più di ben si spolpa,
e a trista ruina par disposto».
vegg’ ïo a coda d’una bestia tratto
inver’ la valle ove mai non si scolpa.
crescendo sempre, fin ch’ella il percuote,
e lascia il corpo vilmente disfatto.
e drizzò li occhi al ciel, «che ti fia chiaro
ciò che ’l mio dir più dichiarar non puote.
in questo regno, sì ch’io perdo troppo
venendo teco sì a paro a paro».
lo cavalier di schiera che cavalchi,
e va per farsi onor del primo intoppo,
e io rimasi in via con esso i due
che fuor del mondo sì gran marescalchi.
che li occhi miei si fero a lui seguaci,
come la mente a le parole sue,
d’un altro pomo, e non molto lontani
per esser pur allora vòlto in laci.
e gridar non so che verso le fronde,
quasi bramosi fantolini e vani
ma, per fare esser ben la voglia acuta,
tien alto lor disio e nol nasconde.
e noi venimmo al grande arbore adesso,
che tanti prieghi e lagrime rifiuta.
legno è più sù che fu morso da Eva,
e questa pianta si levò da esso».
per che Virgilio e Stazio e io, ristretti,
oltre andavam dal lato che si leva.
nei nuvoli formati, che, satolli,
Tesëo combatter co’ doppi petti;
per che no i volle Gedeon compagni,
quando inver’ Madïan discese i colli».
passammo, udendo colpe de la gola
seguite già da miseri guadagni.
ben mille passi e più ci portar oltre,
contemplando ciascun sanza parola.
sùbita voce disse; ond’ io mi scossi
come fan bestie spaventate e poltre.
e già mai non si videro in fornace
vetri o metalli sì lucenti e rossi,
montare in sù, qui si convien dar volta;
quinci si va chi vuole andar per pace».
per ch’io mi volsi dietro a’ miei dottori,
com’ om che va secondo ch’elli ascolta.
l’aura di maggio movesi e olezza,
tutta impregnata da l’erba e da’ fiori;
la fronte, e ben senti’ mover la piuma,
che fé sentir d’ambrosïa l’orezza.
tanto di grazia, che l’amor del gusto
nel petto lor troppo disir non fuma,Purgatorio
Canto XXV
ché ’l sole avëa il cerchio di merigge
lasciato al Tauro e la notte a lo Scorpio:
ma vassi a la via sua, che che li appaia,
se di bisogno stimolo il trafigge,
uno innanzi altro prendendo la scala
che per artezza i salitor dispaia.
per voglia di volare, e non s’attenta
d’abbandonar lo nido, e giù la cala;
di dimandar, venendo infino a l’atto
che fa colui ch’a dicer s’argomenta.
lo dolce padre mio, ma disse: «Scocca
l’arco del dir, che ’nfino al ferro hai tratto».
e cominciai: «Come si può far magro
là dove l’uopo di nodrir non tocca?».
si consumò al consumar d’un stizzo,
non fora», disse, «a te questo sì agro;
guizza dentro a lo specchio vostra image,
ciò che par duro ti parrebbe vizzo.
ecco qui Stazio; e io lui chiamo e prego
che sia or sanator de le tue piage».
rispuose Stazio, «là dove tu sie,
discolpi me non potert’ io far nego».
figlio, la mente tua guarda e riceve,
lume ti fiero al come che tu die.
da l’assetate vene, e si rimane
quasi alimento che di mensa leve,
virtute informativa, come quello
ch’a farsi quelle per le vene vane.
tacer che dire; e quindi poscia geme
sovr’ altrui sangue in natural vasello.
l’un disposto a patire, e l’altro a fare
per lo perfetto loco onde si preme;
coagulando prima, e poi avviva
ciò che per sua matera fé constare.
qual d’una pianta, in tanto differente,
che questa è in via e quella è già a riva,
come spungo marino; e indi imprende
ad organar le posse ond’ è semente.
la virtù ch’è dal cor del generante,
dove natura a tutte membra intende.
non vedi tu ancor: quest’ è tal punto,
che più savio di te fé già errante,
da l’anima il possibile intelletto,
perché da lui non vide organo assunto.
e sappi che, sì tosto come al feto
l’articular del cerebro è perfetto,
sovra tant’ arte di natura, e spira
spirito novo, di vertù repleto,
in sua sustanzia, e fassi un’alma sola,
che vive e sente e sé in sé rigira.
guarda il calor del sole che si fa vino,
giunto a l’omor che de la vite cola.
solvesi da la carne, e in virtute
ne porta seco e l’umano e ’l divino:
memoria, intelligenza e volontade
in atto molto più che prima agute.
mirabilmente a l’una de le rive;
quivi conosce prima le sue strade.
la virtù formativa raggia intorno
così e quanto ne le membra vive.
per l’altrui raggio che ’n sé si reflette,
di diversi color diventa addorno;
e in quella forma ch’è in lui suggella
virtüalmente l’alma che ristette;
che segue il foco là ’vunque si muta,
segue lo spirto sua forma novella.
è chiamata ombra; e quindi organa poi
ciascun sentire infino a la veduta.
quindi facciam le lagrime e ’ sospiri
che per lo monte aver sentiti puoi.
e li altri affetti, l’ombra si figura;
e quest’ è la cagion di che tu miri».
s’era per noi, e vòlto a la man destra,
ed eravamo attenti ad altra cura.
e la cornice spira fiato in suso
che la reflette e via da lei sequestra;
ad uno ad uno; e io temëa ’l foco
quinci, e quindi temeva cader giuso.
si vuol tenere a li occhi stretto il freno,
però ch’errar potrebbesi per poco».
al grande ardore allora udi’ cantando,
che di volger mi fé caler non meno;
per ch’io guardava a loro e a’ miei passi
compartendo la vista a quando a quando.
gridavano alto: ‘Virum non cognosco’;
indi ricominciavan l’inno bassi.
si tenne Diana, ed Elice caccionne
che di Venere avea sentito il tòsco».
gridavano e mariti che fuor casti
come virtute e matrimonio imponne.
per tutto il tempo che ’l foco li abbruscia:
con tal cura conviene e con tai pastiPurgatorio
Canto XXVI
ce n’andavamo, e spesso il buon maestro
diceami: «Guarda: giovi ch’io ti scaltro»;
che già, raggiando, tutto l’occidente
mutava in bianco aspetto di cilestro;
parer la fiamma; e pur a tanto indizio
vidi molt’ ombre, andando, poner mente.
loro a parlar di me; e cominciarsi
a dir: «Colui non par corpo fittizio»;
certi si fero, sempre con riguardo
di non uscir dove non fosser arsi.
ma forse reverente, a li altri dopo,
rispondi a me che ’n sete e ’n foco ardo.
ché tutti questi n’hanno maggior sete
che d’acqua fredda Indo o Etïopo.
al sol, pur come tu non fossi ancora
di morte intrato dentro da la rete».
già manifesto, s’io non fossi atteso
ad altra novità ch’apparve allora;
venne gente col viso incontro a questa,
la qual mi fece a rimirar sospeso.
ciascun’ ombra e basciarsi una con una
sanza restar, contente a brieve festa;
s’ammusa l’una con l’altra formica,
forse a spïar lor via e lor fortuna.
prima che ’l primo passo lì trascorra,
sopragridar ciascuna s’affatica:
e l’altra: «Ne la vacca entra Pasife,
perché ’l torello a sua lussuria corra».
volasser parte, e parte inver’ l’arene,
queste del gel, quelle del sole schife,
e tornan, lagrimando, a’ primi canti
e al gridar che più lor si convene;
essi medesmi che m’avean pregato,
attenti ad ascoltar ne’ lor sembianti.
incominciai: «O anime sicure
d’aver, quando che sia, di pace stato,
le membra mie di là, ma son qui meco
col sangue suo e con le sue giunture.
donna è di sopra che m’acquista grazia,
per che ’l mortal per vostro mondo reco.
tosto divegna, sì che ’l ciel v’alberghi
ch’è pien d’amore e più ampio si spazia,
chi siete voi, e chi è quella turba
che se ne va di retro a’ vostri terghi».
lo montanaro, e rimirando ammuta,
quando rozzo e salvatico s’inurba,
ma poi che furon di stupore scarche,
lo qual ne li alti cuor tosto s’attuta,
ricominciò colei che pria m’inchiese,
«per morir meglio, esperïenza imbarche!
di ciò per che già Cesar, trïunfando,
“Regina” contra sé chiamar s’intese:
rimproverando a sé com’ hai udito,
e aiutan l’arsura vergognando.
ma perché non servammo umana legge,
seguendo come bestie l’appetito,
quando partinci, il nome di colei
che s’imbestiò ne le ’mbestiate schegge.
se forse a nome vuo’ saper chi semo,
tempo non è di dire, e non saprei.
son Guido Guinizzelli, e già mi purgo
per ben dolermi prima ch’a lo stremo».
si fer due figli a riveder la madre,
tal mi fec’ io, ma non a tanto insurgo,
mio e de li altri miei miglior che mai
rime d’amore usar dolci e leggiadre;
lunga fïata rimirando lui,
né, per lo foco, in là più m’appressai.
tutto m’offersi pronto al suo servigio
con l’affermar che fa credere altrui.
per quel ch’i’ odo, in me, e tanto chiaro,
che Letè nol può tòrre né far bigio.
dimmi che è cagion per che dimostri
nel dire e nel guardar d’avermi caro».
che, quanto durerà l’uso moderno,
faranno cari ancora i loro incostri».
col dito», e additò un spirto innanzi,
«fu miglior fabbro del parlar materno.
soverchiò tutti; e lascia dir li stolti
che quel di Lemosì credon ch’avanzi.
e così ferman sua oppinïone
prima ch’arte o ragion per lor s’ascolti.
di grido in grido pur lui dando pregio,
fin che l’ha vinto il ver con più persone.
che licito ti sia l’andare al chiostro
nel quale è Cristo abate del collegio,
quanto bisogna a noi di questo mondo,
dove poter peccar non è più nostro».
che presso avea, disparve per lo foco,
come per l’acqua il pesce andando al fondo.
e dissi ch’al suo nome il mio disire
apparecchiava grazïoso loco.
«Tan m’abellis vostre cortes deman,
qu’ieu no me puesc ni voill a vos cobrire.
consiros vei la passada folor,
e vei jausen lo joi qu’esper, denan.
que vos guida al som de l’escalina,
sovenha vos a temps de ma dolor!».Purgatorio
Canto XXVII
là dove il suo fattor lo sangue sparse,
cadendo Ibero sotto l’alta Libra,
sì stava il sole; onde ’l giorno sen giva,
come l’angel di Dio lieto ci apparse.
e cantava ‘Beati mundo corde!’
in voce assai più che la nostra viva.
anime sante, il foco: intrate in esso,
e al cantar di là non siate sorde»,
per ch’io divenni tal, quando lo ’ntesi,
qual è colui che ne la fossa è messo.
guardando il foco e imaginando forte
umani corpi già veduti accesi.
e Virgilio mi disse: «Figliuol mio,
qui può esser tormento, ma non morte.
sovresso Gerïon ti guidai salvo,
che farò ora presso più a Dio?
di questa fiamma stessi ben mille anni,
non ti potrebbe far d’un capel calvo.
fatti ver’ lei, e fatti far credenza
con le tue mani al lembo d’i tuoi panni.
volgiti in qua e vieni: entra sicuro!».
E io pur fermo e contra coscïenza.
turbato un poco disse: «Or vedi, figlio:
tra Bëatrice e te è questo muro».
Piramo in su la morte, e riguardolla,
allor che ’l gelso diventò vermiglio;
mi volsi al savio duca, udendo il nome
che ne la mente sempre mi rampolla.
volenci star di qua?»; indi sorrise
come al fanciul si fa ch’è vinto al pome.
pregando Stazio che venisse retro,
che pria per lunga strada ci divise.
gittato mi sarei per rinfrescarmi,
tant’ era ivi lo ’ncendio sanza metro.
pur di Beatrice ragionando andava,
dicendo: «Li occhi suoi già veder parmi».
di là; e noi, attenti pur a lei,
venimmo fuor là ove si montava.
sonò dentro a un lume che lì era,
tal che mi vinse e guardar nol potei.
non v’arrestate, ma studiate il passo,
mentre che l’occidente non si annera».
verso tal parte ch’io toglieva i raggi
dinanzi a me del sol ch’era già basso.
che ’l sol corcar, per l’ombra che si spense,
sentimmo dietro e io e li miei saggi.
fosse orizzonte fatto d’uno aspetto,
e notte avesse tutte sue dispense,
ché la natura del monte ci affranse
la possa del salir più e ’l diletto.
le capre, state rapide e proterve
sovra le cime avante che sien pranse,
guardate dal pastor, che ’n su la verga
poggiato s’è e lor di posa serve;
lungo il pecuglio suo queto pernotta,
guardando perché fiera non lo sperga;
io come capra, ed ei come pastori,
fasciati quinci e quindi d’alta grotta.
ma, per quel poco, vedea io le stelle
di lor solere e più chiare e maggiori.
mi prese il sonno; il sonno che sovente,
anzi che ’l fatto sia, sa le novelle.
prima raggiò nel monte Citerea,
che di foco d’amor par sempre ardente,
donna vedere andar per una landa
cogliendo fiori; e cantando dicea:
ch’i’ mi son Lia, e vo movendo intorno
le belle mani a farmi una ghirlanda.
ma mia suora Rachel mai non si smaga
dal suo miraglio, e siede tutto giorno.
com’ io de l’addornarmi con le mani;
lei lo vedere, e me l’ovrare appaga».
che tanto a’ pellegrin surgon più grati,
quanto, tornando, albergan men lontani,
e ’l sonno mio con esse; ond’ io leva’mi,
veggendo i gran maestri già levati.
cercando va la cura de’ mortali,
oggi porrà in pace le tue fami».
parole usò; e mai non furo strenne
che fosser di piacere a queste iguali.
de l’esser sù, ch’ad ogne passo poi
al volo mi sentia crescer le penne.
fu corsa e fummo in su ’l grado superno,
in me ficcò Virgilio li occhi suoi,
veduto hai, figlio; e se’ venuto in parte
dov’ io per me più oltre non discerno.
lo tuo piacere omai prendi per duce;
fuor se’ de l’erte vie, fuor se’ de l’arte.
vedi l’erbette, i fiori e li arbuscelli
che qui la terra sol da sé produce.
che, lagrimando, a te venir mi fenno,
seder ti puoi e puoi andar tra elli.
libero, dritto e sano è tuo arbitrio,
e fallo fora non fare a suo senno:Purgatorio
Canto XXVIII
la divina foresta spessa e viva,
ch’a li occhi temperava il novo giorno,
prendendo la campagna lento lento
su per lo suol che d’ogne parte auliva.
avere in sé, mi feria per la fronte
non di più colpo che soave vento;
tutte quante piegavano a la parte
u’ la prim’ ombra gitta il santo monte;
tanto, che li augelletti per le cime
lasciasser d’operare ogne lor arte;
cantando, ricevieno intra le foglie,
che tenevan bordone a le sue rime,
per la pineta in su ’l lito di Chiassi,
quand’ Ëolo scilocco fuor discioglie.
dentro a la selva antica tanto, ch’io
non potea rivedere ond’ io mi ’ntrassi;
che ’nver’ sinistra con sue picciole onde
piegava l’erba che ’n sua ripa uscìo.
parrieno avere in sé mistura alcuna
verso di quella, che nulla nasconde,
sotto l’ombra perpetüa, che mai
raggiar non lascia sole ivi né luna.
di là dal fiumicello, per mirare
la gran varïazion d’i freschi mai;
subitamente cosa che disvia
per maraviglia tutto altro pensare,
e cantando e scegliendo fior da fiore
ond’ era pinta tutta la sua via.
ti scaldi, s’i’ vo’ credere a’ sembianti
che soglion esser testimon del core,
diss’ io a lei, «verso questa rivera,
tanto ch’io possa intender che tu canti.
Proserpina nel tempo che perdette
la madre lei, ed ella primavera».
a terra e intra sé, donna che balli,
e piede innanzi piede a pena mette,
fioretti verso me, non altrimenti
che vergine che li occhi onesti avvalli;
sì appressando sé, che ’l dolce suono
veniva a me co’ suoi intendimenti.
bagnate già da l’onde del bel fiume,
di levar li occhi suoi mi fece dono.
sotto le ciglia a Venere, trafitta
dal figlio fuor di tutto suo costume.
trattando più color con le sue mani,
che l’alta terra sanza seme gitta.
ma Elesponto, là ’ve passò Serse,
ancora freno a tutti orgogli umani,
per mareggiare intra Sesto e Abido,
che quel da me perch’ allor non s’aperse.
cominciò ella, «in questo luogo eletto
a l’umana natura per suo nido,
ma luce rende il salmo Delectasti,
che puote disnebbiar vostro intelletto.
dì s’altro vuoli udir; ch’i’ venni presta
ad ogne tua question tanto che basti».
impugnan dentro a me novella fede
di cosa ch’io udi’ contraria a questa».
per sua cagion ciò ch’ammirar ti face,
e purgherò la nebbia che ti fiede.
fé l’uom buono e a bene, e questo loco
diede per arr’ a lui d’etterna pace.
per sua difalta in pianto e in affanno
cambiò onesto riso e dolce gioco.
l’essalazion de l’acqua e de la terra,
che quanto posson dietro al calor vanno,
questo monte salìo verso ’l ciel tanto,
e libero n’è d’indi ove si serra.
l’aere si volge con la prima volta,
se non li è rotto il cerchio d’alcun canto,
ne l’aere vivo, tal moto percuote,
e fa sonar la selva perch’ è folta;
che de la sua virtute l’aura impregna
e quella poi, girando, intorno scuote;
per sé e per suo ciel, concepe e figlia
di diverse virtù diverse legna.
udito questo, quando alcuna pianta
sanza seme palese vi s’appiglia.
dove tu se’, d’ogne semenza è piena,
e frutto ha in sé che di là non si schianta.
che ristori vapor che gel converta,
come fiume ch’acquista e perde lena;
che tanto dal voler di Dio riprende,
quant’ ella versa da due parti aperta.
che toglie altrui memoria del peccato;
da l’altra d’ogne ben fatto la rende.
Eünoè si chiama, e non adopra
se quinci e quindi pria non è gustato:
E avvegna ch’assai possa esser sazia
la sete tua perch’ io più non ti scuopra,
né credo che ’l mio dir ti sia men caro,
se oltre promession teco si spazia.
l’età de l’oro e suo stato felice,
forse in Parnaso esto loco sognaro.
qui primavera sempre e ogne frutto;
nettare è questo di che ciascun dice».
a’ miei poeti, e vidi che con riso
udito avëan l’ultimo costrutto;Purgatorio
Canto XXIX
continüò col fin di sue parole:
‘Beati quorum tecta sunt peccata!’.
per le salvatiche ombre, disïando
qual di veder, qual di fuggir lo sole,
su per la riva; e io pari di lei,
picciol passo con picciol seguitando.
quando le ripe igualmente dier volta,
per modo ch’a levante mi rendei.
quando la donna tutta a me si torse,
dicendo: «Frate mio, guarda e ascolta».
da tutte parti per la gran foresta,
tal che di balenar mi mise in forse.
e quel, durando, più e più splendeva,
nel mio pensier dicea: ‘Che cosa è questa?’.
per l’aere luminoso; onde buon zelo
mi fé riprender l’ardimento d’Eva,
femmina, sola e pur testé formata,
non sofferse di star sotto alcun velo;
avrei quelle ineffabili delizie
sentite prima e più lunga fïata.
de l’etterno piacer tutto sospeso,
e disïoso ancora a più letizie,
ci si fé l’aere sotto i verdi rami;
e ’l dolce suon per canti era già inteso.
freddi o vigilie mai per voi soffersi,
cagion mi sprona ch’io mercé vi chiami.
e Uranìe m’aiuti col suo coro
forti cose a pensar mettere in versi.
falsava nel parere il lungo tratto
del mezzo ch’era ancor tra noi e loro;
che l’obietto comun, che ’l senso inganna,
non perdea per distanza alcun suo atto,
sì com’ elli eran candelabri apprese,
e ne le voci del cantare ‘Osanna’.
più chiaro assai che luna per sereno
di mezza notte nel suo mezzo mese.
al buon Virgilio, ed esso mi rispuose
con vista carca di stupor non meno.
che si movieno incontr’ a noi sì tardi,
che foran vinte da novelle spose.
sì ne l’affetto de le vive luci,
e ciò che vien di retro a lor non guardi?».
venire appresso, vestite di bianco;
e tal candor di qua già mai non fuci.
e rendea me la mia sinistra costa,
s’io riguardava in lei, come specchio anco.
che solo il fiume mi facea distante,
per veder meglio ai passi diedi sosta,
lasciando dietro a sé l’aere dipinto,
e di tratti pennelli avean sembiante;
di sette liste, tutte in quei colori
onde fa l’arco il Sole e Delia il cinto.
che la mia vista; e, quanto a mio avviso,
diece passi distavan quei di fori.
ventiquattro seniori, a due a due,
coronati venien di fiordaliso.
ne le figlie d’Adamo, e benedette
sieno in etterno le bellezze tue!».
a rimpetto di me da l’altra sponda
libere fuor da quelle genti elette,
vennero appresso lor quattro animali,
coronati ciascun di verde fronda.
le penne piene d’occhi; e li occhi d’Argo,
se fosser vivi, sarebber cotali.
rime, lettor; ch’altra spesa mi strigne,
tanto ch’a questa non posso esser largo;
come li vide da la fredda parte
venir con vento e con nube e con igne;
tali eran quivi, salvo ch’a le penne
Giovanni è meco e da lui si diparte.
un carro, in su due rote, trïunfale,
ch’al collo d’un grifon tirato venne.
tra la mezzana e le tre e tre liste,
sì ch’a nulla, fendendo, facea male.
le membra d’oro avea quant’ era uccello,
e bianche l’altre, di vermiglio miste.
rallegrasse Affricano, o vero Augusto,
ma quel del Sol saria pover con ello;
per l’orazion de la Terra devota,
quando fu Giove arcanamente giusto.
venian danzando; l’una tanto rossa
ch’a pena fora dentro al foco nota;
fossero state di smeraldo fatte;
la terza parea neve testé mossa;
or da la rossa; e dal canto di questa
l’altre toglien l’andare e tarde e ratte.
in porpore vestite, dietro al modo
d’una di lor ch’avea tre occhi in testa.
vidi due vecchi in abito dispari,
ma pari in atto e onesto e sodo.
di quel sommo Ipocràte che natura
a li animali fé ch’ell’ ha più cari;
con una spada lucida e aguta,
tal che di qua dal rio mi fé paura.
e di retro da tutti un vecchio solo
venir, dormendo, con la faccia arguta.
erano abitüati, ma di gigli
dintorno al capo non facëan brolo,
giurato avria poco lontano aspetto
che tutti ardesser di sopra da’ cigli.
un tuon s’udì, e quelle genti degne
parvero aver l’andar più interdetto,Purgatorio
Canto XXX
che né occaso mai seppe né orto
né d’altra nebbia che di colpa velo,
di suo dover, come ’l più basso face
qual temon gira per venire a porto,
venuta prima tra ’l grifone ed esso,
al carro volse sé come a sua pace;
‘Veni, sponsa, de Libano’ cantando
gridò tre volte, e tutti li altri appresso.
surgeran presti ognun di sua caverna,
la revestita voce alleluiando,
si levar cento, ad vocem tanti senis,
ministri e messaggier di vita etterna.
e fior gittando e di sopra e dintorno,
‘Manibus, oh, date lilïa plenis!’.
la parte orïental tutta rosata,
e l’altro ciel di bel sereno addorno;
sì che per temperanza di vapori
l’occhio la sostenea lunga fïata:
che da le mani angeliche saliva
e ricadeva in giù dentro e di fori,
donna m’apparve, sotto verde manto
vestita di color di fiamma viva.
tempo era stato ch’a la sua presenza
non era di stupor, tremando, affranto,
per occulta virtù che da lei mosse,
d’antico amor sentì la gran potenza.
l’alta virtù che già m’avea trafitto
prima ch’io fuor di püerizia fosse,
col quale il fantolin corre a la mamma
quando ha paura o quando elli è afflitto,
di sangue m’è rimaso che non tremi:
conosco i segni de l’antica fiamma’.
di sé, Virgilio dolcissimo patre,
Virgilio a cui per mia salute die’mi;
valse a le guance nette di rugiada,
che, lagrimando, non tornasser atre.
non pianger anco, non piangere ancora;
ché pianger ti conven per altra spada».
viene a veder la gente che ministra
per li altri legni, e a ben far l’incora;
quando mi volsi al suon del nome mio,
che di necessità qui si registra,
velata sotto l’angelica festa,
drizzar li occhi ver’ me di qua dal rio.
cerchiato de le fronde di Minerva,
non la lasciasse parer manifesta,
continüò come colui che dice
e ’l più caldo parlar dietro reserva:
Come degnasti d’accedere al monte?
non sapei tu che qui è l’uom felice?».
ma veggendomi in esso, i trassi a l’erba,
tanta vergogna mi gravò la fronte.
com’ ella parve a me; perché d’amaro
sente il sapor de la pietade acerba.
di sùbito ‘In te, Domine, speravi’;
ma oltre ‘pedes meos’ non passaro.
per lo dosso d’Italia si congela,
soffiata e stretta da li venti schiavi,
pur che la terra che perde ombra spiri,
sì che par foco fonder la candela;
anzi ’l cantar di quei che notan sempre
dietro a le note de li etterni giri;
lor compatire a me, par che se detto
avesser: ‘Donna, perché sì lo stempre?’,
spirito e acqua fessi, e con angoscia
de la bocca e de li occhi uscì del petto.
del carro stando, a le sustanze pie
volse le sue parole così poscia:
sì che notte né sonno a voi non fura
passo che faccia il secol per sue vie;
che m’intenda colui che di là piagne,
perché sia colpa e duol d’una misura.
che drizzan ciascun seme ad alcun fine
secondo che le stelle son compagne,
che sì alti vapori hanno a lor piova,
che nostre viste là non van vicine,
virtüalmente, ch’ogne abito destro
fatto averebbe in lui mirabil prova.
si fa ’l terren col mal seme e non cólto,
quant’ elli ha più di buon vigor terrestro.
mostrando li occhi giovanetti a lui,
meco il menava in dritta parte vòlto.
di mia seconda etade e mutai vita,
questi si tolse a me, e diessi altrui.
e bellezza e virtù cresciuta m’era,
fu’ io a lui men cara e men gradita;
imagini di ben seguendo false,
che nulla promession rendono intera.
con le quali e in sogno e altrimenti
lo rivocai: sì poco a lui ne calse!
a la salute sua eran già corti,
fuor che mostrarli le perdute genti.
e a colui che l’ha qua sù condotto,
li prieghi miei, piangendo, furon porti.
se Letè si passasse e tal vivanda
fosse gustata sanza alcuno scottoPurgatorio
Canto XXXI
volgendo suo parlare a me per punta,
che pur per taglio m’era paruto acro,
«dì, dì se questo è vero: a tanta accusa
tua confession conviene esser congiunta».
che la voce si mosse, e pria si spense
che da li organi suoi fosse dischiusa.
Rispondi a me; ché le memorie triste
in te non sono ancor da l’acqua offense».
mi pinsero un tal «sì» fuor de la bocca,
al quale intender fuor mestier le viste.
da troppa tesa, la sua corda e l’arco,
e con men foga l’asta il segno tocca,
fuori sgorgando lagrime e sospiri,
e la voce allentò per lo suo varco.
che ti menavano ad amar lo bene
di là dal qual non è a che s’aspiri,
trovasti, per che del passare innanzi
dovessiti così spogliar la spene?
ne la fronte de li altri si mostraro,
per che dovessi lor passeggiare anzi?».
a pena ebbi la voce che rispuose,
e le labbra a fatica la formaro.
col falso lor piacer volser miei passi,
tosto che ’l vostro viso si nascose».
ciò che confessi, non fora men nota
la colpa tua: da tal giudice sassi!
l’accusa del peccato, in nostra corte
rivolge sé contra ’l taglio la rota.
del tuo errore, e perché altra volta,
udendo le serene, sie più forte,
sì udirai come in contraria parte
mover dovieti mia carne sepolta.
piacer, quanto le belle membra in ch’io
rinchiusa fui, e che so’ ’n terra sparte;
per la mia morte, qual cosa mortale
dovea poi trarre te nel suo disio?
de le cose fallaci, levar suso
di retro a me che non era più tale.
ad aspettar più colpo, o pargoletta
o altra novità con sì breve uso.
ma dinanzi da li occhi d’i pennuti
rete si spiega indarno o si saetta».
con li occhi a terra stannosi, ascoltando
e sé riconoscendo e ripentuti,
per udir se’ dolente, alza la barba,
e prenderai più doglia riguardando».
robusto cerro, o vero al nostral vento
o vero a quel de la terra di Iarba,
e quando per la barba il viso chiese,
ben conobbi il velen de l’argomento.
posarsi quelle prime creature
da loro aspersïon l’occhio comprese;
vider Beatrice volta in su la fiera
ch’è sola una persona in due nature.
vincer pariemi più sé stessa antica,
vincer che l’altre qui, quand’ ella c’era.
che di tutte altre cose qual mi torse
più nel suo amor, più mi si fé nemica.
ch’io caddi vinto; e quale allora femmi,
salsi colei che la cagion mi porse.
la donna ch’io avea trovata sola
sopra me vidi, e dicea: «Tiemmi, tiemmi!».
e tirandosi me dietro sen giva
sovresso l’acqua lieve come scola.
‘Asperges me’ sì dolcemente udissi,
che nol so rimembrar, non ch’io lo scriva.
abbracciommi la testa e mi sommerse
ove convenne ch’io l’acqua inghiottissi.
dentro a la danza de le quattro belle;
e ciascuna del braccio mi coperse.
pria che Beatrice discendesse al mondo,
fummo ordinate a lei per sue ancelle.
lume ch’è dentro aguzzeranno i tuoi
le tre di là, che miran più profondo».
al petto del grifon seco menarmi,
ove Beatrice stava volta a noi.
posto t’avem dinanzi a li smeraldi
ond’ Amor già ti trasse le sue armi».
strinsermi li occhi a li occhi rilucenti,
che pur sopra ’l grifone stavan saldi.
la doppia fiera dentro vi raggiava,
or con altri, or con altri reggimenti.
quando vedea la cosa in sé star queta,
e ne l’idolo suo si trasmutava.
l’anima mia gustava di quel cibo
che, saziando di sé, di sé asseta,
ne li atti, l’altre tre si fero avanti,
danzando al loro angelico caribo.
era la sua canzone, «al tuo fedele
che, per vederti, ha mossi passi tanti!
a lui la bocca tua, sì che discerna
la seconda bellezza che tu cele».
chi palido si fece sotto l’ombra
sì di Parnaso, o bevve in sua cisterna,
tentando a render te qual tu paresti
là dove armonizzando il ciel t’adombra,Purgatorio
Canto XXXII
a disbramarsi la decenne sete,
che li altri sensi m’eran tutti spenti.
di non caler—così lo santo riso
a sé traéli con l’antica rete!—;
ver’ la sinistra mia da quelle dee,
perch’ io udi’ da loro un «Troppo fiso!»;
ne li occhi pur testé dal sol percossi,
sanza la vista alquanto esser mi fée.
(e dico ‘al poco’ per rispetto al molto
sensibile onde a forza mi rimossi),
lo glorïoso essercito, e tornarsi
col sole e con le sette fiamme al volto.
volgesi schiera, e sé gira col segno,
prima che possa tutta in sé mutarsi;
che procedeva, tutta trapassonne
pria che piegasse il carro il primo legno.
e ’l grifon mosse il benedetto carco
sì, che però nulla penna crollonne.
e Stazio e io seguitavam la rota
che fé l’orbita sua con minore arco.
colpa di quella ch’al serpente crese,
temprava i passi un’angelica nota.
disfrenata saetta, quanto eramo
rimossi, quando Bëatrice scese.
poi cerchiaro una pianta dispogliata
di foglie e d’altra fronda in ciascun ramo.
più quanto più è sù, fora da l’Indi
ne’ boschi lor per altezza ammirata.
col becco d’esto legno dolce al gusto,
poscia che mal si torce il ventre quindi».
gridaron li altri; e l’animal binato:
«Sì si conserva il seme d’ogne giusto».
trasselo al piè de la vedova frasca,
e quel di lei a lei lasciò legato.
giù la gran luce mischiata con quella
che raggia dietro a la celeste lasca,
di suo color ciascuna, pria che ’l sole
giunga li suoi corsier sotto altra stella;
colore aprendo, s’innovò la pianta,
che prima avea le ramora sì sole.
l’inno che quella gente allor cantaro,
né la nota soffersi tutta quanta.
li occhi spietati udendo di Siringa,
li occhi a cui pur vegghiar costò sì caro;
disegnerei com’ io m’addormentai;
ma qual vuol sia che l’assonnar ben finga.
e dico ch’un splendor mi squarciò ’l velo
del sonno, e un chiamar: «Surgi: che fai?».
che del suo pome li angeli fa ghiotti
e perpetüe nozze fa nel cielo,
e vinti, ritornaro a la parola
da la qual furon maggior sonni rotti,
così di Moïsè come d’Elia,
e al maestro suo cangiata stola;
sovra me starsi che conducitrice
fu de’ miei passi lungo ’l fiume pria.
Ond’ ella: «Vedi lei sotto la fronda
nova sedere in su la sua radice.
li altri dopo ’l grifon sen vanno suso
con più dolce canzone e più profonda».
non so, però che già ne li occhi m’era
quella ch’ad altro intender m’avea chiuso.
come guardia lasciata lì del plaustro
che legar vidi a la biforme fera.
le sette ninfe, con quei lumi in mano
che son sicuri d’Aquilone e d’Austro.
e sarai meco sanza fine cive
di quella Roma onde Cristo è romano.
al carro tieni or li occhi, e quel che vedi,
ritornato di là, fa che tu scrive».
d’i suoi comandamenti era divoto,
la mente e li occhi ov’ ella volle diedi.
foco di spessa nube, quando piove
da quel confine che più va remoto,
per l’alber giù, rompendo de la scorza,
non che d’i fiori e de le foglie nove;
ond’ el piegò come nave in fortuna,
vinta da l’onda, or da poggia, or da orza.
del trïunfal veiculo una volpe
che d’ogne pasto buon parea digiuna;
la donna mia la volse in tanta futa
quanto sofferser l’ossa sanza polpe.
l’aguglia vidi scender giù ne l’arca
del carro e lasciar lei di sé pennuta;
tal voce uscì del cielo e cotal disse:
«O navicella mia, com’ mal se’ carca!».
tr’ambo le ruote, e vidi uscirne un drago
che per lo carro sù la coda fisse;
a sé traendo la coda maligna,
trasse del fondo, e gissen vago vago.
vivace terra, da la piuma, offerta
forse con intenzion sana e benigna,
e l’una e l’altra rota e ’l temo, in tanto
che più tiene un sospir la bocca aperta.
mise fuor teste per le parti sue,
tre sovra ’l temo e una in ciascun canto.
ma le quattro un sol corno avean per fronte:
simile mostro visto ancor non fue.
seder sovresso una puttana sciolta
m’apparve con le ciglia intorno pronte;
vidi di costa a lei dritto un gigante;
e basciavansi insieme alcuna volta.
a me rivolse, quel feroce drudo
la flagellò dal capo infin le piante;
disciolse il mostro, e trassel per la selva,
tanto che sol di lei mi fece scudoPurgatorio
Canto XXXIII
or tre or quattro dolce salmodia,
le donne incominciaro, e lagrimando;
quelle ascoltava sì fatta, che poco
più a la croce si cambiò Maria.
a lei di dir, levata dritta in pè,
rispuose, colorata come foco:
et iterum, sorelle mie dilette,
modicum, et vos videbitis me’.
e dopo sé, solo accennando, mosse
me e la donna e ’l savio che ristette.
lo decimo suo passo in terra posto,
quando con li occhi li occhi mi percosse;
mi disse, «tanto che, s’io parlo teco,
ad ascoltarmi tu sie ben disposto».
dissemi: «Frate, perché non t’attenti
a domandarmi omai venendo meco?».
dinanzi a suo maggior parlando sono,
che non traggon la voce viva ai denti,
incominciai: «Madonna, mia bisogna
voi conoscete, e ciò ch’ad essa è buono».
voglio che tu omai ti disviluppe,
sì che non parli più com’ om che sogna.
fu e non è; ma chi n’ha colpa, creda
che vendetta di Dio non teme suppe.
l’aguglia che lasciò le penne al carro,
per che divenne mostro e poscia preda;
a darne tempo già stelle propinque,
secure d’ogn’ intoppo e d’ogne sbarro,
messo di Dio, anciderà la fuia
con quel gigante che con lei delinque.
qual Temi e Sfinge, men ti persuade,
perch’ a lor modo lo ’ntelletto attuia;
che solveranno questo enigma forte
sanza danno di pecore o di biade.
così queste parole segna a’ vivi
del viver ch’è un correre a la morte.
di non celar qual hai vista la pianta
ch’è or due volte dirubata quivi.
con bestemmia di fatto offende a Dio,
che solo a l’uso suo la creò santa.
cinquemilia anni e più l’anima prima
bramò colui che ’l morso in sé punio.
per singular cagione esser eccelsa
lei tanto e sì travolta ne la cima.
li pensier vani intorno a la tua mente,
e ’l piacer loro un Piramo a la gelsa,
la giustizia di Dio, ne l’interdetto,
conosceresti a l’arbor moralmente.
fatto di pietra e, impetrato, tinto,
sì che t’abbaglia il lume del mio detto,
che ’l te ne porti dentro a te per quello
che si reca il bordon di palma cinto».
che la figura impressa non trasmuta,
segnato è or da voi lo mio cervello.
vostra parola disïata vola,
che più la perde quanto più s’aiuta?».
c’hai seguitata, e veggi sua dottrina
come può seguitar la mia parola;
distar cotanto, quanto si discorda
da terra il ciel che più alto festina».
ch’i’ stranïasse me già mai da voi,
né honne coscïenza che rimorda».
sorridendo rispuose, «or ti rammenta
come bevesti di Letè ancoi;
cotesta oblivïon chiaro conchiude
colpa ne la tua voglia altrove attenta.
le mie parole, quanto converrassi
quelle scovrire a la tua vista rude».
teneva il sole il cerchio di merigge,
che qua e là, come li aspetti, fassi,
chi va dinanzi a gente per iscorta
se trova novitate o sue vestigge,
qual sotto foglie verdi e rami nigri
sovra suoi freddi rivi l’alpe porta.
veder mi parve uscir d’una fontana,
e, quasi amici, dipartirsi pigri.
che acqua è questa che qui si dispiega
da un principio e sé da sé lontana?».
Matelda che ’l ti dica». E qui rispuose,
come fa chi da colpa si dislega,
dette li son per me; e son sicura
che l’acqua di Letè non gliel nascose».
che spesse volte la memoria priva,
fatt’ ha la mente sua ne li occhi oscura.
menalo ad esso, e come tu se’ usa,
la tramortita sua virtù ravviva».
ma fa sua voglia de la voglia altrui
tosto che è per segno fuor dischiusa;
la bella donna mossesi, e a Stazio
donnescamente disse: «Vien con lui».
da scrivere, i’ pur cantere’ in parte
lo dolce ber che mai non m’avria sazio;
ordite a questa cantica seconda,
non mi lascia più ir lo fren de l’arte.
rifatto sì come piante novelle
rinovellate di novella fronda,PARADISO
Paradiso
Canto I
per l’universo penetra, e risplende
in una parte più e meno altrove.
fu’ io, e vidi cose che ridire
né sa né può chi di là sù discende;
nostro intelletto si profonda tanto,
che dietro la memoria non può ire.
ne la mia mente potei far tesoro,
sarà ora materia del mio canto.
fammi del tuo valor sì fatto vaso,
come dimandi a dar l’amato alloro.
assai mi fu; ma or con amendue
m’è uopo intrar ne l’aringo rimaso.
sì come quando Marsïa traesti
de la vagina de le membra sue.
tanto che l’ombra del beato regno
segnata nel mio capo io manifesti,
venire, e coronarmi de le foglie
che la materia e tu mi farai degno.
per trïunfare o cesare o poeta,
colpa e vergogna de l’umane voglie,
delfica deïtà dovria la fronda
peneia, quando alcun di sé asseta.
forse di retro a me con miglior voci
si pregherà perché Cirra risponda.
la lucerna del mondo; ma da quella
che quattro cerchi giugne con tre croci,
esce congiunta, e la mondana cera
più a suo modo tempera e suggella.
tal foce, e quasi tutto era là bianco
quello emisperio, e l’altra parte nera,
vidi rivolta e riguardar nel sole:
aguglia sì non li s’affisse unquanco.
uscir del primo e risalire in suso,
pur come pelegrin che tornar vuole,
ne l’imagine mia, il mio si fece,
e fissi li occhi al sole oltre nostr’ uso.
a le nostre virtù, mercé del loco
fatto per proprio de l’umana spece.
ch’io nol vedessi sfavillar dintorno,
com’ ferro che bogliente esce del foco;
essere aggiunto, come quei che puote
avesse il ciel d’un altro sole addorno.
fissa con li occhi stava; e io in lei
le luci fissi, di là sù rimote.
qual si fé Glauco nel gustar de l’erba
che ’l fé consorto in mar de li altri dèi.
non si poria; però l’essemplo basti
a cui esperïenza grazia serba.
novellamente, amor che ’l ciel governi,
tu ’l sai, che col tuo lume mi levasti.
desiderato, a sé mi fece atteso
con l’armonia che temperi e discerni,
de la fiamma del sol, che pioggia o fiume
lago non fece alcun tanto disteso.
di lor cagion m’accesero un disio
mai non sentito di cotanto acume.
a quïetarmi l’animo commosso,
pria ch’io a dimandar, la bocca aprio
col falso imaginar, sì che non vedi
ciò che vedresti se l’avessi scosso.
ma folgore, fuggendo il proprio sito,
non corse come tu ch’ad esso riedi».
per le sorrise parolette brevi,
dentro ad un nuovo più fu’ inretito
di grande ammirazion; ma ora ammiro
com’ io trascenda questi corpi levi».
li occhi drizzò ver’ me con quel sembiante
che madre fa sovra figlio deliro,
hanno ordine tra loro, e questo è forma
che l’universo a Dio fa simigliante.
de l’etterno valore, il qual è fine
al quale è fatta la toccata norma.
tutte nature, per diverse sorti,
più al principio loro e men vicine;
per lo gran mar de l’essere, e ciascuna
con istinto a lei dato che la porti.
questi ne’ cor mortali è permotore;
questi la terra in sé stringe e aduna;
d’intelligenza quest’ arco saetta,
ma quelle c’hanno intelletto e amore.
del suo lume fa ’l ciel sempre quïeto
nel qual si volge quel c’ha maggior fretta;
cen porta la virtù di quella corda
che ciò che scocca drizza in segno lieto.
molte fïate a l’intenzion de l’arte,
perch’ a risponder la materia è sorda,
talor la creatura, c’ha podere
di piegar, così pinta, in altra parte;
foco di nube, sì l’impeto primo
l’atterra torto da falso piacere.
lo tuo salir, se non come d’un rivo
se d’alto monte scende giuso ad imo.
d’impedimento, giù ti fossi assiso,
com’ a terra quïete in foco vivo».Paradiso
Canto II
desiderosi d’ascoltar, seguiti
dietro al mio legno che cantando varca,
non vi mettete in pelago, ché forse,
perdendo me, rimarreste smarriti.
Minerva spira, e conducemi Appollo,
e nove Muse mi dimostran l’Orse.
per tempo al pan de li angeli, del quale
vivesi qui ma non sen vien satollo,
vostro navigio, servando mio solco
dinanzi a l’acqua che ritorna equale.
non s’ammiraron come voi farete,
quando Iasón vider fatto bifolco.
del deïforme regno cen portava
veloci quasi come ’l ciel vedete.
e forse in tanto in quanto un quadrel posa
e vola e da la noce si dischiava,
mi torse il viso a sé; e però quella
cui non potea mia cura essere ascosa,
«Drizza la mente in Dio grata», mi disse,
«che n’ha congiunti con la prima stella».
lucida, spessa, solida e pulita,
quasi adamante che lo sol ferisse.
ne ricevette, com’ acqua recepe
raggio di luce permanendo unita.
com’ una dimensione altra patio,
ch’esser convien se corpo in corpo repe,
di veder quella essenza in che si vede
come nostra natura e Dio s’unio.
non dimostrato, ma fia per sé noto
a guisa del ver primo che l’uom crede.
com’ esser posso più, ringrazio lui
lo qual dal mortal mondo m’ha remoto.
di questo corpo, che là giuso in terra
fan di Cain favoleggiare altrui?».
l’oppinïon», mi disse, «d’i mortali
dove chiave di senso non diserra,
d’ammirazione omai, poi dietro ai sensi
vedi che la ragione ha corte l’ali.
E io: «Ciò che n’appar qua sù diverso
credo che fanno i corpi rari e densi».
nel falso il creder tuo, se bene ascolti
l’argomentar ch’io li farò avverso.
lumi, li quali e nel quale e nel quanto
notar si posson di diversi volti.
una sola virtù sarebbe in tutti,
più e men distributa e altrettanto.
di princìpi formali, e quei, for ch’uno,
seguiterieno a tua ragion distrutti.
cagion che tu dimandi, o d’oltre in parte
fora di sua materia sì digiuno
lo grasso e ’l magro un corpo, così questo
nel suo volume cangerebbe carte.
ne l’eclissi del sol, per trasparere
lo lume come in altro raro ingesto.
de l’altro; e s’elli avvien ch’io l’altro cassi,
falsificato fia lo tuo parere.
esser conviene un termine da onde
lo suo contrario più passar non lassi;
così come color torna per vetro
lo qual di retro a sé piombo nasconde.
ivi lo raggio più che in altre parti,
per esser lì refratto più a retro.
esperïenza, se già mai la provi,
ch’esser suol fonte ai rivi di vostr’ arti.
da te d’un modo, e l’altro, più rimosso,
tr’ambo li primi li occhi tuoi ritrovi.
ti stea un lume che i tre specchi accenda
e torni a te da tutti ripercosso.
la vista più lontana, lì vedrai
come convien ch’igualmente risplenda.
de la neve riman nudo il suggetto
e dal colore e dal freddo primai,
voglio informar di luce sì vivace,
che ti tremolerà nel suo aspetto.
si gira un corpo ne la cui virtute
l’esser di tutto suo contento giace.
quell’ esser parte per diverse essenze,
da lui distratte e da lui contenute.
le distinzion che dentro da sé hanno
dispongono a lor fini e lor semenze.
come tu vedi omai, di grado in grado,
che di sù prendono e di sotto fanno.
per questo loco al vero che disiri,
sì che poi sappi sol tener lo guado.
come dal fabbro l’arte del martello,
da’ beati motor convien che spiri;
de la mente profonda che lui volve
prende l’image e fassene suggello.
per differenti membra e conformate
a diverse potenze si risolve,
multiplicata per le stelle spiega,
girando sé sovra sua unitate.
col prezïoso corpo ch’ella avviva,
nel qual, sì come vita in voi, si lega.
la virtù mista per lo corpo luce
come letizia per pupilla viva.
par differente, non da denso e raro;
essa è formal principio che produce,Paradiso
Canto III
di bella verità m’avea scoverto,
provando e riprovando, il dolce aspetto;
me stesso, tanto quanto si convenne
leva’ il capo a proferer più erto;
a sé me tanto stretto, per vedersi,
che di mia confession non mi sovvenne.
o ver per acque nitide e tranquille,
non sì profonde che i fondi sien persi,
debili sì, che perla in bianca fronte
non vien men forte a le nostre pupille;
per ch’io dentro a l’error contrario corsi
a quel ch’accese amor tra l’omo e ’l fonte.
quelle stimando specchiati sembianti,
per veder di cui fosser, li occhi torsi;
dritti nel lume de la dolce guida,
che, sorridendo, ardea ne li occhi santi.
mi disse, «appresso il tuo püeril coto,
poi sopra ’l vero ancor lo piè non fida,
vere sustanze son ciò che tu vedi,
qui rilegate per manco di voto.
ché la verace luce che le appaga
da sé non lascia lor torcer li piedi».
di ragionar, drizza’mi, e cominciai,
quasi com’ uom cui troppa voglia smaga:
di vita etterna la dolcezza senti
che, non gustata, non s’intende mai,
del nome tuo e de la vostra sorte».
Ond’ ella, pronta e con occhi ridenti:
a giusta voglia, se non come quella
che vuol simile a sé tutta sua corte.
e se la mente tua ben sé riguarda,
non mi ti celerà l’esser più bella,
che, posta qui con questi altri beati,
beata sono in la spera più tarda.
son nel piacer de lo Spirito Santo,
letizian del suo ordine formati.
però n’è data, perché fuor negletti
li nostri voti, e vòti in alcun canto».
vostri risplende non so che divino
che vi trasmuta da’ primi concetti:
ma or m’aiuta ciò che tu mi dici,
sì che raffigurar m’è più latino.
disiderate voi più alto loco
per più vedere e per più farvi amici?».
da indi mi rispuose tanto lieta,
ch’arder parea d’amor nel primo foco:
virtù di carità, che fa volerne
sol quel ch’avemo, e d’altro non ci asseta.
foran discordi li nostri disiri
dal voler di colui che qui ne cerne;
s’essere in carità è qui necesse,
e se la sua natura ben rimiri.
tenersi dentro a la divina voglia,
per ch’una fansi nostre voglie stesse;
per questo regno, a tutto il regno piace
com’ a lo re che ’n suo voler ne ’nvoglia.
ell’ è quel mare al qual tutto si move
ciò ch’ella crïa o che natura face».
in cielo è paradiso, etsi la grazia
del sommo ben d’un modo non vi piove.
e d’un altro rimane ancor la gola,
che quel si chere e di quel si ringrazia,
per apprender da lei qual fu la tela
onde non trasse infino a co la spuola.
donna più sù», mi disse, «a la cui norma
nel vostro mondo giù si veste e vela,
con quello sposo ch’ogne voto accetta
che caritate a suo piacer conforma.
fuggi’mi, e nel suo abito mi chiusi
e promisi la via de la sua setta.
fuor mi rapiron de la dolce chiostra:
Iddio si sa qual poi mia vita fusi.
da la mia destra parte e che s’accende
di tutto il lume de la spera nostra,
sorella fu, e così le fu tolta
di capo l’ombra de le sacre bende.
contra suo grado e contra buona usanza,
non fu dal vel del cor già mai disciolta.
che del secondo vento di Soave
generò ’l terzo e l’ultima possanza».
Maria’ cantando, e cantando vanio
come per acqua cupa cosa grave.
quanto possibil fu, poi che la perse,
volsesi al segno di maggior disio,
ma quella folgorò nel mïo sguardo
sì che da prima il viso non sofferse;Paradiso
Canto IV
d’un modo, prima si morria di fame,
che liber’ omo l’un recasse ai denti;
di fieri lupi, igualmente temendo;
sì si starebbe un cane intra due dame:
da li miei dubbi d’un modo sospinto,
poi ch’era necessario, né commendo.
m’era nel viso, e ’l dimandar con ello,
più caldo assai che per parlar distinto.
Nabuccodonosor levando d’ira,
che l’avea fatto ingiustamente fello;
uno e altro disio, sì che tua cura
sé stessa lega sì che fuor non spira.
la vïolenza altrui per qual ragione
di meritar mi scema la misura?”.
parer tornarsi l’anime a le stelle,
secondo la sentenza di Platone.
pontano igualmente; e però pria
tratterò quella che più ha di felle.
Moïsè, Samuel, e quel Giovanni
che prender vuoli, io dico, non Maria,
che questi spirti che mo t’appariro,
né hanno a l’esser lor più o meno anni;
e differentemente han dolce vita
per sentir più e men l’etterno spiro.
sia questa spera lor, ma per far segno
de la celestïal c’ha men salita.
però che solo da sensato apprende
ciò che fa poscia d’intelletto degno.
a vostra facultate, e piedi e mano
attribuisce a Dio e altro intende;
Gabrïel e Michel vi rappresenta,
e l’altro che Tobia rifece sano.
non è simile a ciò che qui si vede,
però che, come dice, par che senta.
credendo quella quindi esser decisa
quando natura per forma la diede;
che la voce non suona, ed esser puote
con intenzion da non esser derisa.
l’onor de la influenza e ’l biasmo, forse
in alcun vero suo arco percuote.
già tutto il mondo quasi, sì che Giove,
Mercurio e Marte a nominar trascorse.
ha men velen, però che sua malizia
non ti poria menar da me altrove.
ne li occhi d’i mortali, è argomento
di fede e non d’eretica nequizia.
ben penetrare a questa veritate,
come disiri, ti farò contento.
nïente conferisce a quel che sforza,
non fuor quest’ alme per essa scusate:
ma fa come natura face in foco,
se mille volte vïolenza il torza.
segue la forza; e così queste fero
possendo rifuggir nel santo loco.
come tenne Lorenzo in su la grada,
e fece Muzio a la sua man severo,
ond’ eran tratte, come fuoro sciolte;
ma così salda voglia è troppo rada.
l’hai come dei, è l’argomento casso
che t’avria fatto noia ancor più volte.
dinanzi a li occhi, tal che per te stesso
non usciresti: pria saresti lasso.
ch’alma beata non poria mentire,
però ch’è sempre al primo vero appresso;
che l’affezion del vel Costanza tenne;
sì ch’ella par qui meco contradire.
che, per fuggir periglio, contra grato
si fé di quel che far non si convenne;
dal padre suo, la propria madre spense,
per non perder pietà si fé spietato.
che la forza al voler si mischia, e fanno
sì che scusar non si posson l’offense.
ma consentevi in tanto in quanto teme,
se si ritrae, cadere in più affanno.
de la voglia assoluta intende, e io
de l’altra; sì che ver diciamo insieme».
ch’uscì del fonte ond’ ogne ver deriva;
tal puose in pace uno e altro disio.
diss’ io appresso, «il cui parlar m’inonda
e scalda sì, che più e più m’avviva,
che basti a render voi grazia per grazia;
ma quei che vede e puote a ciò risponda.
nostro intelletto, se ’l ver non lo illustra
di fuor dal qual nessun vero si spazia.
tosto che giunto l’ha; e giugner puollo:
se non, ciascun disio sarebbe frustra.
a piè del vero il dubbio; ed è natura
ch’al sommo pinge noi di collo in collo.
con reverenza, donna, a dimandarvi
d’un’altra verità che m’è oscura.
ai voti manchi sì con altri beni,
ch’a la vostra statera non sien parvi».
di faville d’amor così divini,
che, vinta, mia virtute diè le reni,Paradiso
Canto V
di là dal modo che ’n terra si vede,
sì che del viso tuo vinco il valore,
da perfetto veder, che, come apprende,
così nel bene appreso move il piede.
ne l’intelletto tuo l’etterna luce,
che, vista, sola e sempre amore accende;
non è se non di quella alcun vestigio,
mal conosciuto, che quivi traluce.
per manco voto, si può render tanto
che l’anima sicuri di letigio».
e sì com’ uom che suo parlar non spezza,
continüò così ’l processo santo:
fesse creando, e a la sua bontate
più conformato, e quel ch’e’ più apprezza,
di che le creature intelligenti,
e tutte e sole, fuoro e son dotate.
l’alto valor del voto, s’è sì fatto
che Dio consenta quando tu consenti;
vittima fassi di questo tesoro,
tal quale io dico; e fassi col suo atto.
Se credi bene usar quel c’hai offerto,
di maltolletto vuo’ far buon lavoro.
ma perché Santa Chiesa in ciò dispensa,
che par contra lo ver ch’i’ t’ho scoverto,
però che ’l cibo rigido c’hai preso,
richiede ancora aiuto a tua dispensa.
e fermalvi entro; ché non fa scïenza,
sanza lo ritenere, avere inteso.
di questo sacrificio: l’una è quella
di che si fa; l’altr’ è la convenenza.
se non servata; e intorno di lei
sì preciso di sopra si favella:
pur l’offerere, ancor ch’alcuna offerta
sì permutasse, come saver dei.
puote ben esser tal, che non si falla
se con altra materia si converta.
per suo arbitrio alcun, sanza la volta
e de la chiave bianca e de la gialla;
se la cosa dimessa in la sorpresa
come ’l quattro nel sei non è raccolta.
per suo valor che tragga ogne bilancia,
sodisfar non si può con altra spesa.
siate fedeli, e a ciò far non bieci,
come Ieptè a la sua prima mancia;
che, servando, far peggio; e così stolto
ritrovar puoi il gran duca de’ Greci,
e fé pianger di sé i folli e i savi
ch’udir parlar di così fatto cólto.
non siate come penna ad ogne vento,
e non crediate ch’ogne acqua vi lavi.
e ’l pastor de la Chiesa che vi guida;
questo vi basti a vostro salvamento.
uomini siate, e non pecore matte,
sì che ’l Giudeo di voi tra voi non rida!
de la sua madre, e semplice e lascivo
seco medesmo a suo piacer combatte!».
poi si rivolse tutta disïante
a quella parte ove ’l mondo è più vivo.
puoser silenzio al mio cupido ingegno,
che già nuove questioni avea davante;
percuote pria che sia la corda queta,
così corremmo nel secondo regno.
come nel lume di quel ciel si mise,
che più lucente se ne fé ’l pianeta.
qual mi fec’ io che pur da mia natura
trasmutabile son per tutte guise!
traggonsi i pesci a ciò che vien di fori
per modo che lo stimin lor pastura,
trarsi ver’ noi, e in ciascun s’udia:
«Ecco chi crescerà li nostri amori».
vedeasi l’ombra piena di letizia
nel folgór chiaro che di lei uscia.
non procedesse, come tu avresti
di più savere angosciosa carizia;
m’era in disio d’udir lor condizioni,
sì come a li occhi mi fur manifesti.
del trïunfo etternal concede grazia
prima che la milizia s’abbandoni,
noi semo accesi; e però, se disii
di noi chiarirti, a tuo piacer ti sazia».
detto mi fu; e da Beatrice: «Dì, dì
sicuramente, e credi come a dii».
nel proprio lume, e che de li occhi il traggi,
perch’ e’ corusca sì come tu ridi;
anima degna, il grado de la spera
che si vela a’ mortai con altrui raggi».
che pria m’avea parlato; ond’ ella fessi
lucente più assai di quel ch’ell’ era.
per troppa luce, come ’l caldo ha róse
le temperanze d’i vapori spessi,
dentro al suo raggio la figura santa;
e così chiusa chiusa mi rispuoseParadiso
Canto VI
contr’ al corso del ciel, ch’ella seguio
dietro a l’antico che Lavina tolse,
ne lo stremo d’Europa si ritenne,
vicino a’ monti de’ quai prima uscìo;
governò ’l mondo lì di mano in mano,
e, sì cangiando, in su la mia pervenne.
che, per voler del primo amor ch’i’ sento,
d’entro le leggi trassi il troppo e ’l vano.
una natura in Cristo esser, non piùe,
credea, e di tal fede era contento;
sommo pastore, a la fede sincera
mi dirizzò con le parole sue.
vegg’ io or chiaro sì, come tu vedi
ogni contradizione e falsa e vera.
a Dio per grazia piacque di spirarmi
l’alto lavoro, e tutto ’n lui mi diedi;
cui la destra del ciel fu sì congiunta,
che segno fu ch’i’ dovessi posarmi.
la mia risposta; ma sua condizione
mi stringe a seguitare alcuna giunta,
si move contr’ al sacrosanto segno
e chi ’l s’appropria e chi a lui s’oppone.
di reverenza; e cominciò da l’ora
che Pallante morì per darli regno.
per trecento anni e oltre, infino al fine
che i tre a’ tre pugnar per lui ancora.
al dolor di Lucrezia in sette regi,
vincendo intorno le genti vicine.
Romani incontro a Brenno, incontro a Pirro,
incontro a li altri principi e collegi;
negletto fu nomato, i Deci e ’ Fabi
ebber la fama che volontier mirro.
che di retro ad Anibale passaro
l’alpestre rocce, Po, di che tu labi.
Scipïone e Pompeo; e a quel colle
sotto ’l qual tu nascesti parve amaro.
redur lo mondo a suo modo sereno,
Cesare per voler di Roma il tolle.
Isara vide ed Era e vide Senna
e ogne valle onde Rodano è pieno.
e saltò Rubicon, fu di tal volo,
che nol seguiteria lingua né penna.
poi ver’ Durazzo, e Farsalia percosse
sì ch’al Nil caldo si sentì del duolo.
rivide e là dov’ Ettore si cuba;
e mal per Tolomeo poscia si scosse.
onde si volse nel vostro occidente,
ove sentia la pompeana tuba.
Bruto con Cassio ne l’inferno latra,
e Modena e Perugia fu dolente.
che, fuggendoli innanzi, dal colubro
la morte prese subitana e atra.
con costui puose il mondo in tanta pace,
che fu serrato a Giano il suo delubro.
fatto avea prima e poi era fatturo
per lo regno mortal ch’a lui soggiace,
se in mano al terzo Cesare si mira
con occhio chiaro e con affetto puro;
li concedette, in mano a quel ch’i’ dico,
gloria di far vendetta a la sua ira.
poscia con Tito a far vendetta corse
de la vendetta del peccato antico.
la Santa Chiesa, sotto le sue ali
Carlo Magno, vincendo, la soccorse.
ch’io accusai di sopra e di lor falli,
che son cagion di tutti vostri mali.
oppone, e l’altro appropria quello a parte,
sì ch’è forte a veder chi più si falli.
sott’ altro segno, ché mal segue quello
sempre chi la giustizia e lui diparte;
coi Guelfi suoi, ma tema de li artigli
ch’a più alto leon trasser lo vello.
per la colpa del padre, e non si creda
che Dio trasmuti l’armi per suoi gigli!
d’i buoni spirti che son stati attivi
perché onore e fama li succeda:
sì disvïando, pur convien che i raggi
del vero amore in sù poggin men vivi.
col merto è parte di nostra letizia,
perché non li vedem minor né maggi.
in noi l’affetto sì, che non si puote
torcer già mai ad alcuna nequizia.
così diversi scanni in nostra vita
rendon dolce armonia tra queste rote.
luce la luce di Romeo, di cui
fu l’ovra grande e bella mal gradita.
non hanno riso; e però mal cammina
qual si fa danno del ben fare altrui.
Ramondo Beringhiere, e ciò li fece
Romeo, persona umìle e peregrina.
a dimandar ragione a questo giusto,
che li assegnò sette e cinque per diece,
e se ’l mondo sapesse il cor ch’elli ebbe
mendicando sua vita a frusto a frusto,Paradiso
Canto VII
superillustrans claritate tua
felices ignes horum malacòth!».
fu viso a me cantare essa sustanza,
sopra la qual doppio lume s’addua;
e quasi velocissime faville
mi si velar di sùbita distanza.
fra me, ‘dille’ dicea, ‘a la mia donna
che mi diseta con le dolci stille’.
di tutto me, pur per Be e per ice,
mi richinava come l’uom ch’assonna.
e cominciò, raggiandomi d’un riso
tal, che nel foco faria l’uom felice:
come giusta vendetta giustamente
punita fosse, t’ha in pensier miso;
e tu ascolta, ché le mie parole
di gran sentenza ti faran presente.
freno a suo prode, quell’ uom che non nacque,
dannando sé, dannò tutta sua prole;
giù per secoli molti in grande errore,
fin ch’al Verbo di Dio discender piacque
s’era allungata, unì a sé in persona
con l’atto sol del suo etterno amore.
questa natura al suo fattore unita,
qual fu creata, fu sincera e buona;
di paradiso, però che si torse
da via di verità e da sua vita.
s’a la natura assunta si misura,
nulla già mai sì giustamente morse;
guardando a la persona che sofferse,
in che era contratta tal natura.
ch’a Dio e a’ Giudei piacque una morte;
per lei tremò la terra e ’l ciel s’aperse.
quando si dice che giusta vendetta
poscia vengiata fu da giusta corte.
di pensiero in pensier dentro ad un nodo,
del qual con gran disio solver s’aspetta.
ma perché Dio volesse, m’è occulto,
a nostra redenzion pur questo modo”.
a li occhi di ciascuno il cui ingegno
ne la fiamma d’amor non è adulto.
molto si mira e poco si discerne,
dirò perché tal modo fu più degno.
ogne livore, ardendo in sé, sfavilla
sì che dispiega le bellezze etterne.
non ha poi fine, perché non si move
la sua imprenta quand’ ella sigilla.
libero è tutto, perché non soggiace
a la virtute de le cose nove.
ché l’ardor santo ch’ogne cosa raggia,
ne la più somigliante è più vivace.
l’umana creatura, e s’una manca,
di sua nobilità convien che caggia.
e falla dissimìle al sommo bene,
per che del lume suo poco s’imbianca;
se non rïempie, dove colpa vòta,
contra mal dilettar con giuste pene.
nel seme suo, da queste dignitadi,
come di paradiso, fu remota;
ben sottilmente, per alcuna via,
sanza passar per un di questi guadi:
dimesso avesse, o che l’uom per sé isso
avesse sodisfatto a sua follia.
de l’etterno consiglio, quanto puoi
al mio parlar distrettamente fisso.
mai sodisfar, per non potere ir giuso
con umiltate obedïendo poi,
e questa è la cagion per che l’uom fue
da poter sodisfar per sé dischiuso.
riparar l’omo a sua intera vita,
dico con l’una, o ver con amendue.
da l’operante, quanto più appresenta
de la bontà del core ond’ ell’ è uscita,
di proceder per tutte le sue vie,
a rilevarvi suso, fu contenta.
sì alto o sì magnifico processo,
o per l’una o per l’altra, fu o fie:
per far l’uom sufficiente a rilevarsi,
che s’elli avesse sol da sé dimesso;
a la giustizia, se ’l Figliuol di Dio
non fosse umilïato ad incarnarsi.
ritorno a dichiararti in alcun loco,
perché tu veggi lì così com’ io.
l’aere e la terra e tutte lor misture
venire a corruzione, e durar poco;
per che, se ciò ch’è detto è stato vero,
esser dovrien da corruzion sicure”.
nel qual tu se’, dir si posson creati,
sì come sono, in loro essere intero;
e quelle cose che di lor si fanno
da creata virtù sono informati.
creata fu la virtù informante
in queste stelle che ’ntorno a lor vanno.
di complession potenzïata tira
lo raggio e ’l moto de le luci sante;
la somma beninanza, e la innamora
di sé sì che poi sempre la disira.
vostra resurrezion, se tu ripensi
come l’umana carne fessi alloraParadiso
Canto VIII
che la bella Ciprigna il folle amore
raggiasse, volta nel terzo epiciclo;
di sacrificio e di votivo grido
le genti antiche ne l’antico errore;
quella per madre sua, questo per figlio,
e dicean ch’el sedette in grembo a Dido;
pigliavano il vocabol de la stella
che ’l sol vagheggia or da coppa or da ciglio.
ma d’esservi entro mi fé assai fede
la donna mia ch’i’ vidi far più bella.
e come in voce voce si discerne,
quand’ una è ferma e altra va e riede,
muoversi in giro più e men correnti,
al modo, credo, di lor viste interne.
o visibili o no, tanto festini,
che non paressero impediti e lenti
veduti a noi venir, lasciando il giro
pria cominciato in li alti Serafini;
sonava ‘Osanna’ sì, che unque poi
di rïudir non fui sanza disiro.
e solo incominciò: «Tutti sem presti
al tuo piacer, perché di noi ti gioi.
d’un giro e d’un girare e d’una sete,
ai quali tu del mondo già dicesti:
e sem sì pien d’amor, che, per piacerti,
non fia men dolce un poco di quïete».
a la mia donna reverenti, ed essa
fatti li avea di sé contenti e certi,
tanto s’avea, e «Deh, chi siete?» fue
la voce mia di grande affetto impressa.
per allegrezza nova che s’accrebbe,
quando parlai, a l’allegrezze sue!
giù poco tempo; e se più fosse stato,
molto sarà di mal, che non sarebbe.
che mi raggia dintorno e mi nasconde
quasi animal di sua seta fasciato.
che s’io fossi giù stato, io ti mostrava
di mio amor più oltre che le fronde.
di Rodano poi ch’è misto con Sorga,
per suo segnore a tempo m’aspettava,
di Bari e di Gaeta e di Catona,
da ove Tronto e Verde in mare sgorga.
di quella terra che ’l Danubio riga
poi che le ripe tedesche abbandona.
tra Pachino e Peloro, sopra ’l golfo
che riceve da Euro maggior briga,
attesi avrebbe li suoi regi ancora,
nati per me di Carlo e di Ridolfo,
li popoli suggetti, non avesse
mosso Palermo a gridar: “Mora, mora!”.
l’avara povertà di Catalogna
già fuggeria, perché non li offendesse;
per lui, o per altrui, sì ch’a sua barca
carcata più d’incarco non si pogna.
discese, avria mestier di tal milizia
che non curasse di mettere in arca».
che ’l tuo parlar m’infonde, segnor mio,
là ’ve ogne ben si termina e s’inizia,
grata m’è più; e anco quest’ ho caro
perché ’l discerni rimirando in Dio.
poi che, parlando, a dubitar m’hai mosso
com’ esser può, di dolce seme, amaro».
mostrarti un vero, a quel che tu dimandi
terrai lo viso come tien lo dosso.
volge e contenta, fa esser virtute
sua provedenza in questi corpi grandi.
sono in la mente ch’è da sé perfetta,
ma esse insieme con la lor salute:
disposto cade a proveduto fine,
sì come cosa in suo segno diretta.
producerebbe sì li suoi effetti,
che non sarebbero arti, ma ruine;
che muovon queste stelle non son manchi,
e manco il primo, che non li ha perfetti.
E io: «Non già; ché impossibil veggio
che la natura, in quel ch’è uopo, stanchi».
per l’omo in terra, se non fosse cive?».
«Sì», rispuos’ io; «e qui ragion non cheggio».
diversamente per diversi offici?
Non, se ’l maestro vostro ben vi scrive».
poscia conchiuse: «Dunque esser diverse
convien di vostri effetti le radici:
altro Melchisedèch e altro quello
che, volando per l’aere, il figlio perse.
a la cera mortal, fa ben sua arte,
ma non distingue l’un da l’altro ostello.
per seme da Iacòb; e vien Quirino
da sì vil padre, che si rende a Marte.
simil farebbe sempre a’ generanti,
se non vincesse il proveder divino.
ma perché sappi che di te mi giova,
un corollario voglio che t’ammanti.
discorde a sé, com’ ogne altra semente
fuor di sua regïon, fa mala prova.
al fondamento che natura pone,
seguendo lui, avria buona la gente.
tal che fia nato a cignersi la spada,
e fate re di tal ch’è da sermone;Paradiso
Canto IX
m’ebbe chiarito, mi narrò li ’nganni
che ricever dovea la sua semenza;
sì ch’io non posso dir se non che pianto
giusto verrà di retro ai vostri danni.
rivolta s’era al Sol che la rïempie
come quel ben ch’a ogne cosa è tanto.
che da sì fatto ben torcete i cuori,
drizzando in vanità le vostre tempie!
ver’ me si fece, e ’l suo voler piacermi
significava nel chiarir di fori.
sovra me, come pria, di caro assenso
al mio disio certificato fermi.
beato spirto», dissi, «e fammi prova
ch’i’ possa in te refletter quel ch’io penso!».
del suo profondo, ond’ ella pria cantava,
seguette come a cui di ben far giova:
italica che siede tra Rïalto
e le fontane di Brenta e di Piava,
là onde scese già una facella
che fece a la contrada un grande assalto.
Cunizza fui chiamata, e qui refulgo
perché mi vinse il lume d’esta stella;
la cagion di mia sorte, e non mi noia;
che parria forse forte al vostro vulgo.
del nostro cielo che più m’è propinqua,
grande fama rimase; e pria che moia,
vedi se far si dee l’omo eccellente,
sì ch’altra vita la prima relinqua.
che Tagliamento e Adice richiude,
né per esser battuta ancor si pente;
cangerà l’acqua che Vincenza bagna,
per essere al dover le genti crude;
tal signoreggia e va con la testa alta,
che già per lui carpir si fa la ragna.
de l’empio suo pastor, che sarà sconcia
sì, che per simil non s’entrò in malta.
che ricevesse il sangue ferrarese,
e stanco chi ’l pesasse a oncia a oncia,
per mostrarsi di parte; e cotai doni
conformi fieno al viver del paese.
onde refulge a noi Dio giudicante;
sì che questi parlar ne paion buoni».
che fosse ad altro volta, per la rota
in che si mise com’ era davante.
per cara cosa, mi si fece in vista
qual fin balasso in che lo sol percuota.
sì come riso qui; ma giù s’abbuia
l’ombra di fuor, come la mente è trista.
diss’ io, «beato spirto, sì che nulla
voglia di sé a te puot’ esser fuia.
sempre col canto di quei fuochi pii
che di sei ali facen la coculla,
Già non attendere’ io tua dimanda,
s’io m’intuassi, come tu t’inmii».
incominciaro allor le sue parole,
«fuor di quel mar che la terra inghirlanda,
tanto sen va, che fa meridïano
là dove l’orizzonte pria far suole.
tra Ebro e Macra, che per cammin corto
parte lo Genovese dal Toscano.
Buggea siede e la terra ond’ io fui,
che fé del sangue suo già caldo il porto.
fu noto il nome mio; e questo cielo
di me s’imprenta, com’ io fe’ di lui;
noiando e a Sicheo e a Creusa,
di me, infin che si convenne al pelo;
fu da Demofoonte, né Alcide
quando Iole nel core ebbe rinchiusa.
non de la colpa, ch’a mente non torna,
ma del valor ch’ordinò e provide.
cotanto affetto, e discernesi ’l bene
per che ’l mondo di sù quel di giù torna.
ten porti che son nate in questa spera,
proceder ancor oltre mi convene.
che qui appresso me così scintilla
come raggio di sole in acqua mera.
Raab; e a nostr’ ordine congiunta,
di lei nel sommo grado si sigilla.
che ’l vostro mondo face, pria ch’altr’ alma
del trïunfo di Cristo fu assunta.
in alcun cielo de l’alta vittoria
che s’acquistò con l’una e l’altra palma,
di Iosüè in su la Terra Santa,
che poco tocca al papa la memoria.
che pria volse le spalle al suo fattore
e di cui è la ’nvidia tanto pianta,
c’ha disvïate le pecore e li agni,
però che fatto ha lupo del pastore.
son derelitti, e solo ai Decretali
si studia, sì che pare a’ lor vivagni.
non vanno i lor pensieri a Nazarette,
là dove Gabrïello aperse l’ali.
di Roma che son state cimitero
a la milizia che Pietro seguette,Paradiso
Canto X
che l’uno e l’altro etternalmente spira,
lo primo e ineffabile Valore
con tant’ ordine fé, ch’esser non puote
sanza gustar di lui chi ciò rimira.
meco la vista, dritto a quella parte
dove l’un moto e l’altro si percuote;
di quel maestro che dentro a sé l’ama,
tanto che mai da lei l’occhio non parte.
l’oblico cerchio che i pianeti porta,
per sodisfare al mondo che li chiama.
molta virtù nel ciel sarebbe in vano,
e quasi ogne potenza qua giù morta;
fosse ’l partire, assai sarebbe manco
e giù e sù de l’ordine mondano.
dietro pensando a ciò che si preliba,
s’esser vuoi lieto assai prima che stanco.
ché a sé torce tutta la mia cura
quella materia ond’ io son fatto scriba.
che del valor del ciel lo mondo imprenta
e col suo lume il tempo ne misura,
congiunto, si girava per le spire
in che più tosto ognora s’appresenta;
non m’accors’ io, se non com’ uom s’accorge,
anzi ’l primo pensier, del suo venire.
di bene in meglio, sì subitamente
che l’atto suo per tempo non si sporge.
quel ch’era dentro al sol dov’ io entra’mi,
non per color, ma per lume parvente!
sì nol direi che mai s’imaginasse;
ma creder puossi e di veder si brami.
a tanta altezza, non è maraviglia;
ché sopra ’l sol non fu occhio ch’andasse.
de l’alto Padre, che sempre la sazia,
mostrando come spira e come figlia.
ringrazia il Sol de li angeli, ch’a questo
sensibil t’ha levato per sua grazia».
a divozione e a rendersi a Dio
con tutto ’l suo gradir cotanto presto,
e sì tutto ’l mio amore in lui si mise,
che Bëatrice eclissò ne l’oblio.
che lo splendor de li occhi suoi ridenti
mia mente unita in più cose divise.
far di noi centro e di sé far corona,
più dolci in voce che in vista lucenti:
vedem talvolta, quando l’aere è pregno,
sì che ritenga il fil che fa la zona.
si trovan molte gioie care e belle
tanto che non si posson trar del regno;
chi non s’impenna sì che là sù voli,
dal muto aspetti quindi le novelle.
si fuor girati intorno a noi tre volte,
come stelle vicine a’ fermi poli,
ma che s’arrestin tacite, ascoltando
fin che le nove note hanno ricolte.
lo raggio de la grazia, onde s’accende
verace amore e che poi cresce amando,
che ti conduce su per quella scala
u’ sanza risalir nessun discende;
per la tua sete, in libertà non fora
se non com’ acqua ch’al mar non si cala.
questa ghirlanda che ’ntorno vagheggia
la bella donna ch’al ciel t’avvalora.
che Domenico mena per cammino
u’ ben s’impingua se non si vaneggia.
frate e maestro fummi, ed esso Alberto
è di Cologna, e io Thomas d’Aquino.
di retro al mio parlar ten vien col viso
girando su per lo beato serto.
di Grazïan, che l’uno e l’altro foro
aiutò sì che piace in paradiso.
quel Pietro fu che con la poverella
offerse a Santa Chiesa suo tesoro.
spira di tale amor, che tutto ’l mondo
là giù ne gola di saper novella:
saver fu messo, che, se ’l vero è vero,
a veder tanto non surse il secondo.
che giù in carne più a dentro vide
l’angelica natura e ’l ministero.
quello avvocato de’ tempi cristiani
del cui latino Augustin si provide.
di luce in luce dietro a le mie lode,
già de l’ottava con sete rimani.
l’anima santa che ’l mondo fallace
fa manifesto a chi di lei ben ode.
giuso in Cieldauro; ed essa da martiro
e da essilio venne a questa pace.
d’Isidoro, di Beda e di Riccardo,
che a considerar fu più che viro.
è ’l lume d’uno spirto che ’n pensieri
gravi a morir li parve venir tardo:
che, leggendo nel Vico de li Strami,
silogizzò invidïosi veri».
ne l’ora che la sposa di Dio surge
a mattinar lo sposo perché l’ami,
tin tin sonando con sì dolce nota,
che ’l ben disposto spirto d’amor turge;
muoversi e render voce a voce in tempra
e in dolcezza ch’esser non pò notaParadiso
Canto XI
quanto son difettivi silogismi
quei che ti fanno in basso batter l’ali!
sen giva, e chi seguendo sacerdozio,
e chi regnar per forza o per sofismi,
chi nel diletto de la carne involto
s’affaticava e chi si dava a l’ozio,
con Bëatrice m’era suso in cielo
cotanto glorïosamente accolto.
punto del cerchio in che avanti s’era,
fermossi, come a candellier candelo.
che pria m’avea parlato, sorridendo
incominciar, faccendosi più mera:
sì, riguardando ne la luce etterna,
li tuoi pensieri onde cagioni apprendo.
in sì aperta e ’n sì distesa lingua
lo dicer mio, ch’al tuo sentir si sterna,
e là u’ dissi: “Non nacque il secondo”;
e qui è uopo che ben si distingua.
con quel consiglio nel quale ogne aspetto
creato è vinto pria che vada al fondo,
la sposa di colui ch’ad alte grida
disposò lei col sangue benedetto,
due principi ordinò in suo favore,
che quinci e quindi le fosser per guida.
l’altro per sapïenza in terra fue
di cherubica luce uno splendore.
si dice l’un pregiando, qual ch’om prende,
perch’ ad un fine fur l’opere sue.
del colle eletto dal beato Ubaldo,
fertile costa d’alto monte pende,
da Porta Sole; e di rietro le piange
per grave giogo Nocera con Gualdo.
più sua rattezza, nacque al mondo un sole,
come fa questo talvolta di Gange.
non dica Ascesi, ché direbbe corto,
ma Orïente, se proprio dir vuole.
ch’el cominciò a far sentir la terra
de la sua gran virtute alcun conforto;
del padre corse, a cui, come a la morte,
la porta del piacer nessun diserra;
et coram patre le si fece unito;
poscia di dì in dì l’amò più forte.
millecent’ anni e più dispetta e scura
fino a costui si stette sanza invito;
con Amiclate, al suon de la sua voce,
colui ch’a tutto ’l mondo fé paura;
sì che, dove Maria rimase giuso,
ella con Cristo pianse in su la croce.
Francesco e Povertà per questi amanti
prendi oramai nel mio parlar diffuso.
amore e maraviglia e dolce sguardo
facieno esser cagion di pensier santi;
si scalzò prima, e dietro a tanta pace
corse e, correndo, li parve esser tardo.
Scalzasi Egidio, scalzasi Silvestro
dietro a lo sposo, sì la sposa piace.
con la sua donna e con quella famiglia
che già legava l’umile capestro.
per esser fi’ di Pietro Bernardone,
né per parer dispetto a maraviglia;
ad Innocenzio aperse, e da lui ebbe
primo sigillo a sua religïone.
dietro a costui, la cui mirabil vita
meglio in gloria del ciel si canterebbe,
fu per Onorio da l’Etterno Spiro
la santa voglia d’esto archimandrita.
ne la presenza del Soldan superba
predicò Cristo e li altri che ’l seguiro,
troppo la gente e per non stare indarno,
redissi al frutto de l’italica erba,
da Cristo prese l’ultimo sigillo,
che le sue membra due anni portarno.
piacque di trarlo suso a la mercede
ch’el meritò nel suo farsi pusillo,
raccomandò la donna sua più cara,
e comandò che l’amassero a fede;
mover si volle, tornando al suo regno,
e al suo corpo non volle altra bara.
collega fu a mantener la barca
di Pietro in alto mar per dritto segno;
per che qual segue lui, com’ el comanda,
discerner puoi che buone merce carca.
è fatto ghiotto, sì ch’esser non puote
che per diversi salti non si spanda;
e vagabunde più da esso vanno,
più tornano a l’ovil di latte vòte.
e stringonsi al pastor; ma son sì poche,
che le cappe fornisce poco panno.
se la tua audïenza è stata attenta,
se ciò ch’è detto a la mente revoche,
perché vedrai la pianta onde si scheggia,
e vedra’ il corrègger che argomentaParadiso
Canto XII
la benedetta fiamma per dir tolse,
a rotar cominciò la santa mola;
prima ch’un’altra di cerchio la chiuse,
e moto a moto e canto a canto colse;
nostre serene in quelle dolci tube,
quanto primo splendor quel ch’e’ refuse.
due archi paralelli e concolori,
quando Iunone a sua ancella iube,
a guisa del parlar di quella vaga
ch’amor consunse come sol vapori,
per lo patto che Dio con Noè puose,
del mondo che già mai più non s’allaga:
volgiensi circa noi le due ghirlande,
e sì l’estrema a l’intima rispuose.
sì del cantare e sì del fiammeggiarsi
luce con luce gaudïose e blande,
pur come li occhi ch’al piacer che i move
conviene insieme chiudere e levarsi;
si mosse voce, che l’ago a la stella
parer mi fece in volgermi al suo dove;
mi tragge a ragionar de l’altro duca
per cui del mio sì ben ci si favella.
sì che, com’ elli ad una militaro,
così la gloria loro insieme luca.
costò a rïarmar, dietro a la ’nsegna
si movea tardo, sospeccioso e raro,
provide a la milizia, ch’era in forse,
per sola grazia, non per esser degna;
con due campioni, al cui fare, al cui dire
lo popol disvïato si raccorse.
Zefiro dolce le novelle fronde
di che si vede Europa rivestire,
dietro a le quali, per la lunga foga,
lo sol talvolta ad ogne uom si nasconde,
sotto la protezion del grande scudo
in che soggiace il leone e soggioga:
de la fede cristiana, il santo atleta
benigno a’ suoi e a’ nemici crudo;
sì la sua mente di viva vertute
che, ne la madre, lei fece profeta.
al sacro fonte intra lui e la Fede,
u’ si dotar di mutüa salute,
vide nel sonno il mirabile frutto
ch’uscir dovea di lui e de le rede;
quinci si mosse spirito a nomarlo
del possessivo di cui era tutto.
sì come de l’agricola che Cristo
elesse a l’orto suo per aiutarlo.
che ’l primo amor che ’n lui fu manifesto,
fu al primo consiglio che diè Cristo.
trovato in terra da la sua nutrice,
come dicesse: ‘Io son venuto a questo’.
oh madre sua veramente Giovanna,
se, interpretata, val come si dice!
di retro ad Ostïense e a Taddeo,
ma per amor de la verace manna
tal che si mise a circüir la vigna
che tosto imbianca, se ’l vignaio è reo.
più a’ poveri giusti, non per lei,
ma per colui che siede, che traligna,
non la fortuna di prima vacante,
non decimas, quae sunt pauperum Dei,
licenza di combatter per lo seme
del qual ti fascian ventiquattro piante.
con l’officio appostolico si mosse
quasi torrente ch’alta vena preme;
l’impeto suo, più vivamente quivi
dove le resistenze eran più grosse.
onde l’orto catolico si riga,
sì che i suoi arbuscelli stan più vivi.
in che la Santa Chiesa si difese
e vinse in campo la sua civil briga,
l’eccellenza de l’altra, di cui Tomma
dinanzi al mio venir fu sì cortese.
di sua circunferenza, è derelitta,
sì ch’è la muffa dov’ era la gromma.
coi piedi a le sue orme, è tanto volta,
che quel dinanzi a quel di retro gitta;
de la mala coltura, quando il loglio
si lagnerà che l’arca li sia tolta.
nostro volume, ancor troveria carta
u’ leggerebbe “I’ mi son quel ch’i’ soglio”;
là onde vegnon tali a la scrittura,
ch’uno la fugge e altro la coarta.
da Bagnoregio, che ne’ grandi offici
sempre pospuosi la sinistra cura.
che fuor de’ primi scalzi poverelli
che nel capestro a Dio si fero amici.
e Pietro Mangiadore e Pietro Spano,
lo qual giù luce in dodici libelli;
Crisostomo e Anselmo e quel Donato
ch’a la prim’ arte degnò porre mano.
il calavrese abate Giovacchino
di spirito profetico dotato.
mi mosse l’infiammata cortesia
di fra Tommaso e ’l discreto latino;Paradiso
Canto XIII
quel ch’i’ or vidi—e ritegna l’image,
mentre ch’io dico, come ferma rupe—,
lo ciel avvivan di tanto sereno
che soperchia de l’aere ogne compage;
basta del nostro cielo e notte e giorno,
sì ch’al volger del temo non vien meno;
che si comincia in punta de lo stelo
a cui la prima rota va dintorno,
qual fece la figliuola di Minoi
allora che sentì di morte il gelo;
e amendue girarsi per maniera
che l’uno andasse al primo e l’altro al poi;
costellazione e de la doppia danza
che circulava il punto dov’ io era:
quanto di là dal mover de la Chiana
si move il ciel che tutti li altri avanza.
ma tre persone in divina natura,
e in una persona essa e l’umana.
e attesersi a noi quei santi lumi,
felicitando sé di cura in cura.
poscia la luce in che mirabil vita
del poverel di Dio narrata fumi,
quando la sua semenza è già riposta,
a batter l’altra dolce amor m’invita.
si trasse per formar la bella guancia
il cui palato a tutto ’l mondo costa,
e prima e poscia tanto sodisfece,
che d’ogne colpa vince la bilancia,
aver di lume, tutto fosse infuso
da quel valor che l’uno e l’altro fece;
quando narrai che non ebbe ’l secondo
lo ben che ne la quinta luce è chiuso.
e vedräi il tuo credere e ’l mio dire
nel vero farsi come centro in tondo.
non è se non splendor di quella idea
che partorisce, amando, il nostro Sire;
dal suo lucente, che non si disuna
da lui né da l’amor ch’a lor s’intrea,
quasi specchiato, in nove sussistenze,
etternalmente rimanendosi una.
giù d’atto in atto, tanto divenendo,
che più non fa che brevi contingenze;
le cose generate, che produce
con seme e sanza seme il ciel movendo.
non sta d’un modo; e però sotto ’l segno
idëale poi più e men traluce.
secondo specie, meglio e peggio frutta;
e voi nascete con diverso ingegno.
e fosse il cielo in sua virtù supprema,
la luce del suggel parrebbe tutta;
similemente operando a l’artista
ch’a l’abito de l’arte ha man che trema.
de la prima virtù dispone e segna,
tutta la perfezion quivi s’acquista.
di tutta l’animal perfezïone;
così fu fatta la Vergine pregna;
che l’umana natura mai non fue
né fia qual fu in quelle due persone.
‘Dunque, come costui fu sanza pare?’
comincerebber le parole tue.
pensa chi era, e la cagion che ’l mosse,
quando fu detto “Chiedi”, a dimandare.
ben veder ch’el fu re, che chiese senno
acciò che re sufficïente fosse;
li motor di qua sù, o se necesse
con contingente mai necesse fenno;
o se del mezzo cerchio far si puote
trïangol sì ch’un retto non avesse.
regal prudenza è quel vedere impari
in che lo stral di mia intenzion percuote;
vedrai aver solamente respetto
ai regi, che son molti, e ’ buon son rari.
e così puote star con quel che credi
del primo padre e del nostro Diletto.
per farti mover lento com’ uom lasso
e al sì e al no che tu non vedi:
che sanza distinzione afferma e nega
ne l’un così come ne l’altro passo;
l’oppinïon corrente in falsa parte,
e poi l’affetto l’intelletto lega.
perché non torna tal qual e’ si move,
chi pesca per lo vero e non ha l’arte.
Parmenide, Melisso e Brisso e molti,
li quali andaro e non sapëan dove;
che furon come spade a le Scritture
in render torti li diritti volti.
a giudicar, sì come quei che stima
le biade in campo pria che sien mature;
lo prun mostrarsi rigido e feroce,
poscia portar la rosa in su la cima;
correr lo mar per tutto suo cammino,
perire al fine a l’intrar de la foce.
per vedere un furare, altro offerere,
vederli dentro al consiglio divino;Paradiso
Canto XIV
movesi l’acqua in un ritondo vaso,
secondo ch’è percosso fuori o dentro:
questo ch’io dico, sì come si tacque
la glorïosa vita di Tommaso,
del suo parlare e di quel di Beatrice,
a cui sì cominciar, dopo lui, piacque:
né con la voce né pensando ancora,
d’un altro vero andare a la radice.
vostra sustanza, rimarrà con voi
etternalmente sì com’ ell’ è ora;
che sarete visibili rifatti,
esser porà ch’al veder non vi nòi».
a la fïata quei che vanno a rota
levan la voce e rallegrano li atti,
li santi cerchi mostrar nova gioia
nel torneare e ne la mira nota.
per viver colà sù, non vide quive
lo refrigerio de l’etterna ploia.
e regna sempre in tre e ’n due e ’n uno,
non circunscritto, e tutto circunscrive,
di quelli spirti con tal melodia,
ch’ad ogne merto saria giusto muno.
del minor cerchio una voce modesta,
forse qual fu da l’angelo a Maria,
di paradiso, tanto il nostro amore
si raggerà dintorno cotal vesta.
l’ardor la visïone, e quella è tanta,
quant’ ha di grazia sovra suo valore.
fia rivestita, la nostra persona
più grata fia per esser tutta quanta;
di gratüito lume il sommo bene,
lume ch’a lui veder ne condiziona;
crescer l’ardor che di quella s’accende,
crescer lo raggio che da esso vene.
e per vivo candor quella soverchia,
sì che la sua parvenza si difende;
fia vinto in apparenza da la carne
che tutto dì la terra ricoperchia;
ché li organi del corpo saran forti
a tutto ciò che potrà dilettarne».
e l’uno e l’altro coro a dicer «Amme!»,
che ben mostrar disio d’i corpi morti:
per li padri e per li altri che fuor cari
anzi che fosser sempiterne fiamme.
nascere un lustro sopra quel che v’era,
per guisa d’orizzonte che rischiari.
comincian per lo ciel nove parvenze,
sì che la vista pare e non par vera,
cominciare a vedere, e fare un giro
di fuor da l’altre due circunferenze.
come si fece sùbito e candente
a li occhi miei che, vinti, nol soffriro!
mi si mostrò, che tra quelle vedute
si vuol lasciar che non seguir la mente.
a rilevarsi; e vidimi translato
sol con mia donna in più alta salute.
per l’affocato riso de la stella,
che mi parea più roggio che l’usato.
ch’è una in tutti, a Dio feci olocausto,
qual conveniesi a la grazia novella.
l’ardor del sacrificio, ch’io conobbi
esso litare stato accetto e fausto;
m’apparvero splendor dentro a due raggi,
ch’io dissi: «O Elïòs che sì li addobbi!».
lumi biancheggia tra ’ poli del mondo
Galassia sì, che fa dubbiar ben saggi;
Marte quei raggi il venerabil segno
che fan giunture di quadranti in tondo.
ché quella croce lampeggiava Cristo,
sì ch’io non so trovare essempro degno;
ancor mi scuserà di quel ch’io lasso,
vedendo in quell’ albor balenar Cristo.
si movien lumi, scintillando forte
nel congiugnersi insieme e nel trapasso:
veloci e tarde, rinovando vista,
le minuzie d’i corpi, lunghe e corte,
talvolta l’ombra che, per sua difesa,
la gente con ingegno e arte acquista.
di molte corde, fa dolce tintinno
a tal da cui la nota non è intesa,
s’accogliea per la croce una melode
che mi rapiva, sanza intender l’inno.
però ch’a me venìa «Resurgi» e «Vinci»
come a colui che non intende e ode.
che ’nfino a lì non fu alcuna cosa
che mi legasse con sì dolci vinci.
posponendo il piacer de li occhi belli,
ne’ quai mirando mio disio ha posa;
d’ogne bellezza più fanno più suso,
e ch’io non m’era lì rivolto a quelli,
per escusarmi, e vedermi dir vero:
ché ’l piacer santo non è qui dischiuso,Paradiso
Canto XV
sempre l’amor che drittamente spira,
come cupidità fa ne la iniqua,
e fece quïetar le sante corde
che la destra del cielo allenta e tira.
quelle sustanze che, per darmi voglia
ch’io le pregassi, a tacer fur concorde?
chi, per amor di cosa che non duri
etternalmente, quello amor si spoglia.
discorre ad ora ad or sùbito foco,
movendo li occhi che stavan sicuri,
se non che da la parte ond’ e’ s’accende
nulla sen perde, ed esso dura poco:
a piè di quella croce corse un astro
de la costellazion che lì resplende;
ma per la lista radïal trascorse,
che parve foco dietro ad alabastro.
se fede merta nostra maggior musa,
quando in Eliso del figlio s’accorse.
gratïa Deï, sicut tibi cui
bis unquam celi ianüa reclusa?».
poscia rivolsi a la mia donna il viso,
e quinci e quindi stupefatto fui;
tal, ch’io pensai co’ miei toccar lo fondo
de la mia gloria e del mio paradiso.
giunse lo spirto al suo principio cose,
ch’io non lo ’ntesi, sì parlò profondo;
ma per necessità, ché ’l suo concetto
al segno d’i mortal si soprapuose.
fu sì sfogato, che ’l parlar discese
inver’ lo segno del nostro intelletto,
«Benedetto sia tu», fu, «trino e uno,
che nel mio seme se’ tanto cortese!».
tratto leggendo del magno volume
du’ non si muta mai bianco né bruno,
in ch’io ti parlo, mercè di colei
ch’a l’alto volo ti vestì le piume.
da quel ch’è primo, così come raia
da l’un, se si conosce, il cinque e ’l sei;
più gaudïoso a te, non mi domandi,
che alcun altro in questa turba gaia.
di questa vita miran ne lo speglio
in che, prima che pensi, il pensier pandi;
con perpetüa vista e che m’asseta
di dolce disïar, s’adempia meglio,
suoni la volontà, suoni ’l disio,
a che la mia risposta è già decreta!».
pria ch’io parlassi, e arrisemi un cenno
che fece crescer l’ali al voler mio.
come la prima equalità v’apparse,
d’un peso per ciascun di voi si fenno,
col caldo e con la luce è sì iguali,
che tutte simiglianze sono scarse.
per la cagion ch’a voi è manifesta,
diversamente son pennuti in ali;
disagguaglianza, e però non ringrazio
se non col core a la paterna festa.
che questa gioia prezïosa ingemmi,
perché mi facci del tuo nome sazio».
pur aspettando, io fui la tua radice»:
cotal principio, rispondendo, femmi.
tua cognazione e che cent’ anni e piùe
girato ha ’l monte in la prima cornice,
ben si convien che la lunga fatica
tu li raccorci con l’opere tue.
ond’ ella toglie ancora e terza e nona,
si stava in pace, sobria e pudica.
non gonne contigiate, non cintura
che fosse a veder più che la persona.
la figlia al padre, che ’l tempo e la dote
non fuggien quinci e quindi la misura.
non v’era giunto ancor Sardanapalo
a mostrar ciò che ’n camera si puote.
dal vostro Uccellatoio, che, com’ è vinto
nel montar sù, così sarà nel calo.
di cuoio e d’osso, e venir da lo specchio
la donna sua sanza ’l viso dipinto;
esser contenti a la pelle scoperta,
e le sue donne al fuso e al pennecchio.
de la sua sepultura, e ancor nulla
era per Francia nel letto diserta.
e, consolando, usava l’idïoma
che prima i padri e le madri trastulla;
favoleggiava con la sua famiglia
d’i Troiani, di Fiesole e di Roma.
una Cianghella, un Lapo Salterello,
qual or saria Cincinnato e Corniglia.
viver di cittadini, a così fida
cittadinanza, a così dolce ostello,
e ne l’antico vostro Batisteo
insieme fui cristiano e Cacciaguida.
mia donna venne a me di val di Pado,
e quindi il sopranome tuo si feo.
ed el mi cinse de la sua milizia,
tanto per bene ovrar li venni in grado.
di quella legge il cui popolo usurpa,
per colpa d’i pastor, vostra giustizia.
disviluppato dal mondo fallace,
lo cui amor molt’ anime deturpa;Paradiso
Canto XVI
se glorïar di te la gente fai
qua giù dove l’affetto nostro langue,
ché là dove appetito non si torce,
dico nel cielo, io me ne gloriai.
sì che, se non s’appon di dì in die,
lo tempo va dintorno con le force.
in che la sua famiglia men persevra,
ricominciaron le parole mie;
ridendo, parve quella che tossio
al primo fallo scritto di Ginevra.
voi mi date a parlar tutta baldezza;
voi mi levate sì, ch’i’ son più ch’io.
la mente mia, che di sé fa letizia
perché può sostener che non si spezza.
quai fuor li vostri antichi e quai fuor li anni
che si segnaro in vostra püerizia;
quanto era allora, e chi eran le genti
tra esso degne di più alti scanni».
carbone in fiamma, così vid’ io quella
luce risplendere a’ miei blandimenti;
così con voce più dolce e soave,
ma non con questa moderna favella,
al parto in che mia madre, ch’è or santa,
s’allevïò di me ond’ era grave,
e trenta fiate venne questo foco
a rinfiammarsi sotto la sua pianta.
dove si truova pria l’ultimo sesto
da quei che corre il vostro annüal gioco.
chi ei si fosser e onde venner quivi,
più è tacer che ragionare onesto.
da poter arme tra Marte e ’l Batista,
eran il quinto di quei ch’or son vivi.
di Campi, di Certaldo e di Fegghine,
pura vediesi ne l’ultimo artista.
quelle genti ch’io dico, e al Galluzzo
e a Trespiano aver vostro confine,
del villan d’Aguglion, di quel da Signa,
che già per barattare ha l’occhio aguzzo!
non fosse stata a Cesare noverca,
ma come madre a suo figlio benigna,
che si sarebbe vòlto a Simifonti,
là dove andava l’avolo a la cerca;
sarieno i Cerchi nel piovier d’Acone,
e forse in Valdigrieve i Buondelmonti.
principio fu del mal de la cittade,
come del vostro il cibo che s’appone;
che cieco agnello; e molte volte taglia
più e meglio una che le cinque spade.
come sono ite, e come se ne vanno
di retro ad esse Chiusi e Sinigaglia,
non ti parrà nova cosa né forte,
poscia che le cittadi termine hanno.
sì come voi; ma celasi in alcuna
che dura molto, e le vite son corte.
cuopre e discuopre i liti sanza posa,
così fa di Fiorenza la Fortuna:
ciò ch’io dirò de li alti Fiorentini
onde è la fama nel tempo nascosa.
Filippi, Greci, Ormanni e Alberichi,
già nel calare, illustri cittadini;
con quel de la Sannella, quel de l’Arca,
e Soldanieri e Ardinghi e Bostichi.
di nova fellonia di tanto peso
che tosto fia iattura de la barca,
il conte Guido e qualunque del nome
de l’alto Bellincione ha poscia preso.
regger si vuole, e avea Galigaio
dorata in casa sua già l’elsa e ’l pome.
Sacchetti, Giuochi, Fifanti e Barucci
e Galli e quei ch’arrossan per lo staio.
era già grande, e già eran tratti
a le curule Sizii e Arrigucci.
per lor superbia! e le palle de l’oro
fiorian Fiorenza in tutt’ i suoi gran fatti.
che, sempre che la vostra chiesa vaca,
si fanno grassi stando a consistoro.
dietro a chi fugge, e a chi mostra ’l dente
o ver la borsa, com’ agnel si placa,
sì che non piacque ad Ubertin Donato
che poï il suocero il fé lor parente.
disceso giù da Fiesole, e già era
buon cittadino Giuda e Infangato.
nel picciol cerchio s’entrava per porta
che si nomava da quei de la Pera.
del gran barone il cui nome e ’l cui pregio
la festa di Tommaso riconforta,
avvegna che con popol si rauni
oggi colui che la fascia col fregio.
e ancor saria Borgo più quïeto,
se di novi vicin fosser digiuni.
per lo giusto disdegno che v’ha morti
e puose fine al vostro viver lieto,
o Buondelmonte, quanto mal fuggisti
le nozze süe per li altrui conforti!
se Dio t’avesse conceduto ad Ema
la prima volta ch’a città venisti.
che guarda ’l ponte, che Fiorenza fesse
vittima ne la sua pace postrema.
vid’ io Fiorenza in sì fatto riposo,
che non avea cagione onde piangesse.
e giusto il popol suo, tanto che ’l giglio
non era ad asta mai posto a ritroso,Paradiso
Canto XVII
di ciò ch’avëa incontro a sé udito,
quei ch’ancor fa li padri ai figli scarsi;
e da Beatrice e da la santa lampa
che pria per me avea mutato sito.
del tuo disio», mi disse, «sì ch’ella esca
segnata bene de la interna stampa:
per tuo parlare, ma perché t’ausi
a dir la sete, sì che l’uom ti mesca».
che, come veggion le terrene menti
non capere in trïangol due ottusi,
anzi che sieno in sé, mirando il punto
a cui tutti li tempi son presenti;
su per lo monte che l’anime cura
e discendendo nel mondo defunto,
parole gravi, avvegna ch’io mi senta
ben tetragono ai colpi di ventura;
d’intender qual fortuna mi s’appressa:
ché saetta previsa vien più lenta».
che pria m’avea parlato; e come volle
Beatrice, fu la mia voglia confessa.
già s’inviscava pria che fosse anciso
l’Agnel di Dio che le peccata tolle,
latin rispuose quello amor paterno,
chiuso e parvente del suo proprio riso:
de la vostra matera non si stende,
tutta è dipinta nel cospetto etterno;
se non come dal viso in che si specchia
nave che per torrente giù discende.
dolce armonia da organo, mi viene
a vista il tempo che ti s’apparecchia.
per la spietata e perfida noverca,
tal di Fiorenza partir ti convene.
e tosto verrà fatto a chi ciò pensa
là dove Cristo tutto dì si merca.
in grido, come suol; ma la vendetta
fia testimonio al ver che la dispensa.
più caramente; e questo è quello strale
che l’arco de lo essilio pria saetta.
lo pane altrui, e come è duro calle
lo scendere e ’l salir per l’altrui scale.
sarà la compagnia malvagia e scempia
con la qual tu cadrai in questa valle;
si farà contr’ a te; ma, poco appresso,
ella, non tu, n’avrà rossa la tempia.
farà la prova; sì ch’a te fia bello
averti fatta parte per te stesso.
sarà la cortesia del gran Lombardo
che ’n su la scala porta il santo uccello;
che del fare e del chieder, tra voi due,
fia primo quel che tra li altri è più tardo.
nascendo, sì da questa stella forte,
che notabili fier l’opere sue.
per la novella età, ché pur nove anni
son queste rote intorno di lui torte;
parran faville de la sua virtute
in non curar d’argento né d’affanni.
saranno ancora, sì che ’ suoi nemici
non ne potran tener le lingue mute.
per lui fia trasmutata molta gente,
cambiando condizion ricchi e mendici;
di lui, e nol dirai»; e disse cose
incredibili a quei che fier presente.
di quel che ti fu detto; ecco le ’nsidie
che dietro a pochi giri son nascose.
poscia che s’infutura la tua vita
vie più là che ’l punir di lor perfidie».
l’anima santa di metter la trama
in quella tela ch’io le porsi ordita,
dubitando, consiglio da persona
che vede e vuol dirittamente e ama:
lo tempo verso me, per colpo darmi
tal, ch’è più grave a chi più s’abbandona;
sì che, se loco m’è tolto più caro,
io non perdessi li altri per miei carmi.
e per lo monte del cui bel cacume
li occhi de la mia donna mi levaro,
ho io appreso quel che s’io ridico,
a molti fia sapor di forte agrume;
temo di perder viver tra coloro
che questo tempo chiameranno antico».
ch’io trovai lì, si fé prima corusca,
quale a raggio di sole specchio d’oro;
o de la propria o de l’altrui vergogna
pur sentirà la tua parola brusca.
tutta tua visïon fa manifesta;
e lascia pur grattar dov’ è la rogna.
nel primo gusto, vital nodrimento
lascerà poi, quando sarà digesta.
che le più alte cime più percuote;
e ciò non fa d’onor poco argomento.
nel monte e ne la valle dolorosa
pur l’anime che son di fama note,
né ferma fede per essempro ch’aia
la sua radice incognita e ascosa,Paradiso
Canto XVIII
quello specchio beato, e io gustava
lo mio, temprando col dolce l’acerbo;
disse: «Muta pensier; pensa ch’i’ sono
presso a colui ch’ogne torto disgrava».
del mio conforto; e qual io allor vidi
ne li occhi santi amor, qui l’abbandono:
ma per la mente che non può redire
sovra sé tanto, s’altri non la guidi.
che, rimirando lei, lo mio affetto
libero fu da ogne altro disire,
raggiava in Bëatrice, dal bel viso
mi contentava col secondo aspetto.
ella mi disse: «Volgiti e ascolta;
ché non pur ne’ miei occhi è paradiso».
l’affetto ne la vista, s’elli è tanto,
che da lui sia tutta l’anima tolta,
a ch’io mi volsi, conobbi la voglia
in lui di ragionarmi ancora alquanto.
de l’albero che vive de la cima
e frutta sempre e mai non perde foglia,
che venissero al ciel, fuor di gran voce,
sì ch’ogne musa ne sarebbe opima.
quello ch’io nomerò, lì farà l’atto
che fa in nube il suo foco veloce».
dal nomar Iosuè, com’ el si feo;
né mi fu noto il dir prima che ’l fatto.
vidi moversi un altro roteando,
e letizia era ferza del paleo.
due ne seguì lo mio attento sguardo,
com’ occhio segue suo falcon volando.
e ’l duca Gottifredi la mia vista
per quella croce, e Ruberto Guiscardo.
mostrommi l’alma che m’avea parlato
qual era tra i cantor del cielo artista.
per vedere in Beatrice il mio dovere,
o per parlare o per atto, segnato;
tanto gioconde, che la sua sembianza
vinceva li altri e l’ultimo solere.
bene operando, l’uom di giorno in giorno
s’accorge che la sua virtute avanza,
col cielo insieme avea cresciuto l’arco,
veggendo quel miracol più addorno.
di tempo in bianca donna, quando ’l volto
suo si discarchi di vergogna il carco,
per lo candor de la temprata stella
sesta, che dentro a sé m’avea ricolto.
lo sfavillar de l’amor che lì era
segnare a li occhi miei nostra favella.
quasi congratulando a lor pasture,
fanno di sé or tonda or altra schiera,
volitando cantavano, e faciensi
or D, or I, or L in sue figure.
poi, diventando l’un di questi segni,
un poco s’arrestavano e taciensi.
fai glorïosi e rendili longevi,
ed essi teco le cittadi e ’ regni,
le lor figure com’ io l’ho concette:
paia tua possa in questi versi brevi!
vocali e consonanti; e io notai
le parti sì, come mi parver dette.
fur verbo e nome di tutto ’l dipinto;
‘QUI IUDICATIS TERRAM’, fur sezzai.
rimasero ordinate; sì che Giove
pareva argento lì d’oro distinto.
era il colmo de l’emme, e lì quetarsi
cantando, credo, il ben ch’a sé le move.
surgono innumerabili faville,
onde li stolti sogliono agurarsi,
luci e salir, qual assai e qual poco,
sì come ’l sol che l’accende sortille;
la testa e ’l collo d’un’aguglia vidi
rappresentare a quel distinto foco.
ma esso guida, e da lui si rammenta
quella virtù ch’è forma per li nidi.
pareva prima d’ingigliarsi a l’emme,
con poco moto seguitò la ’mprenta.
mi dimostraro che nostra giustizia
effetto sia del ciel che tu ingemme!
tuo moto e tua virtute, che rimiri
ond’ esce il fummo che ’l tuo raggio vizia;
del comperare e vender dentro al templo
che si murò di segni e di martìri.
adora per color che sono in terra
tutti svïati dietro al malo essemplo!
ma or si fa togliendo or qui or quivi
lo pan che ’l pïo Padre a nessun serra.
pensa che Pietro e Paulo, che moriro
per la vigna che guasti, ancor son vivi.
sì a colui che volle viver solo
e che per salti fu tratto al martiro,Paradiso
Canto XIX
la bella image che nel dolce frui
liete facevan l’anime conserte;
raggio di sole ardesse sì acceso,
che ne’ miei occhi rifrangesse lui.
non portò voce mai, né scrisse incostro,
né fu per fantasia già mai compreso;
e sonar ne la voce e «io» e «mio»,
quand’ era nel concetto e ‘noi’ e ‘nostro’.
son io qui essaltato a quella gloria
che non si lascia vincere a disio;
sì fatta, che le genti lì malvage
commendan lei, ma non seguon la storia».
si fa sentir, come di molti amori
usciva solo un suon di quella image.
de l’etterna letizia, che pur uno
parer mi fate tutti vostri odori,
che lungamente m’ha tenuto in fame,
non trovandoli in terra cibo alcuno.
la divina giustizia fa suo specchio,
che ’l vostro non l’apprende con velame.
ad ascoltar; sapete qual è quello
dubbio che m’è digiun cotanto vecchio».
move la testa e con l’ali si plaude,
voglia mostrando e faccendosi bello,
de la divina grazia era contesto,
con canti quai si sa chi là sù gaude.
a lo stremo del mondo, e dentro ad esso
distinse tanto occulto e manifesto,
in tutto l’universo, che ’l suo verbo
non rimanesse in infinito eccesso.
che fu la somma d’ogne creatura,
per non aspettar lume, cadde acerbo;
è corto recettacolo a quel bene
che non ha fine e sé con sé misura.
esser alcun de’ raggi de la mente
di che tutte le cose son ripiene,
tanto, che suo principio discerna
molto di là da quel che l’è parvente.
la vista che riceve il vostro mondo,
com’ occhio per lo mare, entro s’interna;
in pelago nol vede; e nondimeno
èli, ma cela lui l’esser profondo.
che non si turba mai; anzi è tenèbra
od ombra de la carne o suo veleno.
che t’ascondeva la giustizia viva,
di che facei question cotanto crebra;
de l’Indo, e quivi non è chi ragioni
di Cristo né chi legga né chi scriva;
sono, quanto ragione umana vede,
sanza peccato in vita o in sermoni.
ov’ è questa giustizia che ’l condanna?
ov’ è la colpa sua, se ei non crede?”.
per giudicar di lungi mille miglia
con la veduta corta d’una spanna?
se la Scrittura sovra voi non fosse,
da dubitar sarebbe a maraviglia.
La prima volontà, ch’è da sé buona,
da sé, ch’è sommo ben, mai non si mosse.
nullo creato bene a sé la tira,
ma essa, radïando, lui cagiona».
poi c’ha pasciuti la cicogna i figli,
e come quel ch’è pasto la rimira;
la benedetta imagine, che l’ali
movea sospinte da tanti consigli.
son le mie note a te, che non le ’ntendi,
tal è il giudicio etterno a voi mortali».
de lo Spirito Santo ancor nel segno
che fé i Romani al mondo reverendi,
non salì mai chi non credette ’n Cristo,
né pria né poi ch’el si chiavasse al legno.
che saranno in giudicio assai men prope
a lui, che tal che non conosce Cristo;
quando si partiranno i due collegi,
l’uno in etterno ricco e l’altro inòpe.
come vedranno quel volume aperto
nel qual si scrivon tutti suoi dispregi?
quella che tosto moverà la penna,
per che ’l regno di Praga fia diserto.
induce, falseggiando la moneta,
quel che morrà di colpo di cotenna.
che fa lo Scotto e l’Inghilese folle,
sì che non può soffrir dentro a sua meta.
di quel di Spagna e di quel di Boemme,
che mai valor non conobbe né volle.
segnata con un i la sua bontate,
quando ’l contrario segnerà un emme.
di quei che guarda l’isola del foco,
ove Anchise finì la lunga etate;
la sua scrittura fian lettere mozze,
che noteranno molto in parvo loco.
del barba e del fratel, che tanto egregia
nazione e due corone han fatte bozze.
lì si conosceranno, e quel di Rascia
che male ha visto il conio di Vinegia.
più malmenare! e beata Navarra,
se s’armasse del monte che la fascia!
di questo, Niccosïa e Famagosta
per la lor bestia si lamenti e garra,Paradiso
Canto XX
de l’emisperio nostro sì discende,
che ’l giorno d’ogne parte si consuma,
subitamente si rifà parvente
per molte luci, in che una risplende;
come ’l segno del mondo e de’ suoi duci
nel benedetto rostro fu tacente;
vie più lucendo, cominciaron canti
da mia memoria labili e caduci.
quanto parevi ardente in que’ flailli,
ch’avieno spirto sol di pensier santi!
ond’ io vidi ingemmato il sesto lume
puoser silenzio a li angelici squilli,
che scende chiaro giù di pietra in pietra,
mostrando l’ubertà del suo cacume.
prende sua forma, e sì com’ al pertugio
de la sampogna vento che penètra,
quel mormorar de l’aguglia salissi
su per lo collo, come fosse bugio.
per lo suo becco in forma di parole,
quali aspettava il core ov’ io le scrissi.
ne l’aguglie mortali», incominciommi,
«or fisamente riguardar si vole,
quelli onde l’occhio in testa mi scintilla,
e’ di tutti lor gradi son li sommi.
fu il cantor de lo Spirito Santo,
che l’arca traslatò di villa in villa:
in quanto effetto fu del suo consiglio,
per lo remunerar ch’è altrettanto.
colui che più al becco mi s’accosta,
la vedovella consolò del figlio:
non seguir Cristo, per l’esperïenza
di questa dolce vita e de l’opposta.
di che ragiono, per l’arco superno,
morte indugiò per vera penitenza:
non si trasmuta, quando degno preco
fa crastino là giù de l’odïerno.
sotto buona intenzion che fé mal frutto,
per cedere al pastor si fece greco:
dal suo bene operar non li è nocivo,
avvegna che sia ’l mondo indi distrutto.
Guiglielmo fu, cui quella terra plora
che piagne Carlo e Federigo vivo:
lo ciel del giusto rege, e al sembiante
del suo fulgore il fa vedere ancora.
che Rifëo Troiano in questo tondo
fosse la quinta de le luci sante?
veder non può de la divina grazia,
ben che sua vista non discerna il fondo».
prima cantando, e poi tace contenta
de l’ultima dolcezza che la sazia,
de l’etterno piacere, al cui disio
ciascuna cosa qual ell’ è diventa.
lì quasi vetro a lo color ch’el veste,
tempo aspettar tacendo non patio,
mi pinse con la forza del suo peso:
per ch’io di coruscar vidi gran feste.
lo benedetto segno mi rispuose
per non tenermi in ammirar sospeso:
perch’ io le dico, ma non vedi come;
sì che, se son credute, sono ascose.
apprende ben, ma la sua quiditate
veder non può se altri non la prome.
da caldo amore e da viva speranza,
che vince la divina volontate:
ma vince lei perché vuole esser vinta,
e, vinta, vince con sua beninanza.
ti fa maravigliar, perché ne vedi
la regïon de li angeli dipinta.
Gentili, ma Cristiani, in ferma fede
quel d’i passuri e quel d’i passi piedi.
già mai a buon voler, tornò a l’ossa;
e ciò di viva spene fu mercede:
ne’ prieghi fatti a Dio per suscitarla,
sì che potesse sua voglia esser mossa.
tornata ne la carne, in che fu poco,
credette in lui che potëa aiutarla;
di vero amor, ch’a la morte seconda
fu degna di venire a questo gioco.
fontana stilla, che mai creatura
non pinse l’occhio infino a la prima onda,
per che, di grazia in grazia, Dio li aperse
l’occhio a la nostra redenzion futura;
da indi il puzzo più del paganesmo;
e riprendiene le genti perverse.
che tu vedesti da la destra rota,
dinanzi al battezzar più d’un millesmo.
è la radice tua da quelli aspetti
che la prima cagion non veggion tota!
a giudicar: ché noi, che Dio vedemo,
non conosciamo ancor tutti li eletti;
perché il ben nostro in questo ben s’affina,
che quel che vole Iddio, e noi volemo».
per farmi chiara la mia corta vista,
data mi fu soave medicina.
fa seguitar lo guizzo de la corda,
in che più di piacer lo canto acquista,
ch’io vidi le due luci benedette,
pur come batter d’occhi si concorda,Paradiso
Canto XXI
de la mia donna, e l’animo con essi,
e da ogne altro intento s’era tolto.
mi cominciò, «tu ti faresti quale
fu Semelè quando di cener fessi:
de l’etterno palazzo più s’accende,
com’ hai veduto, quanto più si sale,
che ’l tuo mortal podere, al suo fulgore,
sarebbe fronda che trono scoscende.
che sotto ’l petto del Leone ardente
raggia mo misto giù del suo valore.
e fa di quelli specchi a la figura
che ’n questo specchio ti sarà parvente».
del viso mio ne l’aspetto beato
quand’ io mi trasmutai ad altra cura,
ubidire a la mia celeste scorta,
contrapesando l’un con l’altro lato.
cerchiando il mondo, del suo caro duce
sotto cui giacque ogne malizia morta,
vid’ io uno scaleo eretto in suso
tanto, che nol seguiva la mia luce.
tanti splendor, ch’io pensai ch’ogne lume
che par nel ciel, quindi fosse diffuso.
le pole insieme, al cominciar del giorno,
si movono a scaldar le fredde piume;
altre rivolgon sé onde son mosse,
e altre roteando fan soggiorno;
in quello sfavillar che ’nsieme venne,
sì come in certo grado si percosse.
si fé sì chiaro, ch’io dicea pensando:
‘Io veggio ben l’amor che tu m’accenne.
del dire e del tacer, si sta; ond’ io,
contra ’l disio, fo ben ch’io non dimando’.
nel veder di colui che tutto vede,
mi disse: «Solvi il tuo caldo disio».
non mi fa degno de la tua risposta;
ma per colei che ’l chieder mi concede,
dentro a la tua letizia, fammi nota
la cagion che sì presso mi t’ha posta;
la dolce sinfonia di paradiso,
che giù per l’altre suona sì divota».
rispuose a me; «onde qui non si canta
per quel che Bëatrice non ha riso.
discesi tanto sol per farti festa
col dire e con la luce che mi ammanta;
ché più e tanto amor quinci sù ferve,
sì come il fiammeggiar ti manifesta.
pronte al consiglio che ’l mondo governa,
sorteggia qui sì come tu osserve».
come libero amore in questa corte
basta a seguir la provedenza etterna;
perché predestinata fosti sola
a questo officio tra le tue consorte».
che del suo mezzo fece il lume centro,
girando sé come veloce mola;
«Luce divina sopra me s’appunta,
penetrando per questa in ch’io m’inventro,
mi leva sopra me tanto, ch’i’ veggio
la somma essenza de la quale è munta.
per ch’a la vista mia, quant’ ella è chiara,
la chiarità de la fiamma pareggio.
quel serafin che ’n Dio più l’occhio ha fisso,
a la dimanda tua non satisfara,
de l’etterno statuto quel che chiedi,
che da ogne creata vista è scisso.
questo rapporta, sì che non presumma
a tanto segno più mover li piedi.
onde riguarda come può là giùe
quel che non pote perché ’l ciel l’assumma».
ch’io lasciai la quistione e mi ritrassi
a dimandarla umilmente chi fue.
e non molto distanti a la tua patria,
tanto che ’ troni assai suonan più bassi,
di sotto al quale è consecrato un ermo,
che suole esser disposto a sola latria».
e poi, continüando, disse: «Quivi
al servigio di Dio mi fe’ sì fermo,
lievemente passava caldi e geli,
contento ne’ pensier contemplativi.
fertilemente; e ora è fatto vano,
sì che tosto convien che si riveli.
e Pietro Peccator fu’ ne la casa
di Nostra Donna in sul lito adriano.
quando fui chiesto e tratto a quel cappello,
che pur di male in peggio si travasa.
de lo Spirito Santo, magri e scalzi,
prendendo il cibo da qualunque ostello.
li moderni pastori e chi li meni,
tanto son gravi, e chi di rietro li alzi.
sì che due bestie van sott’ una pelle:
oh pazïenza che tanto sostieni!».
di grado in grado scendere e girarsi,
e ogne giro le facea più belle.
e fero un grido di sì alto suono,
che non potrebbe qui assomigliarsi;Paradiso
Canto XXII
mi volsi, come parvol che ricorre
sempre colà dove più si confida;
sùbito al figlio palido e anelo
con la sua voce, che ’l suol ben disporre,
e non sai tu che ’l cielo è tutto santo,
e ciò che ci si fa vien da buon zelo?
e io ridendo, mo pensar lo puoi,
poscia che ’l grido t’ha mosso cotanto;
già ti sarebbe nota la vendetta
che tu vedrai innanzi che tu muoi.
né tardo, ma’ ch’al parer di colui
che disïando o temendo l’aspetta.
ch’assai illustri spiriti vedrai,
se com’ io dico l’aspetto redui».
e vidi cento sperule che ’nsieme
più s’abbellivan con mutüi rai.
la punta del disio, e non s’attenta
di domandar, sì del troppo si teme;
di quelle margherite innanzi fessi,
per far di sé la mia voglia contenta.
com’ io la carità che tra noi arde,
li tuoi concetti sarebbero espressi.
a l’alto fine, io ti farò risposta
pur al pensier, da che sì ti riguarde.
fu frequentato già in su la cima
da la gente ingannata e mal disposta;
lo nome di colui che ’n terra addusse
la verità che tanto ci soblima;
ch’io ritrassi le ville circunstanti
da l’empio cólto che ’l mondo sedusse.
uomini fuoro, accesi di quel caldo
che fa nascere i fiori e ’ frutti santi.
qui son li frati miei che dentro ai chiostri
fermar li piedi e tennero il cor saldo».
meco parlando, e la buona sembianza
ch’io veggio e noto in tutti li ardor vostri,
come ’l sol fa la rosa quando aperta
tanto divien quant’ ell’ ha di possanza.
s’io posso prender tanta grazia, ch’io
ti veggia con imagine scoverta».
s’adempierà in su l’ultima spera,
ove s’adempion tutti li altri e ’l mio.
ciascuna disïanza; in quella sola
è ogne parte là ove sempr’ era,
e nostra scala infino ad essa varca,
onde così dal viso ti s’invola.
Iacobbe porger la superna parte,
quando li apparve d’angeli sì carca.
da terra i piedi, e la regola mia
rimasa è per danno de le carte.
fatte sono spelonche, e le cocolle
sacca son piene di farina ria.
contra ’l piacer di Dio, quanto quel frutto
che fa il cor de’ monaci sì folle;
è de la gente che per Dio dimanda;
non di parenti né d’altro più brutto.
che giù non basta buon cominciamento
dal nascer de la quercia al far la ghianda.
e io con orazione e con digiuno,
e Francesco umilmente il suo convento;
poscia riguardi là dov’ è trascorso,
tu vederai del bianco fatto bruno.
più fu, e ’l mar fuggir, quando Dio volse,
mirabile a veder che qui ’l soccorso».
al suo collegio, e ’l collegio si strinse;
poi, come turbo, in sù tutto s’avvolse.
con un sol cenno su per quella scala,
sì sua virtù la mia natura vinse;
naturalmente, fu sì ratto moto
ch’agguagliar si potesse a la mia ala.
trïunfo per lo quale io piango spesso
le mie peccata e ’l petto mi percuoto,
nel foco il dito, in quant’ io vidi ’l segno
che segue il Tauro e fui dentro da esso.
di gran virtù, dal quale io riconosco
tutto, qual che si sia, il mio ingegno,
quelli ch’è padre d’ogne mortal vita,
quand’ io senti’ di prima l’aere tosco;
d’entrar ne l’alta rota che vi gira,
la vostra regïon mi fu sortita.
l’anima mia, per acquistar virtute
al passo forte che a sé la tira.
cominciò Bëatrice, «che tu dei
aver le luci tue chiare e acute;
rimira in giù, e vedi quanto mondo
sotto li piedi già esser ti fei;
s’appresenti a la turba trïunfante
che lieta vien per questo etera tondo».
le sette spere, e vidi questo globo
tal, ch’io sorrisi del suo vil sembiante;
che l’ha per meno; e chi ad altro pensa
chiamar si puote veramente probo.
sanza quell’ ombra che mi fu cagione
per che già la credetti rara e densa.
quivi sostenni, e vidi com’ si move
circa e vicino a lui Maia e Dïone.
tra ’l padre e ’l figlio; e quindi mi fu chiaro
il varïar che fanno di lor dove;
quanto son grandi e quanto son veloci
e come sono in distante riparo.
volgendom’ io con li etterni Gemelli,
tutta m’apparve da’ colli a le foci;Paradiso
Canto XXIII
posato al nido de’ suoi dolci nati
la notte che le cose ci nasconde,
e per trovar lo cibo onde li pasca,
in che gravi labor li sono aggrati,
e con ardente affetto il sole aspetta,
fiso guardando pur che l’alba nasca;
e attenta, rivolta inver’ la plaga
sotto la quale il sol mostra men fretta:
fecimi qual è quei che disïando
altro vorria, e sperando s’appaga.
del mio attender, dico, e del vedere
lo ciel venir più e più rischiarando;
del trïunfo di Cristo e tutto ’l frutto
ricolto del girar di queste spere!».
e li occhi avea di letizia sì pieni,
che passarmen convien sanza costrutto.
Trivïa ride tra le ninfe etterne
che dipingon lo ciel per tutti i seni,
un sol che tutte quante l’accendea,
come fa ’l nostro le viste superne;
la lucente sustanza tanto chiara
nel viso mio, che non la sostenea.
Ella mi disse: «Quel che ti sobranza
è virtù da cui nulla si ripara.
ch’aprì le strade tra ’l cielo e la terra,
onde fu già sì lunga disïanza».
per dilatarsi sì che non vi cape,
e fuor di sua natura in giù s’atterra,
fatta più grande, di sé stessa uscìo,
e che si fesse rimembrar non sape.
tu hai vedute cose, che possente
se’ fatto a sostener lo riso mio».
di visïone oblita e che s’ingegna
indarno di ridurlasi a la mente,
di tanto grato, che mai non si stingue
del libro che ’l preterito rassegna.
che Polimnïa con le suore fero
del latte lor dolcissimo più pingue,
non si verria, cantando il santo riso
e quanto il santo aspetto facea mero;
convien saltar lo sacrato poema,
come chi trova suo cammin riciso.
e l’omero mortal che se ne carca,
nol biasmerebbe se sott’ esso trema:
quel che fendendo va l’ardita prora,
né da nocchier ch’a sé medesmo parca.
che tu non ti rivolgi al bel giardino
che sotto i raggi di Cristo s’infiora?
carne si fece; quivi son li gigli
al cui odor si prese il buon cammino».
tutto era pronto, ancora mi rendei
a la battaglia de’ debili cigli.
per fratta nube, già prato di fiori
vider, coverti d’ombra, li occhi miei;
folgorate di sù da raggi ardenti,
sanza veder principio di folgóri.
sù t’essaltasti, per largirmi loco
a li occhi lì che non t’eran possenti.
e mane e sera, tutto mi ristrinse
l’animo ad avvisar lo maggior foco;
il quale e il quanto de la viva stella
che là sù vince come qua giù vinse,
formata in cerchio a guisa di corona,
e cinsela e girossi intorno ad ella.
qua giù e più a sé l’anima tira,
parrebbe nube che squarciata tona,
onde si coronava il bel zaffiro
del quale il ciel più chiaro s’inzaffira.
l’alta letizia che spira del ventre
che fu albergo del nostro disiro;
che seguirai tuo figlio, e farai dia
più la spera suprema perché lì entre».
si sigillava, e tutti li altri lumi
facean sonare il nome di Maria.
del mondo, che più ferve e più s’avviva
ne l’alito di Dio e nei costumi,
tanto distante, che la sua parvenza,
là dov’ io era, ancor non appariva:
di seguitar la coronata fiamma
che si levò appresso sua semenza.
tende le braccia, poi che ’l latte prese,
per l’animo che ’nfin di fuor s’infiamma;
con la sua cima, sì che l’alto affetto
ch’elli avieno a Maria mi fu palese.
‘Regina celi’ cantando sì dolce,
che mai da me non si partì ’l diletto.
in quelle arche ricchissime che fuoro
a seminar qua giù buone bobolce!
che s’acquistò piangendo ne lo essilio
di Babillòn, ove si lasciò l’oro.
di Dio e di Maria, di sua vittoria,
e con l’antico e col novo concilio,Paradiso
Canto XXIV
del benedetto Agnello, il qual vi ciba
sì, che la vostra voglia è sempre piena,
di quel che cade de la vostra mensa,
prima che morte tempo li prescriba,
e roratelo alquanto: voi bevete
sempre del fonte onde vien quel ch’ei pensa».
si fero spere sopra fissi poli,
fiammando, a volte, a guisa di comete.
si giran sì, che ’l primo a chi pon mente
quïeto pare, e l’ultimo che voli;
mente danzando, de la sua ricchezza
mi facieno stimar, veloci e lente.
vid’ ïo uscire un foco sì felice,
che nullo vi lasciò di più chiarezza;
si volse con un canto tanto divo,
che la mia fantasia nol mi ridice.
ché l’imagine nostra a cotai pieghe,
non che ’l parlare, è troppo color vivo.
divota, per lo tuo ardente affetto
da quella bella spera mi disleghe».
a la mia donna dirizzò lo spiro,
che favellò così com’ i’ ho detto.
a cui Nostro Segnor lasciò le chiavi,
ch’ei portò giù, di questo gaudio miro,
come ti piace, intorno de la fede,
per la qual tu su per lo mare andavi.
non t’è occulto, perché ’l viso hai quivi
dov’ ogne cosa dipinta si vede;
per la verace fede, a glorïarla,
di lei parlare è ben ch’a lui arrivi».
fin che ’l maestro la question propone,
per approvarla, non per terminarla,
mentre ch’ella dicea, per esser presto
a tal querente e a tal professione.
fede che è?». Ond’ io levai la fronte
in quella luce onde spirava questo;
sembianze femmi perch’ ïo spandessi
l’acqua di fuor del mio interno fonte.
comincia’ io, «da l’alto primipilo,
faccia li miei concetti bene espressi».
ne scrisse, padre, del tuo caro frate
che mise teco Roma nel buon filo,
e argomento de le non parventi;
e questa pare a me sua quiditate».
se bene intendi perché la ripuose
tra le sustanze, e poi tra li argomenti».
che mi largiscon qui la lor parvenza,
a li occhi di là giù son sì ascose,
sopra la qual si fonda l’alta spene;
e però di sustanza prende intenza.
silogizzar, sanz’ avere altra vista:
però intenza d’argomento tene».
giù per dottrina, fosse così ’nteso,
non lì avria loco ingegno di sofista».
indi soggiunse: «Assai bene è trascorsa
d’esta moneta già la lega e ’l peso;
Ond’ io: «Sì ho, sì lucida e sì tonda,
che nel suo conio nulla mi s’inforsa».
che lì splendeva: «Questa cara gioia
sopra la quale ogne virtù si fonda,
de lo Spirito Santo, ch’è diffusa
in su le vecchie e ’n su le nuove cuoia,
acutamente sì, che ’nverso d’ella
ogne dimostrazion mi pare ottusa».
proposizion che così ti conchiude,
perché l’hai tu per divina favella?».
son l’opere seguite, a che natura
non scalda ferro mai né batte incude».
che quell’ opere fosser? Quel medesmo
che vuol provarsi, non altri, il ti giura».
diss’ io, «sanza miracoli, quest’ uno
è tal, che li altri non sono il centesmo:
in campo, a seminar la buona pianta
che fu già vite e ora è fatta pruno».
risonò per le spere un ‘Dio laudamo’
ne la melode che là sù si canta.
essaminando, già tratto m’avea,
che a l’ultime fronde appressavamo,
con la tua mente, la bocca t’aperse
infino a qui come aprir si dovea,
ma or convien espremer quel che credi,
e onde a la credenza tua s’offerse».
ciò che credesti sì, che tu vincesti
ver’ lo sepulcro più giovani piedi»,
la forma qui del pronto creder mio,
e anche la cagion di lui chiedesti.
solo ed etterno, che tutto ’l ciel move,
non moto, con amore e con disio;
fisice e metafisice, ma dalmi
anche la verità che quinci piove
per l’Evangelio e per voi che scriveste
poi che l’ardente Spirto vi fé almi;
credo una essenza sì una e sì trina,
che soffera congiunto ‘sono’ ed ‘este’.
ch’io tocco mo, la mente mi sigilla
più volte l’evangelica dottrina.
che si dilata in fiamma poi vivace,
e come stella in cielo in me scintilla».
da indi abbraccia il servo, gratulando
per la novella, tosto ch’el si tace;
tre volte cinse me, sì com’ io tacqui,
l’appostolico lume al cui comandoParadiso
Canto XXV
al quale ha posto mano e cielo e terra,
sì che m’ha fatto per molti anni macro,
del bello ovile ov’ io dormi’ agnello,
nimico ai lupi che li danno guerra;
ritornerò poeta, e in sul fonte
del mio battesmo prenderò ’l cappello;
l’anime a Dio, quivi intra’ io, e poi
Pietro per lei sì mi girò la fronte.
di quella spera ond’ uscì la primizia
che lasciò Cristo d’i vicari suoi;
mi disse: «Mira, mira: ecco il barone
per cui là giù si vicita Galizia».
presso al compagno, l’uno a l’altro pande,
girando e mormorando, l’affezione;
principe glorïoso essere accolto,
laudando il cibo che là sù li prande.
tacito coram me ciascun s’affisse,
ignito sì che vincëa ’l mio volto.
«Inclita vita per cui la larghezza
de la nostra basilica si scrisse,
tu sai, che tante fiate la figuri,
quante Iesù ai tre fé più carezza».
che ciò che vien qua sù del mortal mondo,
convien ch’ai nostri raggi si maturi».
mi venne; ond’ io leväi li occhi a’ monti
che li ’ncurvaron pria col troppo pondo.
lo nostro Imperadore, anzi la morte,
ne l’aula più secreta co’ suoi conti,
la spene, che là giù bene innamora,
in te e in altrui di ciò conforte,
la mente tua, e dì onde a te venne».
Così seguì ’l secondo lume ancora.
de le mie ali a così alto volo,
a la risposta così mi prevenne:
non ha con più speranza, com’ è scritto
nel Sol che raggia tutto nostro stuolo:
vegna in Ierusalemme per vedere,
anzi che ’l militar li sia prescritto.
son dimandati, ma perch’ ei rapporti
quanto questa virtù t’è in piacere,
né di iattanza; ed elli a ciò risponda,
e la grazia di Dio ciò li comporti».
pronto e libente in quel ch’elli è esperto,
perché la sua bontà si disasconda,
de la gloria futura, il qual produce
grazia divina e precedente merto.
ma quei la distillò nel mio cor pria
che fu sommo cantor del sommo duce.
dice, ‘color che sanno il nome tuo’:
e chi nol sa, s’elli ha la fede mia?
ne la pistola poi; sì ch’io son pieno,
e in altrui vostra pioggia repluo».
di quello incendio tremolava un lampo
sùbito e spesso a guisa di baleno.
ancor ver’ la virtù che mi seguette
infin la palma e a l’uscir del campo,
di lei; ed emmi a grato che tu diche
quello che la speranza ti ’mpromette».
pongon lo segno, ed esso lo mi addita,
de l’anime che Dio s’ha fatte amiche.
ne la sua terra fia di doppia vesta:
e la sua terra è questa dolce vita;
là dove tratta de le bianche stole,
questa revelazion ci manifesta».
‘Sperent in te’ di sopr’ a noi s’udì;
a che rispuoser tutte le carole.
sì che, se ’l Cancro avesse un tal cristallo,
l’inverno avrebbe un mese d’un sol dì.
vergine lieta, sol per fare onore
a la novizia, non per alcun fallo,
venire a’ due che si volgieno a nota
qual conveniesi al loro ardente amore.
e la mia donna in lor tenea l’aspetto,
pur come sposa tacita e immota.
del nostro pellicano, e questi fue
di su la croce al grande officio eletto».
mosser la vista sua di stare attenta
poscia che prima le parole sue.
di vedere eclissar lo sole un poco,
che, per veder, non vedente diventa;
mentre che detto fu: «Perché t’abbagli
per veder cosa che qui non ha loco?
tanto con li altri, che ’l numero nostro
con l’etterno proposito s’agguagli.
son le due luci sole che saliro;
e questo apporterai nel mondo vostro».
si quïetò con esso il dolce mischio
che si facea nel suon del trino spiro,
li remi, pria ne l’acqua ripercossi,
tutti si posano al sonar d’un fischio.
quando mi volsi per veder Beatrice,
per non poter veder, benché io fossiParadiso
Canto XXVI
de la fulgida fiamma che lo spense
uscì un spiro che mi fece attento,
de la vista che haï in me consunta,
ben è che ragionando la compense.
l’anima tua, e fa ragion che sia
la vista in te smarrita e non defunta:
regïon ti conduce, ha ne lo sguardo
la virtù ch’ebbe la man d’Anania».
vegna remedio a li occhi, che fuor porte
quand’ ella entrò col foco ond’ io sempr’ ardo.
Alfa e O è di quanta scrittura
mi legge Amore o lievemente o forte».
tolta m’avea del sùbito abbarbaglio,
di ragionare ancor mi mise in cura;
ti conviene schiarar: dicer convienti
chi drizzò l’arco tuo a tal berzaglio».
e per autorità che quinci scende
cotale amor convien che in me si ’mprenti:
così accende amore, e tanto maggio
quanto più di bontate in sé comprende.
che ciascun ben che fuor di lei si trova
altro non è ch’un lume di suo raggio,
la mente, amando, di ciascun che cerne
il vero in che si fonda questa prova.
colui che mi dimostra il primo amore
di tutte le sustanze sempiterne.
che dice a Moïsè, di sé parlando:
‘Io ti farò vedere ogne valore’.
l’alto preconio che grida l’arcano
di qui là giù sovra ogne altro bando».
e per autoritadi a lui concorde
d’i tuoi amori a Dio guarda il sovrano.
tirarti verso lui, sì che tu suone
con quanti denti questo amor ti morde».
de l’aguglia di Cristo, anzi m’accorsi
dove volea menar mia professione.
che posson far lo cor volgere a Dio,
a la mia caritate son concorsi:
la morte ch’el sostenne perch’ io viva,
e quel che spera ogne fedel com’ io,
tratto m’hanno del mar de l’amor torto,
e del diritto m’han posto a la riva.
de l’ortolano etterno, am’ io cotanto
quanto da lui a lor di bene è porto».
risonò per lo cielo, e la mia donna
dicea con li altri: «Santo, santo, santo!».
per lo spirto visivo che ricorre
a lo splendor che va di gonna in gonna,
sì nescïa è la sùbita vigilia
fin che la stimativa non soccorre;
fugò Beatrice col raggio d’i suoi,
che rifulgea da più di mille milia:
e quasi stupefatto domandai
d’un quarto lume ch’io vidi tra noi.
vagheggia il suo fattor l’anima prima
che la prima virtù creasse mai».
nel transito del vento, e poi si leva
per la propria virtù che la soblima,
stupendo, e poi mi rifece sicuro
un disio di parlare ond’ ïo ardeva.
solo prodotto fosti, o padre antico
a cui ciascuna sposa è figlia e nuro,
perché mi parli: tu vedi mia voglia,
e per udirti tosto non la dico».
sì che l’affetto convien che si paia
per lo seguir che face a lui la ’nvoglia;
mi facea trasparer per la coverta
quant’ ella a compiacermi venìa gaia.
da te, la voglia tua discerno meglio
che tu qualunque cosa t’è più certa;
che fa di sé pareglio a l’altre cose,
e nulla face lui di sé pareglio.
ne l’eccelso giardino, ove costei
a così lunga scala ti dispuose,
e la propria cagion del gran disdegno,
e l’idïoma ch’usai e che fei.
fu per sé la cagion di tanto essilio,
ma solamente il trapassar del segno.
quattromilia trecento e due volumi
di sol desiderai questo concilio;
de la sua strada novecento trenta
fïate, mentre ch’ïo in terra fu’mi.
innanzi che a l’ovra inconsummabile
fosse la gente di Nembròt attenta:
per lo piacere uman che rinovella
seguendo il cielo, sempre fu durabile.
ma così o così, natura lascia
poi fare a voi secondo che v’abbella.
I s’appellava in terra il sommo bene
onde vien la letizia che mi fascia;
ché l’uso d’i mortali è come fronda
in ramo, che sen va e altra vene.
fu’ io, con vita pura e disonesta,
da la prim’ ora a quella che seconda,Paradiso
Canto XXVII
cominciò, ‘gloria!’, tutto ’l paradiso,
sì che m’inebrïava il dolce canto.
de l’universo; per che mia ebbrezza
intrava per l’udire e per lo viso.
oh vita intègra d’amore e di pace!
oh sanza brama sicura ricchezza!
stavano accese, e quella che pria venne
incominciò a farsi più vivace,
qual diverrebbe Iove, s’elli e Marte
fossero augelli e cambiassersi penne.
vice e officio, nel beato coro
silenzio posto avea da ogne parte,
non ti maravigliar, ché, dicend’ io,
vedrai trascolorar tutti costoro.
il luogo mio, il luogo mio, che vaca
ne la presenza del Figliuol di Dio,
del sangue e de la puzza; onde ’l perverso
che cadde di qua sù, là giù si placa».
nube dipigne da sera e da mane,
vid’ ïo allora tutto ’l ciel cosperso.
di sé sicura, e per l’altrui fallanza,
pur ascoltando, timida si fane,
e tale eclissi credo che ’n ciel fue
quando patì la supprema possanza.
con voce tanto da sé trasmutata,
che la sembianza non si mutò piùe:
del sangue mio, di Lin, di quel di Cleto,
per essere ad acquisto d’oro usata;
e Sisto e Pïo e Calisto e Urbano
sparser lo sangue dopo molto fleto.
d’i nostri successor parte sedesse,
parte da l’altra del popol cristiano;
divenisser signaculo in vessillo
che contra battezzati combattesse;
a privilegi venduti e mendaci,
ond’ io sovente arrosso e disfavillo.
si veggion di qua sù per tutti i paschi:
o difesa di Dio, perché pur giaci?
s’apparecchian di bere: o buon principio,
a che vil fine convien che tu caschi!
difese a Roma la gloria del mondo,
soccorrà tosto, sì com’ io concipio;
ancor giù tornerai, apri la bocca,
e non asconder quel ch’io non ascondo».
in giuso l’aere nostro, quando ’l corno
de la capra del ciel col sol si tocca,
farsi e fioccar di vapor trïunfanti
che fatto avien con noi quivi soggiorno.
e seguì fin che ’l mezzo, per lo molto,
li tolse il trapassar del più avanti.
de l’attendere in sù, mi disse: «Adima
il viso e guarda come tu se’ vòlto».
i’ vidi mosso me per tutto l’arco
che fa dal mezzo al fine il primo clima;
folle d’Ulisse, e di qua presso il lito
nel qual si fece Europa dolce carco.
di questa aiuola; ma ’l sol procedea
sotto i mie’ piedi un segno e più partito.
con la mia donna sempre, di ridure
ad essa li occhi più che mai ardea;
da pigliare occhi, per aver la mente,
in carne umana o ne le sue pitture,
ver’ lo piacer divin che mi refulse,
quando mi volsi al suo viso ridente.
del bel nido di Leda mi divelse,
e nel ciel velocissimo m’impulse.
sì uniforme son, ch’i’ non so dire
qual Bëatrice per loco mi scelse.
incominciò, ridendo tanto lieta,
che Dio parea nel suo volto gioire:
il mezzo e tutto l’altro intorno move,
quinci comincia come da sua meta;
che la mente divina, in che s’accende
l’amor che ’l volge e la virtù ch’ei piove.
sì come questo li altri; e quel precinto
colui che ’l cinge solamente intende.
ma li altri son mensurati da questo,
sì come diece da mezzo e da quinto;
le sue radici e ne li altri le fronde,
omai a te può esser manifesto.
sì sotto te, che nessuno ha podere
di trarre li occhi fuor de le tue onde!
ma la pioggia continüa converte
in bozzacchioni le sosine vere.
solo ne’ parvoletti; poi ciascuna
pria fugge che le guance sian coperte.
che poi divora, con la lingua sciolta,
qualunque cibo per qualunque luna;
la madre sua, che, con loquela intera,
disïa poi di vederla sepolta.
nel primo aspetto de la bella figlia
di quel ch’apporta mane e lascia sera.
pensa che ’n terra non è chi governi;
onde sì svïa l’umana famiglia.
per la centesma ch’è là giù negletta,
raggeran sì questi cerchi superni,
le poppe volgerà u’ son le prore,
sì che la classe correrà diretta;Paradiso
Canto XXVIII
d’i miseri mortali aperse ’l vero
quella che ’mparadisa la mia mente,
vede colui che se n’alluma retro,
prima che l’abbia in vista o in pensiero,
li dice il vero, e vede ch’el s’accorda
con esso come nota con suo metro;
ch’io feci riguardando ne’ belli occhi
onde a pigliarmi fece Amor la corda.
li miei da ciò che pare in quel volume,
quandunque nel suo giro ben s’adocchi,
acuto sì, che ’l viso ch’elli affoca
chiuder conviensi per lo forte acume;
parrebbe luna, locata con esso
come stella con stella si collòca.
alo cigner la luce che ’l dipigne
quando ’l vapor che ’l porta più è spesso,
si girava sì ratto, ch’avria vinto
quel moto che più tosto il mondo cigne;
e quel dal terzo, e ’l terzo poi dal quarto,
dal quinto il quarto, e poi dal sesto il quinto.
già di larghezza, che ’l messo di Iuno
intero a contenerlo sarebbe arto.
più tardo si movea, secondo ch’era
in numero distante più da l’uno;
cui men distava la favilla pura,
credo, però che più di lei s’invera.
forte sospeso, disse: «Da quel punto
depende il cielo e tutta la natura.
e sappi che ’l suo muovere è sì tosto
per l’affocato amore ond’ elli è punto».
con l’ordine ch’io veggio in quelle rote,
sazio m’avrebbe ciò che m’è proposto;
veder le volte tanto più divine,
quant’ elle son dal centro più remote.
in questo miro e angelico templo
che solo amore e luce ha per confine,
e l’essemplare non vanno d’un modo,
ché io per me indarno a ciò contemplo».
sufficïenti, non è maraviglia:
tanto, per non tentare, è fatto sodo!».
quel ch’io ti dicerò, se vuo’ saziarti;
e intorno da esso t’assottiglia.
secondo il più e ’l men de la virtute
che si distende per tutte lor parti.
maggior salute maggior corpo cape,
s’elli ha le parti igualmente compiute.
l’altro universo seco, corrisponde
al cerchio che più ama e che più sape:
la tua misura, non a la parvenza
de le sustanze che t’appaion tonde,
di maggio a più e di minore a meno,
in ciascun cielo, a süa intelligenza».
l’emisperio de l’aere, quando soffia
Borea da quella guancia ond’ è più leno,
che pria turbava, sì che ’l ciel ne ride
con le bellezze d’ogne sua paroffia;
la donna mia del suo risponder chiaro,
e come stella in cielo il ver si vide.
non altrimenti ferro disfavilla
che bolle, come i cerchi sfavillaro.
ed eran tante, che ’l numero loro
più che ’l doppiar de li scacchi s’inmilla.
al punto fisso che li tiene a li ubi,
e terrà sempre, ne’ quai sempre fuoro.
ne la mia mente, disse: «I cerchi primi
t’hanno mostrato Serafi e Cherubi.
per somigliarsi al punto quanto ponno;
e posson quanto a veder son soblimi.
si chiaman Troni del divino aspetto,
per che ’l primo ternaro terminonno;
quanto la sua veduta si profonda
nel vero in che si queta ogne intelletto.
l’esser beato ne l’atto che vede,
non in quel ch’ama, che poscia seconda;
che grazia partorisce e buona voglia:
così di grado in grado si procede.
in questa primavera sempiterna
che notturno Arïete non dispoglia,
con tre melode, che suonano in tree
ordini di letizia onde s’interna.
prima Dominazioni, e poi Virtudi;
l’ordine terzo di Podestadi èe.
Principati e Arcangeli si girano;
l’ultimo è tutto d’Angelici ludi.
e di giù vincon sì, che verso Dio
tutti tirati sono e tutti tirano.
a contemplar questi ordini si mise,
che li nomò e distinse com’ io.
onde, sì tosto come li occhi aperse
in questo ciel, di sé medesmo rise.
mortale in terra, non voglio ch’ammiri:
ché chi ’l vide qua sù gliel discoperseParadiso
Canto XXIX
coperti del Montone e de la Libra,
fanno de l’orizzonte insieme zona,
infin che l’uno e l’altro da quel cinto,
cambiando l’emisperio, si dilibra,
si tacque Bëatrice, riguardando
fiso nel punto che m’avëa vinto.
quel che tu vuoli udir, perch’ io l’ho visto
là ’ve s’appunta ogne ubi e ogne quando.
ch’esser non può, ma perché suo splendore
potesse, risplendendo, dir “Subsisto”,
fuor d’ogne altro comprender, come i piacque,
s’aperse in nuovi amor l’etterno amore.
ché né prima né poscia procedette
lo discorrer di Dio sovra quest’ acque.
usciro ad esser che non avia fallo,
come d’arco tricordo tre saette.
raggio resplende sì, che dal venire
a l’esser tutto non è intervallo,
ne l’esser suo raggiò insieme tutto
sanza distinzïone in essordire.
a le sustanze; e quelle furon cima
nel mondo in che puro atto fu produtto;
nel mezzo strinse potenza con atto
tal vime, che già mai non si divima.
di secoli de li angeli creati
anzi che l’altro mondo fosse fatto;
da li scrittor de lo Spirito Santo,
e tu te n’avvedrai se bene agguati;
che non concederebbe che ’ motori
sanza sua perfezion fosser cotanto.
furon creati e come: sì che spenti
nel tuo disïo già son tre ardori.
sì tosto, come de li angeli parte
turbò il suggetto d’i vostri alimenti.
che tu discerni, con tanto diletto,
che mai da circüir non si diparte.
superbir di colui che tu vedesti
da tutti i pesi del mondo costretto.
a riconoscer sé da la bontate
che li avea fatti a tanto intender presti:
con grazia illuminante e con lor merto,
si c’hanno ferma e piena volontate;
che ricever la grazia è meritorio
secondo che l’affetto l’è aperto.
puoi contemplare assai, se le parole
mie son ricolte, sanz’ altro aiutorio.
si legge che l’angelica natura
è tal, che ’ntende e si ricorda e vole,
la verità che là giù si confonde,
equivocando in sì fatta lettura.
de la faccia di Dio, non volser viso
da essa, da cui nulla si nasconde:
da novo obietto, e però non bisogna
rememorar per concetto diviso;
credendo e non credendo dicer vero;
ma ne l’uno è più colpa e più vergogna.
filosofando: tanto vi trasporta
l’amor de l’apparenza e ’l suo pensiero!
con men disdegno che quando è posposta
la divina Scrittura o quando è torta.
seminarla nel mondo e quanto piace
chi umilmente con essa s’accosta.
sue invenzioni; e quelle son trascorse
da’ predicanti e ’l Vangelio si tace.
ne la passion di Cristo e s’interpuose,
per che ’l lume del sol giù non si porse;
da sé: però a li Spani e a l’Indi
come a’ Giudei tale eclissi rispuose.
quante sì fatte favole per anno
in pergamo si gridan quinci e quindi:
tornan del pasco pasciute di vento,
e non le scusa non veder lo danno.
‘Andate, e predicate al mondo ciance’;
ma diede lor verace fondamento;
sì ch’a pugnar per accender la fede
de l’Evangelio fero scudo e lance.
a predicare, e pur che ben si rida,
gonfia il cappuccio e più non si richiede.
che se ’l vulgo il vedesse, vederebbe
la perdonanza di ch’el si confida:
che, sanza prova d’alcun testimonio,
ad ogne promession si correrebbe.
e altri assai che sono ancor più porci,
pagando di moneta sanza conio.
li occhi oramai verso la dritta strada,
sì che la via col tempo si raccorci.
in numero, che mai non fu loquela
né concetto mortal che tanto vada;
per Danïel, vedrai che ’n sue migliaia
determinato numero si cela.
per tanti modi in essa si recepe,
quanti son li splendori a chi s’appaia.
segue l’affetto, d’amar la dolcezza
diversamente in essa ferve e tepe.
de l’etterno valor, poscia che tanti
speculi fatti s’ha in che si spezza,Paradiso
Canto XXX
ci ferve l’ora sesta, e questo mondo
china già l’ombra quasi al letto piano,
comincia a farsi tal, ch’alcuna stella
perde il parere infino a questo fondo;
del sol più oltre, così ’l ciel si chiude
di vista in vista infino a la più bella.
sempre dintorno al punto che mi vinse,
parendo inchiuso da quel ch’elli ’nchiude,
per che tornar con li occhi a Bëatrice
nulla vedere e amor mi costrinse.
fosse conchiuso tutto in una loda,
poca sarebbe a fornir questa vice.
non pur di là da noi, ma certo io credo
che solo il suo fattor tutta la goda.
più che già mai da punto di suo tema
soprato fosse comico o tragedo:
così lo rimembrar del dolce riso
la mente mia da me medesmo scema.
in questa vita, infino a questa vista,
non m’è il seguire al mio cantar preciso;
più dietro a sua bellezza, poetando,
come a l’ultimo suo ciascuno artista.
che quel de la mia tuba, che deduce
l’ardüa sua matera terminando,
ricominciò: «Noi siamo usciti fore
del maggior corpo al ciel ch’è pura luce:
amor di vero ben, pien di letizia;
letizia che trascende ogne dolzore.
di paradiso, e l’una in quelli aspetti
che tu vedrai a l’ultima giustizia».
li spiriti visivi, sì che priva
da l’atto l’occhio di più forti obietti,
e lasciommi fasciato di tal velo
del suo fulgor, che nulla m’appariva.
accoglie in sé con sì fatta salute,
per far disposto a sua fiamma il candelo».
queste parole brievi, ch’io compresi
me sormontar di sopr’ a mia virtute;
tale, che nulla luce è tanto mera,
che li occhi miei non si fosser difesi;
fulvido di fulgore, intra due rive
dipinte di mirabil primavera.
e d’ogne parte si mettien ne’ fiori,
quasi rubin che oro circunscrive;
riprofondavan sé nel miro gurge,
e s’una intrava, un’altra n’uscia fori.
d’aver notizia di ciò che tu vei,
tanto mi piace più quanto più turge;
prima che tanta sete in te si sazi»:
così mi disse il sol de li occhi miei.
ch’entrano ed escono e ’l rider de l’erbe
son di lor vero umbriferi prefazi.
ma è difetto da la parte tua,
che non hai viste ancor tanto superbe».
col volto verso il latte, se si svegli
molto tardato da l’usanza sua,
ancor de li occhi, chinandomi a l’onda
che si deriva perché vi s’immegli;
de le palpebre mie, così mi parve
di sua lunghezza divenuta tonda.
che pare altro che prima, se si sveste
la sembianza non süa in che disparve,
li fiori e le faville, sì ch’io vidi
ambo le corti del ciel manifeste.
l’alto trïunfo del regno verace,
dammi virtù a dir com’ ïo il vidi!
lo creatore a quella creatura
che solo in lui vedere ha la sua pace.
in tanto che la sua circunferenza
sarebbe al sol troppo larga cintura.
reflesso al sommo del mobile primo,
che prende quindi vivere e potenza.
si specchia, quasi per vedersi addorno,
quando è nel verde e ne’ fioretti opimo,
vidi specchiarsi in più di mille soglie
quanto di noi là sù fatto ha ritorno.
sì grande lume, quanta è la larghezza
di questa rosa ne l’estreme foglie!
non si smarriva, ma tutto prendeva
il quanto e ’l quale di quella allegrezza.
ché dove Dio sanza mezzo governa,
la legge natural nulla rileva.
che si digrada e dilata e redole
odor di lode al sol che sempre verna,
mi trasse Bëatrice, e disse: «Mira
quanto è ’l convento de le bianche stole!
vedi li nostri scanni sì ripieni,
che poca gente più ci si disira.
per la corona che già v’è sù posta,
prima che tu a queste nozze ceni,
de l’alto Arrigo, ch’a drizzare Italia
verrà in prima ch’ella sia disposta.
simili fatti v’ha al fantolino
che muor per fame e caccia via la balia.
allora tal, che palese e coverto
non anderà con lui per un cammino.
nel santo officio; ch’el sarà detruso
là dove Simon mago è per suo merto,Paradiso
Canto XXXI
mi si mostrava la milizia santa
che nel suo sangue Cristo fece sposa;
la gloria di colui che la ’nnamora
e la bontà che la fece cotanta,
una fïata e una si ritorna
là dove suo laboro s’insapora,
di tante foglie, e quindi risaliva
là dove ’l süo amor sempre soggiorna.
e l’ali d’oro, e l’altro tanto bianco,
che nulla neve a quel termine arriva.
porgevan de la pace e de l’ardore
ch’elli acquistavan ventilando il fianco.
di tanta moltitudine volante
impediva la vista e lo splendore:
per l’universo secondo ch’è degno,
sì che nulla le puote essere ostante.
frequente in gente antica e in novella,
viso e amore avea tutto ad un segno.
scintillando a lor vista, sì li appaga!
guarda qua giuso a la nostra procella!
che ciascun giorno d’Elice si cuopra,
rotante col suo figlio ond’ ella è vaga,
stupefaciensi, quando Laterano
a le cose mortali andò di sopra;
a l’etterno dal tempo era venuto,
e di Fiorenza in popol giusto e sano,
Certo tra esso e ’l gaudio mi facea
libito non udire e starmi muto.
nel tempio del suo voto riguardando,
e spera già ridir com’ ello stea,
menava ïo li occhi per li gradi,
mo sù, mo giù e mo recirculando.
d’altrui lume fregiati e di suo riso,
e atti ornati di tutte onestadi.
già tutta mïo sguardo avea compresa,
in nulla parte ancor fermato fiso;
per domandar la mia donna di cose
di che la mente mia era sospesa.
credea veder Beatrice e vidi un sene
vestito con le genti glorïose.
di benigna letizia, in atto pio
quale a tenero padre si convene.
Ond’ elli: «A terminar lo tuo disiro
mosse Beatrice me del loco mio;
dal sommo grado, tu la rivedrai
nel trono che suoi merti le sortiro».
e vidi lei che si facea corona
reflettendo da sé li etterni rai.
occhio mortale alcun tanto non dista,
qualunque in mare più giù s’abbandona,
ma nulla mi facea, ché süa effige
non discendëa a me per mezzo mista.
e che soffristi per la mia salute
in inferno lasciar le tue vestige,
dal tuo podere e da la tua bontate
riconosco la grazia e la virtute.
per tutte quelle vie, per tutt’ i modi
che di ciò fare avei la potestate.
sì che l’anima mia, che fatt’ hai sana,
piacente a te dal corpo si disnodi».
come parea, sorrise e riguardommi;
poi si tornò a l’etterna fontana.
perfettamente», disse, «il tuo cammino,
a che priego e amor santo mandommi,
ché veder lui t’acconcerà lo sguardo
più al montar per lo raggio divino.
tutto d’amor, ne farà ogne grazia,
però ch’i’ sono il suo fedel Bernardo».
viene a veder la Veronica nostra,
che per l’antica fame non sen sazia,
‘Segnor mio Iesù Cristo, Dio verace,
or fu sì fatta la sembianza vostra?’;
carità di colui che ’n questo mondo,
contemplando, gustò di quella pace.
cominciò elli, «non ti sarà noto,
tenendo li occhi pur qua giù al fondo;
tanto che veggi seder la regina
cui questo regno è suddito e devoto».
la parte orïental de l’orizzonte
soverchia quella dove ’l sol declina,
con li occhi, vidi parte ne lo stremo
vincer di lume tutta l’altra fronte.
che mal guidò Fetonte, più s’infiamma,
e quinci e quindi il lume si fa scemo,
nel mezzo s’avvivava, e d’ogne parte
per igual modo allentava la fiamma;
vid’ io più di mille angeli festanti,
ciascun distinto di fulgore e d’arte.
ridere una bellezza, che letizia
era ne li occhi a tutti li altri santi;
quanta ad imaginar, non ardirei
lo minimo tentar di sua delizia.
nel caldo suo caler fissi e attenti,
li suoi con tanto affetto volse a lei,Paradiso
Canto XXXII
libero officio di dottore assunse,
e cominciò queste parole sante:
quella ch’è tanto bella da’ suoi piedi
è colei che l’aperse e che la punse.
siede Rachel di sotto da costei
con Bëatrice, sì come tu vedi.
che fu bisava al cantor che per doglia
del fallo disse ‘Miserere mei’,
giù digradar, com’ io ch’a proprio nome
vo per la rosa giù di foglia in foglia.
infino ad esso, succedono Ebree,
dirimendo del fior tutte le chiome;
la fede in Cristo, queste sono il muro
a che si parton le sacre scalee.
di tutte le sue foglie, sono assisi
quei che credettero in Cristo venturo;
di vòti i semicirculi, si stanno
quei ch’a Cristo venuto ebber li visi.
de la donna del cielo e li altri scanni
di sotto lui cotanta cerna fanno,
che sempre santo ’l diserto e ’l martiro
sofferse, e poi l’inferno da due anni;
Francesco, Benedetto e Augustino
e altri fin qua giù di giro in giro.
ché l’uno e l’altro aspetto de la fede
igualmente empierà questo giardino.
a mezzo il tratto le due discrezioni,
per nullo proprio merito si siede,
ché tutti questi son spiriti ascolti
prima ch’avesser vere elezïoni.
e anche per le voci püerili,
se tu li guardi bene e se li ascolti.
ma io discioglierò ’l forte legame
in che ti stringon li pensier sottili.
casüal punto non puote aver sito,
se non come tristizia o sete o fame:
quantunque vedi, sì che giustamente
ci si risponde da l’anello al dito;
a vera vita non è sine causa
intra sé qui più e meno eccellente.
in tanto amore e in tanto diletto,
che nulla volontà è di più ausa,
creando, a suo piacer di grazia dota
diversamente; e qui basti l’effetto.
ne la Scrittura santa in quei gemelli
che ne la madre ebber l’ira commota.
di cotal grazia l’altissimo lume
degnamente convien che s’incappelli.
locati son per gradi differenti,
sol differendo nel primiero acume.
con l’innocenza, per aver salute,
solamente la fede d’i parenti;
convenne ai maschi a l’innocenti penne
per circuncidere acquistar virtute;
sanza battesmo perfetto di Cristo
tale innocenza là giù si ritenne.
più si somiglia, ché la sua chiarezza
sola ti può disporre a veder Cristo».
piover, portata ne le menti sante
create a trasvolar per quella altezza,
di tanta ammirazion non mi sospese,
né mi mostrò di Dio tanto sembiante;
cantando ‘Ave, Maria, gratïa plena’,
dinanzi a lei le sue ali distese.
da tutte parti la beata corte,
sì ch’ogne vista sen fé più serena.
l’esser qua giù, lasciando il dolce loco
nel qual tu siedi per etterna sorte,
guarda ne li occhi la nostra regina,
innamorato sì che par di foco?».
di colui ch’abbelliva di Maria,
come del sole stella mattutina.
quant’ esser puote in angelo e in alma,
tutta è in lui; e sì volem che sia,
giuso a Maria, quando ’l Figliuol di Dio
carcar si volse de la nostra salma.
andrò parlando, e nota i gran patrici
di questo imperio giustissimo e pio.
per esser propinquissimi ad Agusta,
son d’esta rosa quasi due radici:
è il padre per lo cui ardito gusto
l’umana specie tanto amaro gusta;
di Santa Chiesa a cui Cristo le chiavi
raccomandò di questo fior venusto.
pria che morisse, de la bella sposa
che s’acquistò con la lancia e coi clavi,
quel duca sotto cui visse di manna
la gente ingrata, mobile e retrosa.
tanto contenta di mirar sua figlia,
che non move occhio per cantare osanna;
siede Lucia, che mosse la tua donna
quando chinavi, a rovinar, le ciglia.
qui farem punto, come buon sartore
che com’ elli ha del panno fa la gonna;
sì che, guardando verso lui, penètri
quant’ è possibil per lo suo fulgore.
movendo l’ali tue, credendo oltrarti,
orando grazia conven che s’impetri
e tu mi seguirai con l’affezione,
sì che dal dicer mio lo cor non parti».Paradiso
Canto XXXIII
umile e alta più che creatura,
termine fisso d’etterno consiglio,
nobilitasti sì, che ’l suo fattore
non disdegnò di farsi sua fattura.
per lo cui caldo ne l’etterna pace
così è germinato questo fiore.
di caritate, e giuso, intra ’ mortali,
se’ di speranza fontana vivace.
che qual vuol grazia e a te non ricorre,
sua disïanza vuol volar sanz’ ali.
a chi domanda, ma molte fïate
liberamente al dimandar precorre.
in te magnificenza, in te s’aduna
quantunque in creatura è di bontate.
de l’universo infin qui ha vedute
le vite spiritali ad una ad una,
tanto, che possa con li occhi levarsi
più alto verso l’ultima salute.
più ch’i’ fo per lo suo, tutti miei prieghi
ti porgo, e priego che non sieno scarsi,
di sua mortalità co’ prieghi tuoi,
sì che ’l sommo piacer li si dispieghi.
ciò che tu vuoli, che conservi sani,
dopo tanto veder, li affetti suoi.
vedi Beatrice con quanti beati
per li miei prieghi ti chiudon le mani!».
fissi ne l’orator, ne dimostraro
quanto i devoti prieghi le son grati;
nel qual non si dee creder che s’invii
per creatura l’occhio tanto chiaro.
appropinquava, sì com’ io dovea,
l’ardor del desiderio in me finii.
perch’ io guardassi suso; ma io era
già per me stesso tal qual ei volea:
e più e più intrava per lo raggio
de l’alta luce che da sé è vera.
che ’l parlar mostra, ch’a tal vista cede,
e cede la memoria a tanto oltraggio.
che dopo ’l sogno la passione impressa
rimane, e l’altro a la mente non riede,
mia visïone, e ancor mi distilla
nel core il dolce che nacque da essa.
così al vento ne le foglie levi
si perdea la sentenza di Sibilla.
da’ concetti mortali, a la mia mente
ripresta un poco di quel che parevi,
ch’una favilla sol de la tua gloria
possa lasciare a la futura gente;
e per sonare un poco in questi versi,
più si conceperà di tua vittoria.
del vivo raggio, ch’i’ sarei smarrito,
se li occhi miei da lui fossero aversi.
per questo a sostener, tanto ch’i’ giunsi
l’aspetto mio col valore infinito.
ficcar lo viso per la luce etterna,
tanto che la veduta vi consunsi!
legato con amore in un volume,
ciò che per l’universo si squaderna:
quasi conflati insieme, per tal modo
che ciò ch’i’ dico è un semplice lume.
credo ch’i’ vidi, perché più di largo,
dicendo questo, mi sento ch’i’ godo.
che venticinque secoli a la ’mpresa
che fé Nettuno ammirar l’ombra d’Argo.
mirava fissa, immobile e attenta,
e sempre di mirar faceasi accesa.
che volgersi da lei per altro aspetto
è impossibil che mai si consenta;
tutto s’accoglie in lei, e fuor di quella
è defettivo ciò ch’è lì perfetto.
pur a quel ch’io ricordo, che d’un fante
che bagni ancor la lingua a la mammella.
fosse nel vivo lume ch’io mirava,
che tal è sempre qual s’era davante;
in me guardando, una sola parvenza,
mutandom’ io, a me si travagliava.
de l’alto lume parvermi tre giri
di tre colori e d’una contenenza;
parea reflesso, e ’l terzo parea foco
che quinci e quindi igualmente si spiri.
al mio concetto! e questo, a quel ch’i’ vidi,
è tanto, che non basta a dicer ‘poco’.
sola t’intendi, e da te intelletta
e intendente te ami e arridi!
pareva in te come lume reflesso,
da li occhi miei alquanto circunspetta,
mi parve pinta de la nostra effige:
per che ’l mio viso in lei tutto era messo.
per misurar lo cerchio, e non ritrova,
pensando, quel principio ond’ elli indige,
veder voleva come si convenne
l’imago al cerchio e come vi s’indova;
se non che la mia mente fu percossa
da un fulgore in che sua voglia venne.
ma già volgeva il mio disio e ’l velle,
sì come rota ch’igualmente è mossa,
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